III CAPITOLO
Quando giunsero alla Catena dei Monti Selvaggi era ormai notte inoltrata, perciò si sedettero in terra e prepararono l'accampamento. Accesero un fuoco e sdraiatisi l'uno accanto all'altra si addormentarono.
Al loro risveglio, il sole cominciava a levarsi nel cielo. Dopo un'abbondante colazione, si rimisero in marcia. Quando fu giorno inoltrato arrivarono, dopo una lunga e insidiosa scalata, presso la sommità della Montagna del Picco Bianco.
Superato l'ultimo ostacolo, costituito da un'enorme roccia che sbarrava loro la via, si ritrovarono difronte a un grande giardino pieno di rose e di fiori profumati circondati da erbe odorose e da piccoli uccellini che volavano, cinguettando, da un albero all'altro. Ma su questa scena idilliaca (felice), vi era una strana sensazione di angoscia e di paura. Sul limitare del giardino, proprio sullo sfondo si ergeva, come un monito (avvertimento) per qualsiasi intruso, un grande tempio. Aveva enormi colonne e gradini alti mezzo metro; Rashid, per poterli salire, dovette prendere una buona rincorsa. Quando entrò nel tempio era solo, aveva lasciato Sciarad nel grande giardino per non farle correre rischi inutili. Purtroppo questa sua premura non fu ricompensata, ma anzi portò a tragiche conseguenze. Intanto Rashid era riuscito ad entrare e ammirava le grandiose bellezze del tempio. Questa aveva all'interno, delle stupende colonne di lapislazzuli (pietra preziosa di colore azzurro) inframmezzate da colonne, più piccole, di puro diamante che mandava riflessi luminosi e argentei.
In fondo all'immensa sala vi era un grande altare tutto ricoperto di pietre preziose e di lamine d'oro e d'argento. Su di esso erano posati due grandi candelabri d'oro, entrambi accesi, che davano alla sala un aspetto misterioso e tenebroso. Mentre Rashid cercava, invano il suo nemico, nel giardino accadeva un tragico evento. Sciarad stava ammirando i bei fiori che ornavano il luogo, mentre piccoli uccellini le volavano attorno. Tutta presa da questa scena idilliaca, non si accorse che le nubi si stavano addensando sulla cima del monte e che un forte vento cominciava ad alzarsi. Ad un tratto tutti gli uccellini, come presi da un terrore generale, volarono via e i fiori, che pochi istanti prima sfoggiavano i loro sgargianti colori, si richiusero di colpo, come se cercassero rifugio da qualcosa di mostruoso.
Anche nell'animo della ragazza cominciò a crescere un'angoscia sempre più forte che sfociò in terrore quando vide, al limitare del bosco che circondava per metà il giardino, il Grande Sacerdote in persona che mandava dai suoi grandi occhi lampi di odio e di vendetta.
In quel momento il cielo fu squarciato da grandi lampi che sembravano quasi sferzare, con crudeltà e cattiveria, la terra sottostante. Sciarad cercò di arrivare nel tempio per chiedere aiuto a Rashid, ma le fu subito reclusa ogni possibilità di fuga a causa di un enorme albero che cadde proprio ai suoi piedi colpito da un fulmine.
A questo punto Sciarad, presa dal panico, cominciò a correre in ogni direzione senza sapere dove andare, e senza vedere che stava per cadere tra le braccia del Grande Sacerdote. Quando si avvide di ciò, era ormai troppo tardi.
Il Sacerdote la prese tra le sue possenti braccia e guardandola negli occhi cominciò a schiudere le sue labbra.
Allora Sciarad capì che per lei era finita, non gli rimaneva che un ultima possibilità, quella di chiamare con tutto il fiato che le restava il nome di Rashid; ma quel nome, che per lei rappresentava l'unica speranza di salvezza, gli morì sulle labbra.
A questo punto il Grande Sacerdote accorgendosi del suo tentativo cominciò a ridere e le sue risa fecero tremare la terra e l'intero tempio. Rashid, che fino a quel momento era rimasto nel tempio, corse fuori e quando vide la sua amata tramutata in pietra emise un urlo di dolore tanto forte da sovrastare il rumore del tuono.
"Maledetto tu sia, Grande Sacerdote, con questo gesto hai segnato la tua condanna a morte e sarò io ad eseguirla. TI UCCIDERO' !!!!!" Disse Rashid, pieno d'odio, al Sacerdote. "Non essere tanto sicuro di farcela" gli rispose costui.
A questo punto scoppiò fra i due un tremendo combattimento.
La spada di Rashid, di colpo, si infiammò emanando una luce fortissima. Anche il Sacerdote tirò fuori, da sotto il suo mantello, una spada e cominciò a parare i forti colpi che Rashid gli scagliava.
Ogni volta che le due spade si toccavano scintille di fuoco volavano nell'aria. Ad un certo punto il grande Sacerdote riuscì a sbilanciare il giovane facendolo cadere in terra. Stava per trafiggerlo quando quest'ultimo, con un colpo di reni, riuscì a spostarsi e a schivare il colpo mortale. Rialzatosi cominciò a tempestare il Sacerdote di colpi micidiali, provocandogli parecchie ferite e facendolo indietreggiare fino a bloccarlo contro un albero e, dopo averlo disarmato con un colpo piatto della spada, lo trapassò con essa.
La pianta, al contatto con caldo sangue del Sacerdote, prese fuoco facendone cadere in terra il corpo ormai inerme. Ad un tratto, come se un maleficio venisse dissolto, il corpo del mago scomparve e sul terreno rimase solo il suo mantello rosso. Anche se Rashid aveva vinto il Grande Sacerdote era ugualmente molto triste, il suo cuore era spezzato ormai per sempre. L'unica sua speranza di vita, era stata tramutata in pietra e non poteva essere più riportata alla vita. Rashid, allora, si avvicinò alla statua di Sciarad e, inginocchiatosi davanti ad essa, cominciò a piangere e a pregare il suo Dio di ridargli la sua amata. Mentre era così prostrato le sue lacrime andarono a bagnare la pietra che costituiva la statua e, come d'incanto tra una miriade di stelle e di luci colorate, Sciarad ritornò alla vita. Rashid non stava più nella pelle per la gioia, abbracciò e baciò più volte la ragazza ed insieme, dopo aver recuperato il mantello del Sacerdote, cominciarono la lunga marcia per il ritorno alla caverna della strega Kasar.
IV CAPITOLO
La discesa, fu meno difficile e arrivarono ai piedi del Picco Bianco in poche ore. Le nubi e la tempesta elettrica che prima aveva imperversato su tutta la catena dei Monti Selvaggi, erano ora sparite e avevano lasciato il posto all'azzurro del cielo limpido. Quando giunsero nel luogo dove, la sera prima, avevano preparato l'accampamento, tolsero da sotto una roccia il tappeto che avevano accuratamente nascosto e, dopo averlo steso, vi salirono sopra e insieme volarono sino dalla strega.
Quando infine giunsero le presentarono il rosso mantello del Grande Sacerdote.
"Siete riusciti a superare anche questa prova. Siete molto bravi. Ma non credete che sia finita qui, avete ancora due prove da superare e non saranno molto semplici."
"Queste che avete appena affrontato, sono state molto facili ma le prossime saranno ancora più difficili". Allora Rashid chiese " Dicci quale sarà la prossima prova." La strega guardò i due ragazzi e aperto un grande libro cominciò a sfogliarne le pagine; poi arrivata all punto che cercava iniziò a leggere.
"Dovete sapere che vive su di un isola, l'isola degli Hobbit, nel mezzo dell'Oceano Pacifico, in un grande vulcano, la Fenice. Questo uccello è un animale mitologico, e viene descritto come una specie di aquila dal piumaggio dorato e fiammeggiante. La leggenda racconta che la fenice è l'unico uccello capace di vivere nella lava del vulcano e di risorgere, quando muore, dalle sue stesse ceneri. Ella infatti ha il potere di rinascere a nuova vita, trasformandosi mentre brucia in un grosso uovo”. “Vostro compito sarà di recarvi sull'isola, catturare l'uccello e poi portarlo qui, da me come prova della vostra impresa."
"Per facilitarvi l'incarico vi do questa rete fatta con fili d'oro e d'argento, l'unica che possa catturarlo."
Detto questo, consegnò la rete ai due e riposto il libro sparì nella caverna.
I ragazzi erano stupefatti: mai avevano sentito parlare di questo uccello di fuoco.
"Non sarà facile" disse Sciarad al suo compagno, "Rashid, ho paura, questa prova è molto difficile, e non sappiamo nulla su questo strano animale. Dovremmo stare molto attenti." Rashid la tranquillizzò dicendo che con lui non aveva nulla da temere e che sicuramente il loro Dio li avrebbe protetti durante il cammino.
Ciò detto salirono sul grande tappeto e volarono verso l'isola di cui la strega aveva loro parlato.
Il volo durò molte ore; dovettero sorvolare montagne, pianure, colline, deserti, città immense e piccole comunità ed ancora montagne, pianure, colline ...... fino a giungere sulle rive del mare. Ci vollero ancora un paio di giorni per giungere, finalmente sull'isola dove viveva la fenice.
Atterrarono sulla spiaggia e nascosto sotto alcuni cespugli il tappeto, si diressero verso il grande Vulcano che si ergeva proprio nel mezzo dell'isola e che avevano visto quando avevano sorvolato l'isolotto al loro arrivo.
Per giungere sino ai piedi del vulcano bisognava addentrarsi nella rigogliosa e lussureggiante vegetazione che nasceva incontrastata sull'isola.
Rashid, per farsi strada, doveva con il suo pugnale, aprirsi un varco tra l'intricata trama creata dalle piante. Il cammino durò alcune ore e quando giunsero ai piedi del vulcano il sole stava per lasciare il posto alla luna ed alle stelle che già apparivano, ancora molto pallide, nella volta celeste.
Rashid, allora, decise di preparare l'accampamento e quindi di passare la notte lì, in attesa dell'alba, ora in cui avrebbero iniziato la scalata fino alla bocca principale del Vulcano.
Mentre Rashid cercava la legna per accendere un fuoco, Sciarad estrasse dalla bisaccia dei pezzi di carne essiccata, del pane azzimo e del formaggio che si erano portati dietro. Cominciò a fare le parti per lei e per Rashid dopodiché, al chiarore del fuoco, mangiarono il frugale pasto e poi - vicini l'uno all'altra - si addormentarono stanchi per il lungo viaggio.
Erano ormai alcune ore che il silenzio era caduto sul piccolo campo, quando Rashid si alzò dal suo giaciglio e cominciò a passeggiare. Non era riuscito a prendere sonno tanto era impaziente di catturare l'uccello e di portarlo alla strega.
Voleva liberare al più presto il suo amico Omar dalle grinfie del Mago Jasef. Mentre era preso da questi pensieri, la sua attenzione fu richiamata da una luce che veniva direttamente dal Vulcano. Deciso a scoprire l'origine di quello strano fenomeno, cominciò la scalata e dopo alcune ore arrivò in cima e con molta cautela entrò nella grande bocca eruttiva tenendosi però, sempre vicino alla parete e cercando di non cadere nel laghetto di lava fusa che ribolliva a pochi metri dai suoi piedi. Ad un certo momento vide arrivare, verso la pozza incandescente, una forte luce.
Subito, Rashid si nascose dietro una roccia e di lì poté vedere, quando i suoi occhi si abituarono alla luce improvvisa , un magnifico uccello tutto d'oro e fuoco.
Il suo corpo emanava una luce fortissima, tanto che Rashid dovette - per vedere ciò che accadeva - schermarsi con la mano gli occhi. La fenice scese sul laghetto di lava e lì cominciò a lavarsi e a nuotare, come se fosse un cigno che si rinfrescasse in un placido laghetto di montagna.
Rashid era stupefatto e non riusciva a credere a ciò che vedeva.
L'uccello cominciò a pulirsi le sue penne di fuoco con il dorato becco. Era magnifico nel suo splendore. Rashid cercò di avvicinarsi di più per poter osservare meglio quello spettacolo affascinante; mentre si avvicinava non si avvide di un ciottolo che stava proprio vicino al suo piede e che muovendosi fece rotolare nel laghetto di lava provocandone l'evaporazione istantanea.
Questo attirò l'attenzione dell'uccello che, appena vide il ragazzo allargò le sue lucenti e infuocate ali e spiccò il volo, lasciando il ragazzo a bocca aperta.
Rimasto solo, Rashid, uscì dalla bocca del Vulcano e ridiscese la scarpata fino a raggiungere l'accampamento. Al loro risveglio, il sole era già alto nel cielo. "Sai Sciarad" disse Rashid "questa notte sono salito sino in cima al vulcano dove ho visto la fenice fare il bagno in mezzo ad un laghetto di lava. E' stato uno spettacolo fantastico, mai avevo visto una cosa simile". Mentre erano presi nella descrizione dell'accaduto, non si accorsero che nella vegetazione li attorno, occhi curiosi osservavano ogni loro movimento.
Quando se ne resero conto Rashid mise subito mano alla spada e con gran voce urlò "Chi è là? chi siete ? che volete da noi? se siete uomini fatevi vedere!" A queste parole tutta la vegetazione circostante fu percorsa da un fremito e dopo alcuni minuti dai cespugli, da dietro gli alberi, da sotto a folte erbe, uscirono alla luce coloro che, per tutta la notte, sin dal loro arrivo, li avevano spiati.
Erano piccoli uomini, non più alti di mezzo metro, con grandi cappelli pintati su piccole teste e abitini color verde scuro o marrone. Ma l'aspetto più singolare di questi piccoli uomini stava nei loro enormi e pelosi piedi, che erano - rispetto alla loro altezza - alquanto sproporzionati. Questi omini si avvicinarono titubanti e timorosi ai due giovani. Ad un certo punto si fece avanti quello che doveva essere il capo di quella strana gente, visto che tutti gli facevano strada scostandosi al suo passaggio.
Il piccoletto si avvicinò ai due e disse con voce un po’ incerta "Chi siete? cosa volete da noi? forse volete sterminarci?" e dicendo ciò piantò i suoi grandi occhi preoccupati in quelli di Sciarad. Lei gli si avvicinò e gli disse "Non preoccupatevi, noi ci chiamiamo Sciarad e Rashid e non vogliamo farvi alcun male. Siamo venuti qui solo per catturare l'uccello di fuoco". A questo punto intervenne Rashid che chiese al capo dei piccoli esseri "Ora che noi vi abbiamo detto i nostri nomi e la ragione della nostra presenza su quest'isola, diteci chi siete voi e cosa fate qui?".
Il capo della piccola comunità disse "Noi siamo degli Hobbit e siamo i guardiani del grande uccello di fuoco, quello che voi intendete catturare. Ma ora venite con noi, vi porteremo al nostro villaggio dove potrete raccontarci tutto". Detto questo tutti si misero in cammino e si recarono verso il villaggio.
