Marcello Specchio

I lineamenti catartici della donna
(di Leo Strozzieri)

 

Marcello Specchio

 

Cenni Critici

 

Qualcuno, qualcosa"L'opera in sé ti invita ad un viaggio misterioso pieno di essenze, panorami di paesaggi interiori e sintetici dove l'unico rumore che si sente sono le domande che ci si pone.
Si può dire che Specchio
dipinge il silenzio, quel silenzio cosmico dove gli esseri viventi sono niente, le loro problematiche solo banalità, per arrivare alla verità, non solo pittorica, del divenire: il tempo, lo spazio, dove, perché.
C'è qualcosa nella vita di inafferrabile, di irrazionale che attira la nostra attenzione più delle cose spiegabili; c'è in noi un
cono d'ombra dove il sole non arriva ad illuminare completamente.
Questo angolo ombroso, questo viso di donna con il cappello, è il tema perenne della pittura di Specchio.
Egli si immerge continuamente in questa
"zona agnostica" per captare il più flebile segnale."
(Federico Zeri)

 

 

Specchio, linguaggio d’arte non codificato

“Mi avvicino in punta di piedi ad una tela di Marcello Specchio che, ignaro della mia silenziosa presenza, continua nel suo lavoro. La tela bianca, con coordinamento mentale da far invidia ad un matematico puro, sotto la sua abile mano inizia un percorso serafico e metafisico nel ricevere ed acquisire, uno dopo l’altro, stesure cromatiche e frammenti figurali.

Quali figure emergono dalle opere dell’artista? Ciò che cattura subito lo sguardo del fruitore è il linguaggio pittorico non codificato da altri ma proprio, un linguaggio che non segue o analizza procedure che, spesso, non possono essere capite o apprezzate da altri se non dai soli addetti ai lavori. Il fruitore rileva e sviluppa nella sua mente processi elaborativi diversi per leggere opere localizzate anche in un campo ristretto come una tela di piccole dimensioni.

Specchio, infatti, necessita di ampi spazi sui quali segno e colore possono meglio concorrere a tradurre irreale/reale, astratto/concreto in quanto “emito” ed “etico” non devono essere opposti a lungo uno contro l’altro ma devono necessariamente trovare una propria correlazione tra di loro per meglio confrontarsi. Il processo della percezione visiva fa uso di opposizioni binarie e questo si può dire di Marcello Specchio che usa nelle sue tele un dualismo segnino / cromatico / interpretativo.

Il suo occhio, infatti, non si limita a fotografare il mondo e la realtà esterni ma ne codifica le caratteristiche formali inglobandole nella retina che manda impulsi al cervello che, a sua volta, elabora una visione ideale/irreale. Da annotare, in Specchio, l’estremo connubio tra ambiente ed immagine sì che l’ambiente diventa immaginario mentre l’immagine diventa reale e corposa nella sua stessa evanescenza che segna il punto importante della tela.

Quasi un lungo viaggio verso l’immagine, il suo, alla ricerca in se stesso della “summa” delle altrui esperienze che gli consente di raggiungere risultati inconfondibili. Una dialettica profonda, la sua, feconda d’emozioni creative quale processo di circolarità del mondo ed articolazione coerente di struttura grafica che non diventa mai simbolismo nel quale sigillare le angosce del proprio mondo espressivo e cogliere con questo suo “scrivere pittorico” l’atipicità delle forme o meglio la loro aderenza a remoti archetipi di un tempo indecifrabile da lasciare fluttuare in ampi spazi metafisici.

Nelle sue tele volti di donne si accampano in primo piano, danzatrici colte in posa statuaria quasi in volo e fresie che hanno ritmi di vento. Dettagli della realtà esterna e di figure dilatati quasi allo spasimo tanto da farne segni universali impressi da angolazioni inusitate. Attraverso queste tematiche si realizza la feconda stagione pittorica di Specchio nella conquista di una totalità del visibile attraverso gli occhi dell’anima.”

(Anna Sciacovelli – “Bari sera”, Marzo 2005)

 

"Cos'è la vita? Quella donna con il cappello che s'intravede e ci affascina chi è?
Gli sguardi delle creature femminili continuano ad interrogare ed a pronunciare enigmi."
(Vincenzo Centorame)

 

 

"Accostando la sua opera e contemplandola, sentiamo l'anima affondare verso abissi sconosciuti."
(Ovidio Mattucci)

 

 

"...la pittura quindi è portata ai limiti desueti per la storia dell'arte; può essere definito: il figurativo più astratto oppure l'astratto più figurativo. Comunque un confine labile, un'interazione tra sogno e realtà".
(Alberto Bevilacqua)

 

 

"Con calma apparente, con la stesura di tonalità tenui, con silenzio ci affascina".
(Luciano Berlacchini)

 

 

Confini della mente

 

 

"Le sue figure femminili sono misteriose, soavi, sospese nel tempo, collocate più nella mente che in un luogo..."
(A. Di Giovanni)

 

 

 

 

"Tra i colori, il blu, è certamente il più misterioso. Ha in sé qualcosa di magico, attraente, infinito, terapeutico..."

 

 

Violetta Mastrodonato

 

Cenni Critici

 

Le porte dell'anima"Nelle sue opere pittoriche, animate da una straordinaria forza espressiva, Violetta Mastrodonato realizza il transfert di vivissime emozioni che denotano sensibilità e attenzione per problematiche di vasto respiro umano e culturale. Varie le tematiche da cui la fantasia e la capacità di riflessione dell'artista si lasciano coinvolgere, spaziando dalla mitologia alla cronaca quotidiana, per attingere contenuti legati soprattutto alla sfera esistenziale.
La meditata analisi di stati d'animo ed eventi, spesso drammatici, si converte in una
figurazione originale ed emblematica, dove i soggetti si dispongono con scultorea fisicità, modellati da colori decisi, ben ritmati dalla spatola sì da conseguire baluginanti vibrazioni di luci e di toni".
(Salvatore Perdicaro)

 

 

Il profumo selvaggio della solitudine

“Nella percezione soggettiva la pittrice istriana Violetta Mastrodonato avverte l’esigenza di fermare l’attimo fuggente liberandosi da un mantello idiomatico, prezioso patrimonio non solo del passato, che continua ad affiorare in ogni istante scandagliando sempre più nell’ultima nota perfetta che si estende creando un’eco che si ferma sulle sue candide tele. Non a caso certe immagini interiori, dopo un lungo letargo volontario, emergono improvvisamente dando all’artista la possibilità di un concretismo formale, grido di trionfo contro pareti labili che, cozzando tra di loro, irrompono in una luce di libertà totale, quasi testimonianze di preziose committenze con l’universo.

A volte l’artista si rifugia nella “grotta del silenzio” dove indugia volentieri quasi rattenuta da un immaginifico “sogno / non sogno” che si snoda fantastico ed irreale collegandosi con il moderno e post moderno, coronando così la sua passione per la pittura. Quasi un racconto di vita, il suo, in un viaggio agognato da sempre che, dopo aver vissuto mille eventi, si lascia “depositare” su di un’isola deserta e libera da vincoli e da legacci, insegue l’unica farfalla qui rimasta, tra dune dorate ed arbusti intrecciati che costituiscono, per lei, l’emanazione dell’io ideale fuori da schemi prefissati da altri. Tratteggia così una sottilissima linea d’ombra soggiogando barbaramente una esplosione di sensazioni che si mimetizzano in tratti e forma, in colori traslucidi oppure opacizzati dai ricordi che affiorano dalla memoria. Ricordi che rifuggono il presente immergendo le radici nel passato e che vogliono migrare lontano ma, in una manciata di attimi, ritornano vivi più che mai.

La mente si ammorba al profumo selvaggio della solitudine interrotta solo dal ritmo costante dei passi sul selciato, in un avanzare ritmico che risponde alla volontà sottaciuta della voglia di continuare a fermare sulle tele il fragore della vita. Il cromatismo prende forma e le figure allungate sono e diventano un modo calligrafico della Nostra di bloccare su pannelli monocromatici il segno geometrico che, si raffigura un dipinto motivo di velari di ottimo livello pittorico. La pigmentazione segue il suo ritmo, quasi un processo di decantazione di immagini desunte da una progressiva decomposizione della materia prima (il colore) che copre ogni dato formale in un processo di defogliazione dello stesso pigmento. Le sue stesse affinità elettive la portano, così, a cimentarsi spesso in uno scontro io contro io, uno scontro, questo, che mette in evidenza la diaspora culturale di una natura capace di definire i propri sentimenti in un assoluto opposto-caotico / lineare / perfetto dai quali emergono le favolose stagioni del suo tempo anche se alcune opere possono essere lette come “opere atemporali”.”

(Anna Sciacovelli – “Bari sera”, Marzo 2005)

 

 

“In Violetta Mastrodonato la pittura gioca tutte le sue tonalità attraverso strutture destrutturate che, oltre ad occupare uno spazio, evidenziano la loro qualificazione materica attraverso squarci pittorici che evocano concetti spaziali che si pongono all’attenzione come ferite o colpi inferti alla tela.”

(Ciro Canale – “L’arte al femminile”, mostra collettiva di 7 pittrici – Nocciano (PE) – Maggio 2005)

 

 

"Ricerca del proprio 'io', giustificazione del proprio essere. E' vero, è proprio vero che esiste un filo diretto tra l'uomo e Dio, cosciente o incosciente, consapevole e ignaro, in un tutto armonico, soprattutto cosmologicamente perfetto nella sua concezione strutturale e funzionale.
E' una pittura in cui
il verismo si confonde con l'impressionismo in uno sfondo cromatico e policromo, in cui la realtà si confonde con l'immaginazione. L'elemento più caratteriale è il romanticismo e il sentimentalismo da cui trascende una pittura muta ed eloquente insieme in ogni ambiente, vuoi cupo o luminoso, statico o animato, paesaggisticamente parlando, nella dimensione sia ampia che ristretta la luce predomina sempre, ma ancora di più e assolutamente in maniera preponderante, pur nella riservatezza che la distingue, la figura umana, a dimostrare che l'uomo costituisce veramente il centro dell'universo in una armoniosa simbiosi matematico-fisica, illuministica-religiosa o eterea-musicale, filosoficamente considerando sotto il profilo lirico, perché di lirismo si tratta essendo la tematica costituita e rappresentata essenzialmente da una vera e appassionante lode poetica".
(Ermanno Pulifici)

 

 

Il viaggio di Caronte"Violetta Mastrodonato è una pittrice singolare, un'autodidatta ostinata che ha ricercato, disperatamente, dentro e fuori di sé, uno stile personale che la rendesse, alfine, appagata degli studi e degli sforzi compiuti in tanti anni di tormentato lavoro.
Dopo i pastelli, gli schizzi a matita e carboncino, gli acquerelli, i pennelli,
la sua scelta ultima: la spatola.
'Il Viaggio di Caronte' può considerarsi, allegoricamente, l'approdo del suo incessante cammino. L'effetto?
Una pittura scultorea in cui il risultato principale è un tipo di bassorililevo che dona, nel contempo, plasticità di forme e trasparenze proprio del dipinto classico.
La tela, datata 1999, appare quasi come
un unico blocco con effetti particolarissimi di chiaroscuri e cromatismi di fondi che mettono in risalto l'essenza del dipinto stesso. Il traghettatore Caronte, proprio per effetto cromatico, sembra essere, nel contempo, il soggetto e l'oggetto dell'azione principale. Egli, infatti, appare, all'osservatore attento, sia come la prua della barca che come colui che assembla le anime dei dannati con braccia possenti per trasportarle al di là dell'Acheronte. La tela evidenzia, anche nella grandezza del formato, la sua possenza; è espressione di forza, di potere ma anche rappresentazione dell'inevitabile, dell'ineluttabile destino a cui le anime, come corpi informi, non possono che soggiacere.
'Il Viaggio di Caronte' è la creazione di un passaggio dal mondo naturale a quello soprannaturale attraverso la sofferenza. La struttura fantastica dell'opera invita, tuttavia a profonde riflessioni sulla vita. La pittrice sembra volere trasmettere, seppure in una sorta di primaria istintività, un messaggio di autentico valore. Non si può eludere la legge eterna dell'esistenza; il destino dell'uomo è, spesso, sopraffatto da violenza, abbrutimento, sconfitte interiori che richiedono sempre e comunque un risarcimento.
Quasi un invito a riflettere sulla vera essenza della vita, sganciandosi dal quotidiano, dal futile, dal dejà vu, per protendersi più in alto in un'ansia di redenzione. Un'ansia che costituisce, idealmente, sintesi poetica di pensiero-fantasia-riflessione. Una sorta di lucida visione della realtà ma, nel contempo, il convincimento che proprio perché si conosce il male, lo si può evitare".
(Paola Capone)

 

 

Folgorazione

Violetta Mastrodonato
"Folgorazione"
presso Museo d'Arte Sacra
Sora (FR)

"Violetta Mastrodonato ha realizzato l'opera dal titolo 'Folgorazione'. E' nata a Capodistria il 14 luglio 1954, è autodidatta ed utilizza una tecnica pittorica mista, acrilico, cementite e spatola. 'Ho partecipato per gioco - dice - è stata una cosa presa molto per scherzo ed alla fine sono riuscita a salire sul podio dei vincitori. Quando ho cominciato a lavorare ricordo di aver divorato la tela. In genere lavoro molto d'inverno, sono riuscita ad inventarmi questo modo di dipingere quasi scultoreo. Non seguo nessuna corrente pittorica e mi sono intestardita a non voler nessun maestro. La mia caratteristica è quella di dipingere usando la scheda telefonica. Il quadro che ho presentato al Gonfalone di Sora è nato spontaneamente, quasi di getto. E' una tela che ho dipinto in sole sei ore. Ho rappresentato non il solito Cristo, visto e rivisto, denutrito, ma con le spalle possenti tali da sorreggere tutto il marasma del mondo. Non si tratta di un Cristo sofferente, ma posto su un piedistallo che sorregge tutti i mali della terra. E' visibile la sagoma, ma non il volto".
(tratto da "L'inchiesta" - settimanale delle Provincie di Frosinone e Latina - 16/24 Luglio 2000)

 

La vocazione quasi monotematica della donna, chiaramente documentabile nella pittura di Marcello Specchio fin dalle sue prime prove, trova la sua giustificazione nel disegno etico che da sempre l'artista persegue: quello cioè di purificare e purificarsi attraverso l'ascesa, trattando il tema femminile, dal sensibile allo spirituale.
Senza tralasciare il perimetro terrestre, immanente, coltivato con una sapiente semplificazione delle forme anatomiche dei volti femminili, Specchio ci propone visioni stilnovistiche rafforzate da un'invidiabile freschezza coloristica per lo più di indirizzo timbrico.
Ne scaturiscono apparizioni fluttuanti tra realtà e sogno, quest'ultimo mai tormentato o angosciante, ma di inesausta fragranza, come si conviene ad uno spirito nobile.
Si diceva dell'impegno etico, tanto più apprezzabile ove si pensi all'uso che dell'immagine della donna viene oggi fatto nei mass-media e particolarmente nel settore pubblicitario ove l’inesistenza sul dato sensoriale è davvero esasperato/esasperante, a discapito di quelle radici spiritualistiche che la grande tradizione rinascimentale ci ha tramandato come preziosa eredità a cui attenersi, pena la cancellazione dei valori umanistici.
Se tutta la pittura di questo valido artista abruzzese trae linfa da queste virtualità spiritualistiche che egli riesce a percepire nella donna, a costo anche di apparire anacronistico, ne consegue che i suoi sogni e le sue visioni riportate sulla tela più che dalla realtà sono alimentate da una sorta di trasmutazione fantastica di essa in sostanziale sintonia con il proprio ordine mentale.
Egli realizza ciò con l'uso di un medium di tipo strutturale, le tessere timbriche, dal momento che l'icona è frutto di una pluralità di concorrenza di queste tessere giustapposte con sapienza costruttiva. Ecco, proprio la timbricità quasi serigrafica dei suoi lavori entro un elementare disegno formativo di immagini e scene permette a Specchio di sottrarsi ad un filone naturalistico di pittura abruzzese contemporanea che annovera tra gli altri Gigino Falconi, Gaetano Memmo, Antonio Di Fabrizio, Dante Simone, Luciano Primavera ed altri ancora. Le sue prove, quindi, risultano più sintetiche, quasi abbreviate pittoricamente; più purificate sotto l'aspetto strutturale e sognanti rispetto alla descrittività degli autori sopra citati, alcuni dei quali non disdegnano intimi rapporti tra l'arte e l'impegno sociale. La particolare componente di essenzialità mi sembra dimostri più ancora che un tentativo di superare la rappresentazione della realtà, un orientamento di sintesi nell'impostazione dell'immagine.
Altro punto caratterizzante la sua ricerca pittorica è rappresentato dal costante suo indugiare in prospettive metafisiche, dacché la dissolvenza iconica che rende enigmatica l'idea stessa della figura, sganciata dal dominio fisico, molto spesso è spinta fino all'evanescenza, ponendo in essere un vero spaesamento temporale; la quasi inafferrabilità dell'immagine e l'instabilità percettiva che ne deriva sono proposte immaginifiche di un mondo "oltre", lasciato semplicemente intuire da una musicalità cromatica fatta di accordi lievi e sussurrati invadenti la superficie come ignote presenze dell'oltretomba. Ed il punto di riferimento culturale per le sue preziose grafie è indubbiamente la ieratica arte bizantina.
la raffinata qualità della sua pittura metafisica si coniuga con quello che chiamerei il sentimento dell'arcano. Perché lo spazio rituale di tale poetica (si pensi alle misteriose "Piazze d'Italia" di Giorgio De Chirico) è proprio quello del mistero, non essendo dato all'uomo la facoltà di controllare a livello razionale, logico quanto appartiene ad una sfera diversa da quella sottoposta alla percezione dei sensi. Ma il lettore dovrà convenire sul fatto che l'arcano, il mistero non costituisce tanto l'essenza della pittura di Specchio, quanto piuttosto l'essenza ella sua tematica: la donna a cui egli intende attribuire pittoricamente una definizione, forse secondo la propria esperienza ed il proprio vissuto esistenziale.
Essa racchiude e dissipa allo stesso tempo il seme della vita, che si evolve in lei in modo misterioso. E' un essere dialettico: alle fluttuazioni corporee fanno riscontro vivide le trame virtuali d'una meraviglia spirituale alla quale è dovuto, secondo il nostro artista, l'omaggio floreale come ad una divinità. Sovente Specchio nelle sue composizioni inserisce elementi floreali da leggere non tanto come frammenti decorativi, bensì come esternazione sulla tela d'un sentito, profondo sentimento di latria nei confronti della donna.
A conclusione di questa testimonianza vorrei aggiungere che il nostro artista si attiene ad un codice che lo porta alla trattazione incorporea dei corpi, con un gusto tipicamente trecentista, disseminando il teso di simboli e sovrasensi indispensabili per la comprensione della sua filosofia di vita: pertanto una pittura che pur nella sua identificabilità iconica, si stacca dal vero per approdare al regno del sogno ove tutti i riti si celebrano attraverso metafisiche apparizioni dall'invidiabile probità estetica.