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TRAME BREVI
le storie che non ho raccontato

A me non piace molto raccontare, non sono un vero narratore, non ho storie, non credo alle storie! Credo alle idee, ai pensieri e mi piace annotarli. Peggio per te direte voi, peggio per me effettivamente, uno scrittore senza storie è uno scrittore senza storia. Ed infatti è così, ma che devo fare ogni volta che faccio qualcosa o divento qualcuno, dopo poco mi sento estraneo a quella cosa, a quel qualcuno che ho intrapreso essere. Cado nelle storie solo quando sono disperato, non grandi disperazioni, intendo dire quando dispero. Allora le trame mi fanno passare il tempo, che non ho più nulla da fare, nulla da raggiungere, nulla da scoprire. È così per esempio che ho iniziato a leggere Maigret, piano, lentamente sto nei suoi racconti, entro nelle vite degli uomini che indaga senza nulla pretendere, con annoiata curiosità, come un estraneo appunto.

Non credo nelle storie credo nelle idee. Ma poi quando non ho più forza per inseguire le mie idee non mi restano che le storie ed a volte le trame ti portano in luoghi inaspettati dove trovi nuova vitalità, chissà …

Comunque, non ho molta pazienza e costruire trame è impegnativo, bisogna che ne valga la pena. Ogni tanto ne scrivo, ma le chiudo in fretta, brevemente, non ho tempo. Ognuna potrebbe essere sviluppata, in fondo ognuna è un soggetto, chissà forse un giorno li svilupperò, se interessano a qualcuno me lo si dica, in breve ne faccio quel che volete: romanzi, sceneggiature, racconti, menù, ecc. ecc.

Ne inserisco qui un paio che ho avuto modo, nel tempo, di scrivere. Forse inserirò qui tutte le storie che non ho raccontato fino in fondo.

 

- In caso di …
- Serena
- Italia - Germania

 

 

IN CASO DI …

Anche questa settimana é finita! Fuori dall'ufficio e di corsa a casa, il tempo di raccogliere quattro cose e sono prima in metrò e poi in treno. E per un paio di giorni fuori da questa città che puzza. Sì puzza terribilmente. Per il resto non mi dispiace neppure troppo, a patto di non correre giorno e notte tutti i santi giorni, per lavorare, per incontrarsi, per divertirsi, anche per annoiarsi ed anche per andare in cesso. Correre! Sempre che non si rimanga imbottigliati per strada.

Ma forse è quello che qui tutti bramano, rimanere imbottigliati, né a casa né al lavoro, ma in una terra di mezzo dentro la propria automobile, impossibilitati a fare alcunché; legittimati anzi, che per colpa del traffico non possono che aspettare e finalmente non far nulla con la coscienza a posto.

Questi i pensieri di Andrea mentre percorre le strade che lo separano dalla sua abitazione, e poi mentre sale al quarto piano dentro all'ascensore.

Valigia, Sherlock Holmes, un bicchier d'acqua e via. Chiudere il gas e serrare il portone.

Driin!!!

Cazzo!!!

— Pronto.
— Pronto, ingegner Andrea Zenone?
— Sì, chi è?
— Buongiorno, volevo sapere se è in vendita il suo appartamento.
— Come?!
— Sì volevo sapere se vende l'appartamento.
— Ci deve essere un errore l'appartamento non è di mia proprietà.
— Mi scusi.
— Nulla.

Ma guarda 'sto rompicoglioni, ti par questo il momento, dovevo venderglielo a 'sto sfigato. Via, dove ero rimasto? Valigia, Sherlock Holmes, gas, porta e di corsa al metrò.

Un momento!

E quello come faceva a conoscere il mio nome, il mio numero di telefono? E poi l'appartamento? Ma su! che balla è? Non ci crede nessuno che voleva sapere se vendo l'appartamento. Ma come? e chi può pensare che è mio.? No! È una balla, lo scopo deve essere un altro. Il mio nome può averlo preso dall'elenco del telefono ma non certo a caso. Sì ma sull'elenco mica c'è scritto che sono ingegnere. Potrebbe essere chiunque, con delle semplici congetture non capirò mai chi è. E allora perché? L'appartamento? Mica è mio!

Se sono in casa oppure no!!! Ladri! Sono ladri che vogliono sapere se sono in casa, che vogliono sapere se possono agire indisturbati. Sì e per far che? Rubare quelle quattro garabattole che ho in casa. Neanche un topo d'appartamento demente sarebbe interessato alle mie "ricchezze". E allora? Cosa rimane?

Chi rimane?!!! Io! È qualcuno che cerca me, vuole sapere se quel Andrea Zenone sull'elenco sono proprio io, voleva riconoscere la voce ed essere sicuro che questo è il mio appartamento. È qualcuno che adesso sa per certo che io sono qui. E qui mi può trovare quando vuole e come vuole. E per far che? Chi può avercela con me? E cosa vuole farmi?

Perdo il treno devo muovermi! Un momento e se mi aspetta fuori? Già ma perché? Grosso!!! Quella bestia di Grosso! L'altro giorno l'ho mandato a fanculo di fronte a tutti, non sopporto i prepotenti l'ho insultato con quella veemenza verbale che mi vien fuori ogni volta che mi fanno incazzare. Forse ho esagerato, in quei casi esagero sempre. Cazzo, quello è uno stronzo me l'avevano anche detto, un balordo con dei traffici a dir poco strani. Ha dei bei clienti il mio ufficio. Perché accidenti non sto zitto. Se mi facessi i fatti miei. E adesso che faccio! Quello è capace di spaccarmi la faccia. Finché si tratta di ingiurie mi so difendere, ma se quello viene alle mani cosa faccio? Ma infondo le mie sono congetture e se anche fosse vero magari vuole solo distruggermi l'appartamento o magari aspetta la settimana nuova per fare i conti. Merda …

Devo decidere qualcosa, mi metto un martello in tasca e faccio quello che posso. Averlo il martello. E poi magari si incazza anche di più e mi spacca la testa invece della faccia. No, ma in fondo non è detto, scendo e vado che è già tardi. No! Devo fare qualcosa, altrimenti cosa serve aver ragionato tanto, essersi accorti dell'inganno se poi mi butto nelle sue mani come se nulla fosse. Ho un vantaggio, io so che lui mi aspetta! Devo sfruttarlo, non so come ma devo sfruttare questo piccolo vantaggio. Scappo. Sì e da dove c'è solo un'uscita. E poi cosa faccio scappo tutti i giorni? L'appartamento non posso lasciarlo di punto in bianco, da chi vado? In fondo si tratta di pazientare un mese il trasferimento l'ho già ottenuto. Merda …

Scendo, ho già fatto tardi. Non posso far niente, sia quel che sia e speriamo vada tutto bene. È curioso a volte nella vita arrivi di fronte ad un vicolo cieco e saperlo non serve a niente, devi entrare e basta. Non ho alternative, cosa faccio mi barrico in casa, chiedo aiuto? E cosa racconto che mi è arrivata una strana telefonata? Vado …

E se mi ammazza di botte, che fine di merda Andrea! Beh una fine vale l'altra chissenefrega. No, ma sono solo congetture, era solo una telefonata. Sì però sapeva le mie generalità. Grosso è uno stronzo ma non può fare una cosa del genere è troppo anche per lui. E nel caso fosse tutto vero poi cosa dico al padreterno che sì lo avevo capito ma non potevo far nulla. Beh il mio vantaggio ce l'ho. So cosa mi aspetta e mi posso preparare, già preparare alla fine. Potrei scrivere un biglietto d'addio da leggere in caso di …
Buona fortuna Andrea.



Dopo qualche ora in treno, Andrea si è appisolato con il libro in mano. Apre all'improvviso gli occhi.

La portinaia!!! Quella stronza della portinaia ha messo la voce in giro che l'inquilino del quarto piano, l'ingegner Zenone, lascia l'appartamento e subito sono corsi a controllare con la penuria di appartamenti che c’è, lei non sa se sono in affitto oppure no e se a quella deficiente non le dicevo del trasferimento non sapeva neanche quello!!!

Fanculo lei e io che perdo tempo a pensare.

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SERENA

Era serena come da tanto tempo non riusciva più ad esserlo. Credeva di averla persa per sempre quella serenità ed invece era lì ancora presente anche per lei. Era bastato un omicidio ed ora era serena della serenità che ti coglie quando hai compiuto il tuo destino ne aspetti uno nuovo. La serenità del vuoto che ti accoglie, non sei più quella di prima e non sai cosa diventerai. Una pausa, un silenzio tra un destino compiuto ed un destino a venire, se verrà.

Entrò in casa si verso da bere un cognac e seduta sulla poltrona iniziò ad osservare il cielo fuori dalla finestra con le sue nubi, lente e serene.

Erano mesi che non riusciva a guardare il cielo, le sembrava vuoto, era come se ci fosse uno squarcio una ferita dolente al centro, visibile solo a lei, che non la faceva dormire non la faceva vivere. Si era aperto un varco nella sua vita tale da renderla priva di ogni senso. Era un dolore – certo – era stato l'amore – certo – ma era di più, molto di più.

Giovanni era uno strano uomo, se ne innamorò subito. Così schivo, così introverso, così gentile. Lei di uomini non ne capiva nulla, cosa può capire una professoressa di matematica sfiorita tra i banchi. I ragazzi lo avevano capito subito invece e le battute si sprecavano senza contare le scritte sui muri. Giovanni non se ne preoccupava più di tanto, sì era omosessuale ma non praticante. Per un cattolico era il pegno da pagare per rientrare nel consesso degli uomini. Lui lo faceva volentieri e forse non gli costava neppure tanto che non sembrava uomo particolarmente avvezzo alle cose della carne e del mondo ma piuttosto a quelle dello spirito come si addice ad un professore di religione. Tutto si risolveva in qualche mordace battuta al suo passare qualora qualche giovane maschio volesse così esporre per contrasto la sua virilità, cose sciocche da ragazzi e da adulti non troppo cresciuti. Ed in fondo senza reato non c'è colpevole e senza atto sessuale non può esserci omosessuale. La sua rimaneva così una vaga propensione.

Lei se ne innamorò lo stesso, anzi ancor più, in silenzio bramando di redimerlo o almeno affiancarsi a lui in fraterno affetto. In silenzio per non dar adito a scherno. Nessuno ebbe modo di vedere i suoi sguardi tranne Giovanni che ne rimase lusingato ma nulla più. Ma a lei bastò per iniziare quel lento e inesorabile assedio.

Ma Giovanni insegnava religione e tutti i giorni assediava con le sue domande i suoi allievi e Dio stesso. Ogni giorno la parola dei Testi Sacri per lui era spada per sezionare la vita ed i suoi misteri, pungolo per smantellare luoghi comuni e le banali idiozie di cui gli uomini si ammantano. Ben lontano dai suoi colleghi chierichetti che con precotte risposte dottrinali speravano di rispondere ad ogni domanda che le giovani vite degli allievi ponevano in essere. Ben diverso Giovanni, Giovanni era un rompicoglioni. Non dava tregua, incalzava e non offriva mai risposte ma un senso del sacro palpitante di un dolore incolmabile una passione che grondava. Proprio un rompicoglioni.

Come poteva non innamorarsene e se ne innamorò.

In un Liceo dabbene, di una provincia dabbene, un rompicoglioni così non va bene. Questo almeno pensavano in curia. Ed allora le voci nei corridoi aumentarono e dietro le cattedre, così piene di seni sfioriti, la maldicenza ebbe facile gioco. Nel giro di poche settimane la sua omosessualità inespressa si ingigantì e divenne autore dei più assurdi misfatti. Tutto si concluse con un allontanamento per incompatibilità. La vice preside, grande regista, di tutta la vicenda quel giorno si segno di fronte al crocifisso certa di aver fatto il suo dovere per il bene dei ragazzi e della scuola tutta. Si segno anche al funerale di Giovanni certa che per lui erano finite le sofferenze che una natura matrigna gli aveva dato in sorte.

Giovanni non poté sopportare quella pubblica gogna e la chimica farmaceutica gli venne in aiuto. Nessuno se ne accorse forse neppure lui. Morì da solo sdraiato sul letto aveva rassettato casa. Non lasciò biglietti era già tutto scritto sui suoi libri.

Fu quel giorno che il vuoto le entrò dentro facendole perdere il sonno e la pace. Non era dolore era un buco vuoto nel torace che faceva il cuore più gonfio. Non era dolore era peggio. Ma ancor peggio era il vuoto che ogni giorno la coglieva, lei sempre impreparata. Un giorno era il cielo, una volta un albero, sempre il suo lavoro, spesso le parole che le rivolgevano: tutto era vuoto, privo di significato alcuno. Camminava da estranea nella sua vita la guardava e non la capiva più.

Ed allora inizio a pensare allo squilibrio che quella morte aveva creato nell'ordine universale, quella vita incompiuta aveva lasciato un vuoto e per contrappeso da qualche altra parte qualcosa andava soppresso. Non era vendetta la sua, era ormai totalmente insensibile a così banali emozioni, era equilibrio. Doveva rimettere in ordine il mondo che quella morte aveva scomposto. Giovanni aveva riassetato casa sua ma non aveva potuto riassetare il cosmo. Bisognava ricucirne i lembi, curarne la vistosa ferita.

Non pensava fosse così facile. La vicepreside praticava oramai solo un vizio che lei chiamava piacere: fumare. Vezzo suo di quasi dirigente era quello di recarsi in un nascosto balconcino sul tetto vietato a tutti dal buon senso e da norme intransigenti. E per questo lo godeva ancorpiù, a lei era permessa questa trasgressione. Così assaporava lenta la sua sigaretta sporgendosi da quel vecchio parapetto per osservare da padrona il suo regno. Ognuno coltiva i suoi piaceri e questo era il suo. Pochi i viziosi che potevano usufruire di tale segreto anfratto, tra questi c'era anche lei timida professoressa di matematica, avvezza per necessità a questo vizio in mancanza di altri.

Su quel nascosto e diruto terrazzo tra le volute di fumo, il cielo e i coppi in quelle giornate primaverili piene di vita quel varco a lei sembrava ancora più evidente ed incombente. Era lì di fronte a lei, bastava una spinta un gesto minimo. Come mai prima di ora sapeva vedere la morte ad ogni angolo, era lì sempre presente, un lieve piccola coincidenza di circostanze poteva far varcare quel solco che ci divide dalla vita. Un niente, basta osservare. Quei pochi bulloni che tengono salda quella vecchia ringhiera per esempio. Giovedì alla quarta ora la vicepreside vi si reca sempre sola, lei invece esce va a prendere l'autobus. Ed è così aspettando l'autobus in lontananza che ha assistito alla scena, un puntino niente più, che cadeva nel vuoto, neanche le urla ha sentito che il traffico urbano non rispetta neppure la morte.

Era tornata a casa sul suo autobus, come sempre, con totale naturalezza non aveva neppure dovuto simulare dolore e stupore semplicemente lei ancora non sapeva, qualcuno l’avrebbe avvisata ma chissà quando, forse oggi, forse domani.

Non credeva fosse così facile uccidere, ma in fondo lei non aveva ucciso nessuno, aveva solo creato le premesse perché l'incidente avvenisse, aveva solo aumentato le probabilità di morte che sono insite nella vita stessa. Certo se qualche ispettore scrupoloso avesse voluto indagare quei due bulloni erano stranamente allentati ma chi? e perché? e con quali arnesi? non avrebbe trovato neppure una risposta alle sue domande.

Il varco ora era sanato e lei poteva guardare finalmente le nubi ed il cielo. Le affiorò alla mente Giovanni le sue parole il suo volto e capì. Il danno era incolmabile, Giovanni era morto, per sempre vittima. Capì che il danno che la vittima subisce è incolmabile ed eterno ed è insignificante al confronto la pena del reo. Nulla era più come prima e mai più lo sarebbe stato. Lei aveva ingoiato tutto quel vuoto che la morte di Giovanni aveva prodotto ora era dentro di lei, l'ordine era stato ricostruito ma lei non doveva farlo fuoriuscire da sé, lei ora era lo scrigno che conserva la vacuità del mondo. Tacere, schizofrenicamente dimenticare, questo il suo destino.

Ma il futuro, quel suo futuro che aveva iniziato a sognare non sarà più. Il corpo di Giovanni morto, per sempre fermo nei suoi trentacinque anni. E tra breve lei li oltrepasserà e poi i cinquanta e poi i sessanta e poi ... E se un giorno la salvezza si avverasse e se fosse vero che i corpi rinasceranno allora lei sarebbe già un'altra e forse Giovanni nella sua gioventù neppure la riconoscerebbe. Riconoscerebbe la vice preside, lei sì.

La morte è ad ogni angolo dovrò iniziare a cercare il mio, pensò.

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ITALIA – GERMANIA

Un silenzio innaturale, la città vuota, silente. Un varco nel tempo. Non è un quadro metafisico, non è frutto di un tragico cataclisma o della feroce violenza terroristica. No! È l’ennesima sfida tra Italia Germania che immobilizza tutti e rende questa città surreale.
Lo stradone sotto la mia finestra è sgombro di automobili, non ricordavo l’odore dell’aria nelle sere d’estate quando il vento la muove un poco, non lo ricordavo senza quel sentore di benzene che le dona quel senso di modernità che la pervade, che ci pervade!
Il cronista da dietro le finestre illuminate, dentro le nuove televisioni a schermo piatto comprate a rate da pagare nell’anno a venire, spiega con dovizia di particolari, descrive lontano ma a me percepibile i percorsi della palla, il suo vagare nel labirinto rettangolare del campo. Due ore senza trovare un varco, quel filo trama sul verde tra quarantaquattro gambe scattanti senza trovare uno spiraglio, una uscita.
Poi un urlo, lancinante, mostruoso, viscerale, più animale che umano, collettivo. Hanno ucciso il minotauro? Teseo ci ha liberato dal mostro? Lo hanno squartato! Sgozzato! Annientato per sempre? No! Hanno fatto solo goal.
Un urlo strozzato gioia e agonia. Forse è troppo facile identificare l’Italia in quel grido, un paese strozzato ed in agonia che gioisce in modo rabbioso del suo riscatto. Facili generalizzazioni, troppo facile chiudere in un solo urlo – seppur collettivo – un’analisi sociale e culturale di un paese tutto. Sono queste considerazioni da tuttologi improvvisati, da intellettuali semplicioni ed arroganti, come vanno di moda oggidì.
Ma perché non dovrei abbandonarmi a questo mare di arroganza e di semplicità? Perché io e io solo? Anche io ho il mio grido, anche io ho solo il mio grido. Che dovrei fare? Sondaggi? Indagini? Imbastire erudite chiavi interpretative, per dimostrare nei fatti e con concretezza di dati? E che cosa? La totale evidenza che mi appare in questa sera d’estate. L’evidenza non si spiega, non apre le sue pieghe come un foglio di fronte ai nostri occhi, l’evidenza è fulminea, appare.
Mi fanno sorridere le analisi di fine anno del Censis – che pure ascolto con interesse – ogni volta affermano con tanto di percentuali quel che è sotto agli occhi di tutti. Alle fredde statistiche il compito di osservare il mondo, alle rigorose statistiche quel che – solo il secolo scorso – un qualsiasi individuo armato di senso critico avrebbe fatto da sé con l’ausilio delle sue orecchie e dei suoi occhi.

L’Italia è strozzata, gli italiani sono soffocati e sono pronti a scatenare la loro rabbia, la loro vita trattenuta, per una inezia. Contro tutto e tutti, vogliono un urlo liberatorio, vogliono spazzare tutto via, come vuole tutto gettare chi non ha via d’uscita.

Perché non dovrei dirlo, perché non ho dati percentuali? Preferite che vi racconti il mio tedio, la mia solitudine in questa Italia che si appassiona di palle che ruotano dentro e fuori dai campi di calcio? O preferite epici racconti generazionali di serate passate di fronte al televisore? Piatto ovviamente. Non lo farò, fatevene una ragione.

Vi parlerò degli sconfitti, dello sguardo perdente e del baratro emotivo nel quale sono caduti.
Le due squadre hanno danzato insieme, avvinte in un gioco in fondo privo di senso, al quale noi concordi abbiamo dato scopo e significato. Solo un rituale in fondo, un rituale per sconfiggere ben altro avversario. Una danza sul bordo del baratro, una pantomima che ci ha legati ed avvinti, avversari, rivali uno dell’altro, intrecciati nello stesso comune destino. Poi due minuti, due minuti soltanto, due soli goal hanno reciso, deciso i destini. I vincitori e i vinti. Per sempre divisi.
Quel fallimento repentino e abissale mi sembra glorioso e al contempo profondamente umano, glorioso come solo l’uomo quando è uomo sa essere. Rimanere immobili e vuoti dentro uno stadio sbraitante, attoniti sotto la notte e soli con la propria sconfitta, il proprio limite, che è sempre individuale. Diverso è l’urlo di gioia bestiale, il salto nevrotico, l’abbraccio sudato, la gioia di massa, collettiva e inumana.
Come ho desiderato in quel momento che si dipingesse sul volto dei vincitori la pietas per il destino del vinto, che per un soffio – non dimentichiamolo – non è stato il nostro. Di più! Ho desiderato che si riconoscesse l’eguale destino dei contendenti che allo stesso modo sopravvivono e periscono nell’agone. Non per pietà l’ho desiderato ma per maggior gloria, l’animale non vince ma sopravvive e l’uomo con la sua consapevolezza che – lui solo – può vincere. L’onore delle armi non è vana formalità.

È forse un buon soggetto per un racconto. Il protagonista svolge la sua storia, forse solo la pensa o la ricorda sullo sfondo di una metafisica città silente che si strozza in un grido.
Lascio ad altri l’onere di riempire questo quadro con una trama, un colpevole, una premessa ed un finale.
Lascio ad altri più volenterosi, più bravi, più motivati, con più storie da raccontare. Io ho solo questa immagine mentre in casa tutti dormono.


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© Daniele Leone