NOTE

1 - Ognuna di queste possibilità, ognuna di queste vite è in sé compiuta, è un cosmo, un "tutto".

2 - Mi sono sempre fatto affascinare, forse per vezzo, dall'assonanza tra , la verità dei greci e l'alea, l'azzardo, il fato, la sorte dei romani. Non so se qualcuno ha mai dato fondamento a ciò, per me è solo un gioco con l'etimo, un gioco pieno di suggestioni; pensate solo all'ipotesi che l'uomo romano abbia inteso la verità greca come gioco d'azzardo oppure che quest'assonanza sia un caso fortuito, semplicemente un lancio di dadi.

3 - Io ricordo raramente i sogni e dunque anche gli incubi, li ricordo solo se mi sveglio di soprassalto dal dormiveglia oppure perché nel sogno l'emozione che sto provando è insostenibile oppure perché muoio; in sogno a volte sono morto. Ma gli incubi che ricordo sono strani, non ci sono mai azioni o cose terribili, ma piuttosto presenze inquietanti, impossibili da dimostrare, ma di cui io sento una chiara percezione, una percezione così chiara che non ha bisogno di prove né di dati sensoriali - è vero - quel che sento - è vero - nella sua impercepibile drammaticità - è vero - anche se non sta accadendo, nel mio sogno, nulla. Il grado d'inquietudine che questi sogni mi lasciano è indescrivibile, è per me più facile dare un senso alla storia - determinare delle ragioni, fingere di ricordare quel sogno - piuttosto che ricordare quello sgomento incommensurabile che generava nel mio animo. Questo capita anche nelle ore diurne, lo paragonerei a quei momenti in cui provo emozioni insostenibili quel che provo è indescrivibile ed in qualche modo autonomo rispetto alle azioni che determinano questo sentire. È per me più semplice ricordare tutto ciò come una serie di azioni e di cause svoltesi in un determinato modo e che hanno generato determinate emozioni, che nomino solamente. Di questi nomi non ho paura. Ma io so che non è così, quei momenti erano assoluti ed assolutamente irriducibili ad una qualsiasi interpretazione o comunque impossibili a comprendersi e tanto meno a nominarsi. Io penso che se con i nostri intelletti non avessimo costruito questo armamentario sgangherato di nozioni, concetti, modelli, interpretazioni, parole e nomi saremmo preda ogni giorno di un sentire - di un sentire l'esistenza - che ci dominerebbe e ci annienterebbe in un attimo; immagino sia stato questo il sentire degli uomini primitivi, immagino sia questo il sentire degli animali, soffrire e gioire senza sapere; come il cane che non sa fino a quando il padrone lo accarezzerà e cosa farà dopo e perché? E se lo abbandonano, perché lo abbandonano? E se sta male, perché sta male? Cosa può mai sapere un povero cane? Ma noi, noi uomini, preferiamo fingere di sapere il motivo per cui gioiamo o soffriamo, un perché c'è sempre basta immaginarlo. Noi sappiamo che rimarremmo atterriti nel guardare la profondità degli occhi della Gorgone, ma è da tanto che l'abbiamo sconfitta - questa figlia di una natura violenta, incomprensibile e arcana - che non ricordiamo più che noi non sappiamo che cosa c'è nell'abisso di quello sguardo e che chi lo vede non torna.

4 - Nel labirinto, in una delle sue rappresentazioni più arcaiche perlomeno, viene posto un enigma, manca ciò che rende il labirinto tale: la perdita, la possibilità di perdersi. Questo meandro ha un solo percorso l'assenza di pericolo è inquietante, l'assenza del problema che il labirinto pone è un temibile . Ma forse l'enigma c'è; se consideriamo il tratto nero come percorso abbiamo quattro punti di inizio, o di arrivo, quattro potrebbe essere un'allusione alla molteplicità dell'esistenza, se contrapponiamo questo percorso all'altro, quello bianco, con un solo ingresso, una sola via, un solo punto di arrivo non otteniamo forse il che la Grecia ci ha lasciato in dono: due percorsi diametralmente opposti che convivono nello stesso segno.

5 - Semplice. È una parola, questa, talmente logora e sfruttata che ho paura ad usarla, questa è una colpa grave: compromettere il senso di una parola attraverso l'uso bugiardo. Ma in qualche misura questa parola è bugiarda in sé; alla voce semplice sul dizionario è scritto: non composto da parti, formato da un solo elemento; deriva dal latino simplex, parola che non è semplice perché è composta dall'indoeuropeo sem, che significa uno, e da plex, che sta per intrecciare. Uno strano modo per nominare ciò che è semplice fare riferimento a ciò che gli è opposto, considerarlo solo una delle possibilità dell'intreccio, del complesso.

Come se noi in realtà conoscessimo solo il suo contrario e non potessimo in alcun modo prescindere da ciò neppure quando aspiriamo a negarlo. Si definisce, dunque, come desiderio, aspirazione di negare o ridurre il complesso, questo, invece, ben noto. Italo Calvino, nelle sue "Lezioni americane", non dedica una lezione al semplice ma al molteplice e sogna un'opera che ci permetta di uscire dalla prospettiva limitata d'un io individuale, di uscire dalla molteplicità delle prospettive, " magari fosse possibile un'opera concepita al di fuori del self ", magari!

6 - Leggero. "Che si sopporta facilmente", questo scrive il dizionario. Anche questo evidentemente è un desiderio, ma il problema che mi pongo ora è il seguente: per caso questa leggerezza, da tanti ambita e promossa, non sarà proprio questa totale indifferenza della nostra civiltà, questa immacolata inconsapevolezza pura e criminale ad un tempo? Forse che sia questa la leggerezza che ci farà fare il balzo oltre il millennio? Non sarà forse che abbiamo già questa leggerezza e si chiama consumo o spettacolo? Non sono forse questi i riflessi più lievi di quello sguardo della Medusa - di quel volto della natura che impietrisce - che vogliamo sconfiggere? O forse è già sconfitta non la temiamo più la natura e non temiamo più lo strumento con il quale ci ha dominato: la morte. Riflessa in questo multiforme specchio non resta nulla della sua terribilità, anzi ora noi abbiamo in mano questo potere e temiamo piuttosto noi stessi. Se tutti possiamo dunque considerarci come Perseo - vincitori sull'orrore del mondo - certo è che a noi manca la consapevolezza: è questa differenza che fa l'eroe, che fa il poeta.

Il problema che si pone è: questa leggerezza che auspichiamo può essere incosciente? Non so e non voglio la responsabilità di questa risposta, ma attesto - e metto a prova me stesso, la mia vita, la mia esperienza e null'altro - che la coscienza della leggerezza ha un respiro più ampio, più profondo e che dà un vero piacere, piacere che non ho mai provato nell'atto inconsapevole.


Perché, ahimè,
di balzi ce n'è sono
almeno tre.
 
Primo è il salto dell'idiota
se si salva, non lo nota.
 
Poi quello del beota:
planare sulla mota.
 
Ultimo è il poeta,
del salto, vero atleta.
 

7 - Pena. Poena è ciò che si deve pagare per un reato di sangue. Perché sento il peso dell'esistere come una pena? Lo rifiuto, non voglio peccati che non siano quelli che ho commesso. Questo percorso servirà anche a questo, sarà un esercizio spirituale alla fine del quale non sarà neppure possibile pensare all'esistenza come pena; e sogno un tempo in cui non saranno necessari simili esercizi, in cui sarà semplice pensare all'esistenza come ad una sciocchezza e rimanerne estasiati piuttosto che cadere nello sgomento. Rimanere estasiati di fronte a quella macchina inconcepibile che ci ha generato senza averci concepito - così come i nostri pensieri nascono dall'incontro casuale (causale) di impulsi nervosi - così noi siamo stati concepiti: senza pena. Concepiti da una generazione che è prima di tutte le generazioni ed è tutte le generazioni, perché da quell'atto primo e unico il resto nasce o muore da sé, dunque con olimpica e metodica leggerezza. Non dobbiamo rimanere sgomenti di fronte alla incommensurabile lontananza di quell'unico impercettibile gesto, così lontano dalla nostra capacità d'intendere che non lo distinguiamo dal nulla, in quel minimo gesto era ogni cosa, ogni tempo. Dobbiamo rimanere estasiati di fronte a questa impercepibile bellezza, ma preferiamo rimanerne terrorizzati, perché non possiamo rappresentarla né come un giusto e severo vecchio dalla barba bianca né come altro; dobbiamo ogni volta parlare di nulla, di silenzio, di vuoto e lo sgomento, di fronte a questo infinito spazio siderale non riesce a concepire ciò in nessun altro modo che perdita e mancanza. Siamo degli arroganti idolatri e scambiamo le immagini intellettuali, che ci siamo costruiti con Dio e da sciocchi -quali siamo - rimaniamo terrorizzati nello scoprire ancora una volta che il nome di Dio non è nominabile.

Temiamo questa condizione perché non possiamo invocare nessun dio per salvarci, perché abbiamo bisogno di immagini, ma questa immagine è per noi inconcepibile; è questa, d'altronde, una delle condizioni primarie, da sempre, della salvezza.

8 - Che un genio mi assista, che io possa dare la colpa a lui, non voglio la responsabilità di quel che sto scrivendo, non ne ho voglia e non ne ho la capacità, perdonate dunque la saccenza delle mie ipotesi, dei miei tentativi.

Io voglio solo un recinto cartaceo, un luogo in cui vivere come meglio credo, proprio perché fuori da questo recinto, da questo baraccone è l'interpretazione di ognuno che dà senso al nulla, è la nostra capacità di interpretarlo, di immaginarlo, spesso la nostra incapacità. Ecco, voglio essere annoverato in quest'ultimo caso tra gl'incapaci.

Facciamo così, sono uno che racconta solo storie e non desidera altro che questo.

9 - Voglio, solamente - in virtù del fatto che è indiscutibile il diritto di ogni uomo, di ogni generazione, a formulare una propria immagine, una propria icona dell'esistenza e del mondo - un'immagine più bella, voglio indiscutibilmente arrogarmi un diritto - che è di ognuno - di immaginare, generare un'icona spoglia da tanto gravame, un'icona più bella. È solo questo che voglio, riconosco la goffaggine delle mie storie, non voglio imporle a nessuno, voglio solo ribadire che è mio diritto e dovere - come lo è di ognuno - desiderare un'immagine, un'icona più bella.

10 - Dal latino Complexus: l'abbracciare o stringere; è comunque qualcosa che connette un uno ad altri attraverso la capacità di contenere, comprendere attraverso i propri arti superiori, attraverso le proprie arti superiori. Da qui deve passare la mia capacità di immaginare e generare una icona.

11 - Questo è Platone. Questa potrebbe essere una vera nota, una delle poche, a me non piace annotare, innanzi tutto per incapacità - spesso non ricordo che quell'idea che sto esponendo l'ho letta tempo addietro e dove l'ho letta - dunque nobilito questo vizio, affermando che anche quando non l'avessi letta mai, un'idea difficilmente può essere originale, e che senso ha l'originalità di un'idea, un pensiero di chi è? Non voglio citare, annotare, affermare con frasi di altri, mi prendo più serenamente la responsabilità di dire che ora credo in quello che scrivo, anche se l'ho copiato. Allora quelle che vedete svolgersi attorno al testo non sono note allo stesso, ma sono altri brevi testi parassiti del primo. L'utilità delle note al testo, ovvero render conto della genesi dei propri pensieri, mi lascia indifferente; ma la forma no! Questi numerini qua e là tra le parole, che fanno uscire dal testo e andare chissà dove - magari qualcuno non torna - per poi ritornare un po' spaesato e dover rileggere quel che avevi lasciato, questo mi piace molto, mi piace l'idea di poter intrecciare tra loro i pensieri.

12 - Perché mi soffermo sui personaggi pubblici? Perché forse sono queste le icone del nostro tempo: icone mobili nel tempo, nello spazio, nei pensieri; icone che nascono da un riflesso digitale, telematico di un individuo e si rifrangono nell'etere attraverso i mass-media e vivono di vita propria. Forse è questa la forma artistica più evoluta: l'elaborazione e la creazione di un personaggio pubblico inteso come opera d'arte23. In un'identità quasi assoluta tra individuo reale e l'infinita diffusione e confusione della sue immagini, l'arte rinasce attraverso la più sfruttata e leggibile delle icone: un uomo. Questa cosa ultimamente mi affascina, se è vero che sono ancora un pittore, uno che osserva e elabora immagini, questa tecnica di dipingerle mi attira molto, a differenza delle altre tecniche che mi attirano ormai solo per nostalgia, questa, invece, mi stimola intellettualmente. Forse oggi il pittore è colui che crea immagini televisive: paesaggi, nature morte, soggetti sacri o storici, ritratti.

Ma non c'è solo il personaggio di spettacolo, più su c'è lui, l'eroe senza macchia del nostro tempo: l'uomo della pubblicità, lui è anonimo, perché non è nella storia e i nomi servono per scandire la storia.

Ogni secolo ha il suo eroe, lo immagina e lo rappresenta e perché sia visibile a tutti mette la sua immagine nella piazza più grande. Ed è interessante analizzare l'eroe per comprendere il secolo che lo ha coniato. Il nostro è innocente, puro come lo smemorato, sconfigge ogni nemico dimenticandolo, la bellezza del suo essere è indifferente a ciò che ha fatto, indifferente alla storia, la bellezza e la salvezza del suo essere è nel luogo in cui vive, il paradiso, il paradiso virtuale delle merci; un po' idiota, certo, ma bello e salvo comunque.

Se non vogliamo più questo eroe, e mi chiederei se è vero che non desideriamo una tale incondizionata salvezza, dobbiamo prima ammettere e comprendere che siamo stati noi a immaginarlo dal più profondo dell'animo e dobbiamo capire per quale bellezza lo abbiamo posto a modello e la bellezza si comprende solo rimanendone, almeno per un attimo, estasiati.

13 - Storie liete, come vedete è facile trovare un lieto fine, prospettare solo buone cose, azzerare dimenticandolo il pericolo del "grande fratello" e procedere. Ma pensate se si immaginassero solo finali lieti, come potrebbe finire male la nostra storia? E allora ne invento un altro: questo nuovo canale di comunicazione era lì a portata di tutti, poteva far tutto e sapeva tutto, gli uomini dunque non si preoccuparono più di nulla tanto meno di entrare in questo labirinto. Erano ormai spogli di ogni responsabilità, non dovevano più conservare nulla, né conoscerlo perché là era preservato tutto, tutto era noto. Diventarono tutti beati e anche quando morivano nessuno li piangeva, perché non c'era bisogno, in qualche angolo era conservato tutto, il nome, il cognome, la voce, tutto.

Questo però non so se è un lieto fine. Ma qual è il lieto fine che cerchiamo?

14 - Il modulo che penso non è il sogno moderno di ricondurre qualsiasi forma ad un numero determinato di unità. No! Il mio modulo è la possibilità che questo racconto deve avere di svilupparsi all'infinito in ogni direzione, la possibilità che sia uguale da ogni parte e ugualmente riempia i suoi limiti. Ciò che mi preme non è la forma o la storia narrata in questa unità di tempo che è il modulo, neppure la durata, ma semplicemente l'idea che in una sola cosa sia riposta l'infinità.

15 - Metro, questa parola, con il suo suono, con le sue lettere, mi par bella; già nel suo essere testo, parola, evoca la bellezza quieta, sobria e al tempo stesso decisa ed enorme che è posta alla sua origine: il sogno di misurare il mondo o se preferite il sogno di conoscere la vera misura del mondo. Questo sogno è un atto poetico ed ogni poesia ha bisogno di un metro per i propri versi. Ora so perché mi attraggono gli oggetti di misura, ora mi pare di capire perché li ho sempre osservati non come strumenti di lavoro ma come oggetti di contemplazione.

16 - Flagellarsi è tra le pratiche più subdole inventate dall'uomo. Punirsi. Per vantare una maggiore autorità o semplicemente una maggiore purezza; se non fosse, in realtà, il modo più vigliacco e stolto di affermare se stessi sarebbe solo sciocco. Non c'è nulla di male nel proprio desiderio di affermazione (asserire, dire sì) se non travalica i confini dell'altro, di un altro. Ma flagellarsi serve proprio a questo, a costruire quell'autorità che servirà per punire gli altri, l'altro. Credo sia una pratica ancora molto diffusa, non più fisica, questa flagellazione, ma piuttosto intellettuale, morale. D'ora in poi a costoro e anche a me stesso, quando pecco di questo peccato, dirò: ti crederei volentieri se solo ti vedessi più lieto.

17 - Noia o tedio? Qual è il termine più appropriato per ciò che voglio esprimere? Il dizionario scrive che il tedio è grave e la noia può essere causata da un senso di estraneità dalla vita. Inizio a credere di dover fare i conti seriamente con la noia, inizio a credere di dover imparare a vivere così, senza particolari desideri che riscattino la mia condizione umana. Annoiarmi, tranquillamente, senza paura di perdere tempo, senza paura di morire un po' alla volta, per nulla e senza vero motivo - morire, perché comunque il tempo passerà - e senza darsi troppo credito in questo tedio, da estraneo, senza meta, non perderò un attimo di questa mia vita, nessuno di questi attimi. Su questo grigio e monotono passare, senza nulla da fare, senza idee, senza desideri, nessun attimo verrà soggiogato da un altro, passato o a venire, ogni alito di vento mi riempirà, ogni alito di vento sarà tutta la mia vita.

18 - Come odio gli ipocriti! Ho imparato a odiarli da giovane, da bimbo è cresciuto in me questo odio viscerale verso gli ipocriti, allora non capivo il perché del mio odio, era un odio animale basato sull'intuito, sul fiuto. Una delle ipocrisie che ho imparato a conoscere da più grandicello è quella del riconoscimento della diversità, intendo quando un individuo od un gruppo riconosce ad un altro un'autonomia rispetto a sé (poco importa se in bene o in male) in buona misura questo rispetto, questo riconoscimento dell'altro è in realtà difesa di sé, è stabilire una distanza che protegga. Riconoscere la diversità non può non compromettere la propria identità. Mi infastidisce l'altruismo con cui si riconosce al negro, alla donna, al bambino, al vecchio, all'orientale e via dicendo la possibilità di un'interpretazione diversa dell'esistente e dell'esistenza, sorvolando con tale colpevole innocenza sul fatto che queste ipotesi non possono semplicemente convivere irrelate una a fianco all'altra. Se sono monoteista non posso credere che tu abbia un altro dio altrettanto unico, se tollero, per civile convivenza, questo va bene, ma sono un ipocrita, sono solo uno che in fondo dubita del proprio credo; a meno che io non affermi chiaramente di non credere a me stesso, ma alla tolleranza, credere che in questo atto - il credere - ci sia un margine di tolleranza, un margine di errore. Insomma o si è monocredenti e intolleranti - tutt'al più ipocriti - o tolleranti e scettici. Ciò in cui crediamo dobbiamo, insieme, aver il coraggio di pensarlo, comprenderlo; dobbiamo riflettere ciò ancora una volta, se lo vogliamo o lo crediamo unico; e dobbiamo prenderci poco sul serio, perché noi siamo unici ma non siamo l'Unico.

19 - Per questo è affascinante il libro, perché ti permette di annichilire qualsiasi cosa in quella forma limitata e sopportabile che è il segno calligrafico su un foglio. Un artificio, un riflesso, ma in qualità di riflesso esso è vero. E di questa verità, e al tempo stesso burla, chi scrive è totale padrone. E di questa burla, e al tempo stesso verità, a chi scrive non importa la padronanza, importa semmai la possibilità di calarsi in codesta rarefatta e solitaria dimensione.

20 - Mi stupisce molto l'incoscienza, con cui molti dei miei simili affrontano la storia. Viene considerata qualcosa di passato, o di definito, con tale abitudine che spesso ci si ritrova a considerare anche quella futura già definita e in qualche modo, dunque, passata. Io mi accorgo spesso quanto abbia influito la lettura posteriore di un evento, o di un'opera alla definizione dell'essere stesso, dell'evento o dell'opera. L'oggetto che io guardo non è solo in sé ma anche nel mio sguardo. O meglio, io non posso conoscere qualcosa che solo percepisco, posso vivere questa percezione. E questo qualcosa non è mai stato percepito in sé ma sempre nella misura in cui qualcuno lo ha vissuto e se ne è impossessato, è nell'accogliere in sé, allora, l'unica possibilità di conoscenza, esistenza, percezione e concezione.

E rivivere vuol dir modificare o se preferite interpretare, in quanto nessuna vita è uguale ad un'altra. Errare in questo labirinto sembra la nostra sorte.

E le interpretazioni passate, testimoniate da opere di pensatori, scrittori, artisti, uomini, quanto hanno influito sulle generazioni posteriori modellando dapprima l'intelletto di chi, poi, avrebbe modellato la propria realtà. E la realtà plasmata da questi quanto ha influito nella formazione delle categorie mentali delle generazioni successive. E coloro che neppure tengono in considerazione tutto ciò sanno di essere proprio loro il volano di quel motore che è la storia? Con i loro piccoli cambiamenti o i loro eterni assensi la regolarizzano con un moto costante il più possibile.

21 - Alla fine è questo il modello più appropriato a contenere questa strana condizione che è l'esistenza. Il gioco, una commistione tra regole e caso dove agiscono una moltitudine di volontà, se c'è una volontà superiore è quasi certo che essa vuole questo: che si giochi. Sembra proprio non le interessi l'esito finale - sarebbe parziale - l'esito finale è l'esito presente ed anche il passato: preservare, salvare il gioco dell'esistenza. Neppure le regole sono salde, cambiano anch'esse. Immutato e immutabile, nel suo mutare, è questo gioco, vano, ma in ciò assolutamente pieno. Che sia questo l'alito divino che dicono noi si possegga? La nostra fondamentale vacuità. D'altronde di noi cosa rimane in eterno? Chi può dirlo, chi può scrollarsi di dosso questa ignoranza senza ammetterla. E allora se questa nostra mancanza è la cosa più vicina al problema posto - la cosa più vicina al nostro desiderio - se questa la possediamo certamente ed è un riflesso indiretto, ma sicuro, di quel che ci preme, perché non riporvi le nostre speranze?

22 - La vittoria in questo caso è il riconoscimento dell'altro, la vittoria è sconfiggere la nostra condanna all'unicità: siamo uno ed uno soltanto e quest'uno è senza maiuscola sul fronte. Siamo noi la nostra condanna, ma se non ci crediamo se non crediamo a noi stessi - cosa che non è più ardita del suo opposto - allora questa condanna non è mai esistita.

23 - Qui con arte s'intende - a torto o a ragione - il frutto di un'opera umana in cui venga espresso, rappresentato, in modo quanto più globale, il senso che un'intera società di uomini ha creduto di dare a sé e all'arte stessa. 12

© Daniele Leone