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IN CASO DI
Anche questa settimana é finita!
Fuori dall'ufficio e di corsa a casa, il tempo di raccogliere quattro
cose e sono prima in metrò e poi in treno. E per un paio di giorni
fuori da questa città che puzza. Sì puzza terribilmente.
Per il resto non mi dispiace neppure troppo, a patto di non correre
giorno e notte tutti i santi giorni, per lavorare, per incontrarsi,
per divertirsi, anche per annoiarsi ed anche per andare in cesso. Correre!
Sempre che non si rimanga imbottigliati per strada.
Ma forse è quello che qui tutti bramano, rimanere imbottigliati,
né a casa né al lavoro, ma in una terra di mezzo dentro
la propria automobile, impossibilitati a fare alcunché; legittimati
anzi, che per colpa del traffico non possono che aspettare e finalmente
non far nulla con la coscienza a posto.
Questi i pensieri di Andrea mentre percorre le strade che lo separano
dalla sua abitazione, e poi mentre sale al quarto piano dentro all'ascensore.
Valigia, Sherlock Holmes, un bicchier d'acqua e via. Chiudere il gas
e serrare il portone.
Driin!!!
Cazzo!!!
Pronto.
Pronto, ingegner Andrea Zenone?
Sì, chi è?
Buongiorno, volevo sapere se è in vendita il suo appartamento.
Come?!
Sì volevo sapere se vende l'appartamento.
Ci deve essere un errore l'appartamento non è di mia proprietà.
Mi scusi.
Nulla.
Ma guarda 'sto rompicoglioni, ti par questo il momento, dovevo venderglielo
a 'sto sfigato. Via, dove ero rimasto? Valigia, Sherlock Holmes, gas,
porta e di corsa al metrò.
Un momento!
E quello come faceva a conoscere il mio nome, il mio numero di telefono?
E poi l'appartamento? Ma su! che balla è? Non ci crede nessuno
che voleva sapere se vendo l'appartamento. Ma come? e chi può
pensare che è mio.? No! È una balla, lo scopo deve essere
un altro. Il mio nome può averlo preso dall'elenco del telefono
ma non certo a caso. Sì ma sull'elenco mica c'è scritto
che sono ingegnere. Potrebbe essere chiunque, con delle semplici congetture
non capirò mai chi è. E allora perché? L'appartamento?
Mica è mio!
Se sono in casa oppure no!!! Ladri! Sono ladri che vogliono sapere se
sono in casa, che vogliono sapere se possono agire indisturbati. Sì
e per far che? Rubare quelle quattro garabattole che ho in casa. Neanche
un topo d'appartamento demente sarebbe interessato alle mie "ricchezze".
E allora? Cosa rimane?
Chi rimane?!!! Io! È qualcuno che cerca me, vuole sapere se quel
Andrea Zenone sull'elenco sono proprio io, voleva riconoscere la voce
ed essere sicuro che questo è il mio appartamento. È qualcuno
che adesso sa per certo che io sono qui. E qui mi può trovare
quando vuole e come vuole. E per far che? Chi può avercela con
me? E cosa vuole farmi?
Perdo il treno devo muovermi! Un momento e se mi aspetta fuori? Già
ma perché? Grosso!!! Quella bestia di Grosso! L'altro giorno
l'ho mandato a fanculo di fronte a tutti, non sopporto i prepotenti
l'ho insultato con quella veemenza verbale che mi vien fuori ogni volta
che mi fanno incazzare. Forse ho esagerato, in quei casi esagero sempre.
Cazzo, quello è uno stronzo me l'avevano anche detto, un balordo
con dei traffici a dir poco strani. Ha dei bei clienti il mio ufficio.
Perché accidenti non sto zitto. Se mi facessi i fatti miei. E
adesso che faccio! Quello è capace di spaccarmi la faccia. Finché
si tratta di ingiurie mi so difendere, ma se quello viene alle mani
cosa faccio? Ma infondo le mie sono congetture e se anche fosse vero
magari vuole solo distruggermi l'appartamento o magari aspetta la settimana
nuova per fare i conti. Merda
Devo decidere qualcosa, mi metto un martello in tasca e faccio quello
che posso. Averlo il martello. E poi magari si incazza anche di più
e mi spacca la testa invece della faccia. No, ma in fondo non è
detto, scendo e vado che è già tardi. No! Devo fare qualcosa,
altrimenti cosa serve aver ragionato tanto, essersi accorti dell'inganno
se poi mi butto nelle sue mani come se nulla fosse. Ho un vantaggio,
io so che lui mi aspetta! Devo sfruttarlo, non so come ma devo sfruttare
questo piccolo vantaggio. Scappo. Sì e da dove c'è solo
un'uscita. E poi cosa faccio scappo tutti i giorni? L'appartamento non
posso lasciarlo di punto in bianco, da chi vado? In fondo si tratta
di pazientare un mese il trasferimento l'ho già ottenuto. Merda
Scendo, ho già fatto tardi. Non posso far niente, sia quel che
sia e speriamo vada tutto bene. È curioso a volte nella vita
arrivi di fronte ad un vicolo cieco e saperlo non serve a niente, devi
entrare e basta. Non ho alternative, cosa faccio mi barrico in casa,
chiedo aiuto? E cosa racconto che mi è arrivata una strana telefonata?
Vado
E se mi ammazza di botte, che fine di merda Andrea! Beh una fine vale
l'altra chissenefrega. No, ma sono solo congetture, era solo una telefonata.
Sì però sapeva le mie generalità. Grosso è
uno stronzo ma non può fare una cosa del genere è troppo
anche per lui. E nel caso fosse tutto vero poi cosa dico al padreterno
che sì lo avevo capito ma non potevo far nulla. Beh il mio vantaggio
ce l'ho. So cosa mi aspetta e mi posso preparare, già preparare
alla fine. Potrei scrivere un biglietto d'addio da leggere in caso di
Buona fortuna Andrea.
Dopo qualche ora in treno, Andrea si è appisolato con il libro
in mano. Apre all'improvviso gli occhi.
La portinaia!!! Quella stronza della portinaia ha messo la voce in giro
che l'inquilino del quarto piano, l'ingegner Zenone, lascia l'appartamento
e subito sono corsi a controllare con la penuria di appartamenti che
cè, lei non sa se sono in affitto oppure no e se a quella
deficiente non le dicevo del trasferimento non sapeva neanche quello!!!
Fanculo lei e io che perdo tempo a pensare.
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SERENA
Era serena come da tanto tempo non riusciva
più ad esserlo. Credeva di averla persa per sempre quella serenità
ed invece era lì ancora presente anche per lei. Era bastato un
omicidio ed ora era serena della serenità che ti coglie quando
hai compiuto il tuo destino ne aspetti uno nuovo. La serenità
del vuoto che ti accoglie, non sei più quella di prima e non
sai cosa diventerai. Una pausa, un silenzio tra un destino compiuto
ed un destino a venire, se verrà.
Entrò in casa si verso da bere un cognac e seduta sulla poltrona
iniziò ad osservare il cielo fuori dalla finestra con le sue
nubi, lente e serene.
Erano mesi che non riusciva a guardare il cielo, le sembrava vuoto,
era come se ci fosse uno squarcio una ferita dolente al centro, visibile
solo a lei, che non la faceva dormire non la faceva vivere. Si era aperto
un varco nella sua vita tale da renderla priva di ogni senso. Era un
dolore certo era stato l'amore certo ma
era di più, molto di più.
Giovanni era uno strano uomo, se ne innamorò subito. Così
schivo, così introverso, così gentile. Lei di uomini non
ne capiva nulla, cosa può capire una professoressa di matematica
sfiorita tra i banchi. I ragazzi lo avevano capito subito invece e le
battute si sprecavano senza contare le scritte sui muri. Giovanni non
se ne preoccupava più di tanto, sì era omosessuale ma
non praticante. Per un cattolico era il pegno da pagare per rientrare
nel consesso degli uomini. Lui lo faceva volentieri e forse non gli
costava neppure tanto che non sembrava uomo particolarmente avvezzo
alle cose della carne e del mondo ma piuttosto a quelle dello spirito
come si addice ad un professore di religione. Tutto si risolveva in
qualche mordace battuta al suo passare qualora qualche giovane maschio
volesse così esporre per contrasto la sua virilità, cose
sciocche da ragazzi e da adulti non troppo cresciuti. Ed in fondo senza
reato non c'è colpevole e senza atto sessuale non può
esserci omosessuale. La sua rimaneva così una vaga propensione.
Lei se ne innamorò lo stesso, anzi ancor più, in silenzio
bramando di redimerlo o almeno affiancarsi a lui in fraterno affetto.
In silenzio per non dar adito a scherno. Nessuno ebbe modo di vedere
i suoi sguardi tranne Giovanni che ne rimase lusingato ma nulla più.
Ma a lei bastò per iniziare quel lento e inesorabile assedio.
Ma Giovanni insegnava religione e tutti i giorni assediava con le sue
domande i suoi allievi e Dio stesso. Ogni giorno la parola dei Testi
Sacri per lui era spada per sezionare la vita ed i suoi misteri, pungolo
per smantellare luoghi comuni e le banali idiozie di cui gli uomini
si ammantano. Ben lontano dai suoi colleghi chierichetti che con precotte
risposte dottrinali speravano di rispondere ad ogni domanda che le giovani
vite degli allievi ponevano in essere. Ben diverso Giovanni, Giovanni
era un rompicoglioni. Non dava tregua, incalzava e non offriva mai risposte
ma un senso del sacro palpitante di un dolore incolmabile una passione
che grondava. Proprio un rompicoglioni.
Come poteva non innamorarsene e se ne innamorò.
In un Liceo dabbene, di una provincia dabbene, un rompicoglioni così
non va bene. Questo almeno pensavano in curia. Ed allora le voci nei
corridoi aumentarono e dietro le cattedre, così piene di seni
sfioriti, la maldicenza ebbe facile gioco. Nel giro di poche settimane
la sua omosessualità inespressa si ingigantì e divenne
autore dei più assurdi misfatti. Tutto si concluse con un allontanamento
per incompatibilità. La vice preside, grande regista, di tutta
la vicenda quel giorno si segno di fronte al crocifisso certa di aver
fatto il suo dovere per il bene dei ragazzi e della scuola tutta. Si
segno anche al funerale di Giovanni certa che per lui erano finite le
sofferenze che una natura matrigna gli aveva dato in sorte.
Giovanni non poté sopportare quella pubblica gogna e la chimica
farmaceutica gli venne in aiuto. Nessuno se ne accorse forse neppure
lui. Morì da solo sdraiato sul letto aveva rassettato casa. Non
lasciò biglietti era già tutto scritto sui suoi libri.
Fu quel giorno che il vuoto le entrò dentro facendole perdere
il sonno e la pace. Non era dolore era un buco vuoto nel torace che
faceva il cuore più gonfio. Non era dolore era peggio. Ma ancor
peggio era il vuoto che ogni giorno la coglieva, lei sempre impreparata.
Un giorno era il cielo, una volta un albero, sempre il suo lavoro, spesso
le parole che le rivolgevano: tutto era vuoto, privo di significato
alcuno. Camminava da estranea nella sua vita la guardava e non la capiva
più.
Ed allora inizio a pensare allo squilibrio che quella morte aveva creato
nell'ordine universale, quella vita incompiuta aveva lasciato un vuoto
e per contrappeso da qualche altra parte qualcosa andava soppresso.
Non era vendetta la sua, era ormai totalmente insensibile a così
banali emozioni, era equilibrio. Doveva rimettere in ordine il mondo
che quella morte aveva scomposto. Giovanni aveva riassetato casa sua
ma non aveva potuto riassetare il cosmo. Bisognava ricucirne i lembi,
curarne la vistosa ferita.
Non pensava fosse così facile. La vicepreside praticava oramai
solo un vizio che lei chiamava piacere: fumare. Vezzo suo di quasi dirigente
era quello di recarsi in un nascosto balconcino sul tetto vietato a
tutti dal buon senso e da norme intransigenti. E per questo lo godeva
ancorpiù, a lei era permessa questa trasgressione. Così
assaporava lenta la sua sigaretta sporgendosi da quel vecchio parapetto
per osservare da padrona il suo regno. Ognuno coltiva i suoi piaceri
e questo era il suo. Pochi i viziosi che potevano usufruire di tale
segreto anfratto, tra questi c'era anche lei timida professoressa di
matematica, avvezza per necessità a questo vizio in mancanza
di altri.
Su quel nascosto e diruto terrazzo tra le volute di fumo, il cielo e
i coppi in quelle giornate primaverili piene di vita quel varco a lei
sembrava ancora più evidente ed incombente. Era lì di
fronte a lei, bastava una spinta un gesto minimo. Come mai prima di
ora sapeva vedere la morte ad ogni angolo, era lì sempre presente,
un lieve piccola coincidenza di circostanze poteva far varcare quel
solco che ci divide dalla vita. Un niente, basta osservare. Quei pochi
bulloni che tengono salda quella vecchia ringhiera per esempio. Giovedì
alla quarta ora la vicepreside vi si reca sempre sola, lei invece esce
va a prendere l'autobus. Ed è così aspettando l'autobus
in lontananza che ha assistito alla scena, un puntino niente più,
che cadeva nel vuoto, neanche le urla ha sentito che il traffico urbano
non rispetta neppure la morte.
Era tornata a casa sul suo autobus, come sempre, con totale naturalezza
non aveva neppure dovuto simulare dolore e stupore semplicemente lei
ancora non sapeva, qualcuno lavrebbe avvisata ma chissà
quando, forse oggi, forse domani.
Non credeva fosse così facile uccidere, ma in fondo lei non aveva
ucciso nessuno, aveva solo creato le premesse perché l'incidente
avvenisse, aveva solo aumentato le probabilità di morte che sono
insite nella vita stessa. Certo se qualche ispettore scrupoloso avesse
voluto indagare quei due bulloni erano stranamente allentati ma chi?
e perché? e con quali arnesi? non avrebbe trovato neppure una
risposta alle sue domande.
Il varco ora era sanato e lei poteva guardare finalmente le nubi ed
il cielo. Le affiorò alla mente Giovanni le sue parole il suo
volto e capì. Il danno era incolmabile, Giovanni era morto, per
sempre vittima. Capì che il danno che la vittima subisce è
incolmabile ed eterno ed è insignificante al confronto la pena
del reo. Nulla era più come prima e mai più lo sarebbe
stato. Lei aveva ingoiato tutto quel vuoto che la morte di Giovanni
aveva prodotto ora era dentro di lei, l'ordine era stato ricostruito
ma lei non doveva farlo fuoriuscire da sé, lei ora era lo scrigno
che conserva la vacuità del mondo. Tacere, schizofrenicamente
dimenticare, questo il suo destino.
Ma il futuro, quel suo futuro che aveva iniziato a sognare non sarà
più. Il corpo di Giovanni morto, per sempre fermo nei suoi trentacinque
anni. E tra breve lei li oltrepasserà e poi i cinquanta e poi
i sessanta e poi ... E se un giorno la salvezza si avverasse e se fosse
vero che i corpi rinasceranno allora lei sarebbe già un'altra
e forse Giovanni nella sua gioventù neppure la riconoscerebbe.
Riconoscerebbe la vice preside, lei sì.
La morte è ad ogni angolo dovrò iniziare a cercare il
mio, pensò.
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ITALIA GERMANIA
Un silenzio innaturale, la città vuota, silente.
Un varco nel tempo. Non è un quadro metafisico, non è
frutto di un tragico cataclisma o della feroce violenza terroristica.
No! È lennesima sfida tra Italia Germania che immobilizza
tutti e rende questa città surreale.
Lo stradone sotto la mia finestra è sgombro di automobili, non
ricordavo lodore dellaria nelle sere destate quando
il vento la muove un poco, non lo ricordavo senza quel sentore di benzene
che le dona quel senso di modernità che la pervade, che ci pervade!
Il cronista da dietro le finestre illuminate, dentro le nuove televisioni
a schermo piatto comprate a rate da pagare nellanno a venire,
spiega con dovizia di particolari, descrive lontano ma a me percepibile
i percorsi della palla, il suo vagare nel labirinto rettangolare del
campo. Due ore senza trovare un varco, quel filo trama sul verde tra
quarantaquattro gambe scattanti senza trovare uno spiraglio, una uscita.
Poi un urlo, lancinante, mostruoso, viscerale, più animale che
umano, collettivo. Hanno ucciso il minotauro? Teseo ci ha liberato dal
mostro? Lo hanno squartato! Sgozzato! Annientato per sempre? No! Hanno
fatto solo goal.
Un urlo strozzato gioia e agonia. Forse è troppo facile identificare
lItalia in quel grido, un paese strozzato ed in agonia che gioisce
in modo rabbioso del suo riscatto. Facili generalizzazioni, troppo facile
chiudere in un solo urlo seppur collettivo unanalisi
sociale e culturale di un paese tutto. Sono queste considerazioni da
tuttologi improvvisati, da intellettuali semplicioni ed arroganti, come
vanno di moda oggidì.
Ma perché non dovrei abbandonarmi a questo mare di arroganza
e di semplicità? Perché io e io solo? Anche io ho il mio
grido, anche io ho solo il mio grido. Che dovrei fare? Sondaggi? Indagini?
Imbastire erudite chiavi interpretative, per dimostrare nei fatti e
con concretezza di dati? E che cosa? La totale evidenza che mi appare
in questa sera destate. Levidenza non si spiega, non apre
le sue pieghe come un foglio di fronte ai nostri occhi, levidenza
è fulminea, appare.
Mi fanno sorridere le analisi di fine anno del Censis che pure
ascolto con interesse ogni volta affermano con tanto di percentuali
quel che è sotto agli occhi di tutti. Alle fredde statistiche
il compito di osservare il mondo, alle rigorose statistiche quel che
solo il secolo scorso un qualsiasi individuo armato di
senso critico avrebbe fatto da sé con lausilio delle sue
orecchie e dei suoi occhi.
LItalia è strozzata, gli italiani sono soffocati e sono
pronti a scatenare la loro rabbia, la loro vita trattenuta, per una
inezia. Contro tutto e tutti, vogliono un urlo liberatorio, vogliono
spazzare tutto via, come vuole tutto gettare chi non ha via duscita.
Perché non dovrei dirlo, perché non ho dati percentuali?
Preferite che vi racconti il mio tedio, la mia solitudine in questa
Italia che si appassiona di palle che ruotano dentro e fuori dai campi
di calcio? O preferite epici racconti generazionali di serate passate
di fronte al televisore? Piatto ovviamente. Non lo farò, fatevene
una ragione.
Vi parlerò degli sconfitti, dello sguardo perdente e del baratro
emotivo nel quale sono caduti.
Le due squadre hanno danzato insieme, avvinte in un gioco in fondo privo
di senso, al quale noi concordi abbiamo dato scopo e significato. Solo
un rituale in fondo, un rituale per sconfiggere ben altro avversario.
Una danza sul bordo del baratro, una pantomima che ci ha legati ed avvinti,
avversari, rivali uno dellaltro, intrecciati nello stesso comune
destino. Poi due minuti, due minuti soltanto, due soli goal hanno reciso,
deciso i destini. I vincitori e i vinti. Per sempre divisi.
Quel fallimento repentino e abissale mi sembra glorioso e al contempo
profondamente umano, glorioso come solo luomo quando è
uomo sa essere. Rimanere immobili e vuoti dentro uno stadio sbraitante,
attoniti sotto la notte e soli con la propria sconfitta, il proprio
limite, che è sempre individuale. Diverso è lurlo
di gioia bestiale, il salto nevrotico, labbraccio sudato, la gioia
di massa, collettiva e inumana.
Come ho desiderato in quel momento che si dipingesse sul volto dei vincitori
la pietas per il destino del vinto, che per un soffio
non dimentichiamolo non è stato il nostro. Di più!
Ho desiderato che si riconoscesse leguale destino dei contendenti
che allo stesso modo sopravvivono e periscono nellagone. Non per
pietà lho desiderato ma per maggior gloria, lanimale
non vince ma sopravvive e luomo con la sua consapevolezza che
lui solo può vincere. Lonore delle armi non
è vana formalità.
È forse un buon soggetto per un racconto. Il protagonista svolge
la sua storia, forse solo la pensa o la ricorda sullo sfondo di una
metafisica città silente che si strozza in un grido.
Lascio ad altri lonere di riempire questo quadro con una trama,
un colpevole, una premessa ed un finale.
Lascio ad altri più volenterosi, più bravi, più
motivati, con più storie da raccontare. Io ho solo questa immagine
mentre in casa tutti dormono.
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