Racconterò un racconto

 

 

 

ho sempre desiderato raccontare un racconto, un racconto lungo, esaustivo, dove dire, scrivere veramente tutto, placare, in un sol testo, la mia voglia di raccontare. Non ho mai oltrepassato la soglia di una pagina, arrivavo subito alle conclusioni, cercavo la fine della pagina per trarre immediatamente un motto, una morale, desideravo subito un ordine - anche grafico - quei segni scomposti sul foglio, quella grafia aspra e inquieta, desideravano un punto: volevo la verità, subito! E subito scoprivo che non l'avrei mai avuta. Di tutto il resto non mi importava nulla. In fondo era quel che volevo: raccontare tutto in un "bel niente" e con poca fatica. Ma ora lo scriverò questo racconto.

 

Un travaglio

questo racconto sarà un travaglio, un lento nascere, doloroso forse, ma non troppo, quel che serve a definirlo tale, quel che serve per poter dire, poter sentire questa nascita come frutto della propria vita, del proprio lavoro - più che del proprio dolore - del proprio essere nel tempo, tra le cose e le persone: un racconto, una storia. Quel giusto ostacolo ai propri desideri che serva a sentirli, a sentirsi, che serva a sentirsi materia, per litigare con questa e avere la meglio o dargliela, stanchi, alla fine, complici. Deve essere lento, reiterato, quasi alla soglia del tedio - come le ore della vita piene di minuti inutili, stancanti - e voglio anche le ore del sonno quelle che sembra non ci siano. Un travaglio.

 

Un desiderio

questo racconto sarà la realizzazione di un desiderio, il desiderio di raccontare, di dire il prima e il dopo e, miracolo, saranno il prima e il dopo. Il desiderio di trovare tutto lì, su un foglio, più fogli che vanno dall'inizio alla fine e sarà, alla fine, tutto semplice, lineare e sarà piacevole anche il travaglio, ambìto e non subìto. Il desiderio di librarsi in un libro, liberi. Le proprie parole su un foglio, risentirle, la voce, ma anche vederle e non sono più le tue. Parole: il proprio essere trascritto, dimenticato, perduto, che se ne vada, sarò dovunque pur rimanendo io, io quello che non vuole andare in nessun posto. Un desiderio.

 

Una necessità

questo racconto è una necessità, la necessità di trovare una soluzione, una pace, dare una interpretazione e che sia bella e che si rida insieme e da soli e che si stia meglio, perché il resto non m'importa. Una necessità: una cosa di cui non posso far a meno.

 

Una finzione

perché sarà comunque finto come lo è il resto o, meglio, comunque vero e governerò questa verità a mio modo e a mio piacere, sarò giusto e onesto, non nasconderò la vacuità e la pochezza del ruolo che mi sono affidato e che io solo mi riconosco. Sarò anche, a volte, capriccioso e vano, sbaglierò con il piacere di farlo, a volte consapevole a volte no. Mi compiacerò, mi pentirò del compiacimento, mi pentirò, mi compiacerò del pentimento. Qualcuno mi seguirà in questi vezzi, altri mi abbandoneranno. Tutto nella più totale leggerezza e incredulità. Una finzione tranne la mia incredulità, ora.

 

 

 

A quale racconto racconterò tutto questo

 

 

 

quale storia vedrà lo svolgersi di queste premesse e fino a che punto le tradirà? E perché proprio quella storia e non un'altra? Sarà per caso o perché non poteva essere altrimenti e c'è differenza tra le due possibilità? Io certamente vi ingannerò, ma ingannerò anche me stesso e fino a che punto? Devo dire il vero, non m'importa affatto, come non importa a tutti quelli che giocano al gioco della scrittura e che sanno che questa è la regola.

 

La vita

potrebbe essere la vita, potrei raccontare la vita, la mia: tutte le cose che sono accadute realmente, come le ricordo io e come dubito dei miei ricordi, e i racconti degli altri - quelli che c'erano anche loro - e chissà se le ricordano e chissà come le ricordano. E gli altri che non ci sono più - che c'erano anche loro - e chissà se le ricordavano quelle cose e chissà come ricordavano quei fatti. Affidare alla mia errante memoria il ricordo, il racconto

Ed ancora il concatenarsi di quegl' avvenimenti, i fatti, le cose, le persone, una dopo l'altra descritte meticolosamente, che nulla vada perduto, nulla sfugga, tutto rimanga: ogni giorno, ogni ora, ogni luce, ogni ombra, tutto tutto. Per non doversi rimproverare, per non sentirsi in colpa per aver fatto sfuggire tutta questa mia vita tra le mani; quei giorni belli che non sono rimasti e un poco è colpa mia che nulla posso.

Metterli tutti in elenco, non prosa, non racconto, non arte, solo l'elenco; questo sì vera arte, anonima e puntuale - il giorno, l'ora, il luogo, il colore, il suono - non un diario, solo un elenco da affiancare ad altri innumerevoli infiniti elenchi. Posso pensare che esiste, esiste questa biblioteca di elenchi e qualcuno, o nessuno, li sta leggendo - magari tutti, contemporaneamente - e sorriderà, meglio, sorride, leggendo le ore 18:00 del 14 luglio 1995 di Daniele Leone. La vita: una voce leggente.

Posso dunque determinarla - la vita - con le parole che seguiranno perché queste verranno lette, questa sarà la mia vita, e io la racconterò tentato come sono ora di trarre da tutto questo infinito novero di "tutti1una via, un percorso; e io vi guiderò celando le cose di cui provo vergogna e esponendo ben lustre quelle di cui mi vanto, che tutto potrò su questi fogli.

 

Oppure potrebbe essere la vita di tutti, attraverso la mia, raccontare quel che succede a tutti, quel che di "tutto" è accaduto a me, per empire la mia vita di un respiro che non ha mai avuto e che se è in tutte le vite, allora anch'io! Allora anch'io potrò pensare a buon diritto di avere un grande destino, credere e scrivere che ciò che racconto non è mio ma di tutti ed è forse ancora di più e non dirò cosa - perché non lo so - ma mi compiacerò alquanto di sapere che, ciò che provo, è qualcosa di più che non si può dire. E il giorno che lo troverò scritto, dimentico di averlo scritto, magari scritto da un altro - e non cambia nulla - sarò certo, allora, che abbiamo in questo corpo un soffio che non si può enunciare ed è questo che ci fa più grandi di ogni altro essere vivente, e se sarò molto sciocco arriverò a pensare - raramente dire - che è questo che mi fa più grande di ogni altro essere vivente.

 

Un'altra vita sul foglio, inventare un'altra vita; si può fare anche questo sulla carta, si può fare se è fatta di parole, possiamo costruirla daccapo, ma neppure daccapo costruirla e basta, artefici di quel mondo che come ogni mondo crede di essere l'unico e per sempre, non un daccapo dunque, costruire e basta. Potrei inventare il tempo e nel suo scorrere collocare tante cose e tante persone e mettermi anch'io per scoprire troppo in fretta di aver bisogno di non essere io a decidere tutto. Chissà quali meccanismi mi inventerei per non sapere come va a finire, per stupirmi dietro l'angolo e quanto invano inventerei, dietro quegli angoli, sempre io. Certo prenderei i dadi ed estrarrei le lettere a caso. Una verità aleatori2.

 

Qualsiasi vita sia, sono certo che racconterei la stessa vita, sono certo che la voce leggente non ne percepirebbe, non ne percepisce la differenza e legge queste vite, questi racconti nello stesso modo; perché sarà comunque una vita raccontata e bisognerà aggiornarla con nuovi volumi e bisognerà essere veloci come il lampo per raccontare tutti i minuti, anche gli ultimi, oppure astuti: raccontarli prima questi attimi e poi eseguirli con scrupolo.

 

Un sogno,

oppure un sogno questo racconto sarà qualcosa che non ho mai vissuto, ma che ho sentito ugualmente, qualcosa che solo non obbedisce alla logica della vita diurna, sarà un luogo dove le regole saranno più belle o più brutte ma comunque di più - talmente tante da sembrare che non ci siano - basterà siano immaginabili perché esistano in questo sogno e sarà più facile, perché uscirà dalla testa senza pensarci e darà una sensazione di semplicità e benessere, non si noterà la differenza, non si noterà che è un sogno anziché un racconto, perché il raccontare è comunque più simile al sognare e chi ascolta, come chi sogna, non comprende mai tutto e si chiede come mai, si chiede perché. Se il sogno è bello può anche non rispondere, ma se è brutto non può non rispondere ed è difficile dimenticare, più facile è dare una risposta - vera o falsa che sia - più facile è fingere di ricordar3.

 

Di un altro, potrebbe essere il sogno di un altro, proprio perché il racconto e il sogno sono simili li posso intrecciare. Accettare subito questa strana commistione senza chiedermi come era il vero sogno e come lo ha modificato il ricordo e il racconto. Perché così sono le vere storie, non si sa perché sono iniziate e da dove, un giorno qualcuno l'ha raccontata anche a te. Le storie hanno una vita propria, non stanno, vanno, pur rimanendo la stessa storia, di questo si alimentano del loro continuo essere narrate; non potrebbero essere sempre la stessa storia se la fossero veramente. E il bello di queste storie è che loro hanno quella grandezza di ingegno e di immaginazione che uno scrittore non può avere, esse sanno accettare qualsiasi cosa, qualsiasi fato e soprattutto qualsiasi conclusione con la più totale serenità ed indifferenza, con la più olimpica distanza. Ma queste storie hanno bisogno di noi che le viviamo, le raccontiamo trepidanti di paura e di emozione e le cambiamo di volta in volta, inseguendo chissà quale lieto fine. Questo nostro mutarle, strano a capirsi, è per loro, le storie, quell' incomprensibile senso, quel fato che le domina cosi come il loro inarrestabile procedere lo è per noi. Come la nostra incapacità di comprenderle e dominarle è la loro incapacità di prevederci.

 

Finto, un sogno finto, usare questo espediente per aver maggior libertà narrativa, spostarsi su un terreno, un luogo, dove tutto è possibile, così che la mia immaginazione non abbia freno. Togliere l'obbligo della verosimiglianza alla mia fantasia per narrare di cose, luoghi e avvenimenti altrimenti impossibili. Se è un gioco, allora mi diverte, se posso manifestare la mia allegria con tutti i colori - irresponsabile e sereno - allora provo piacere in questa libertà infinita. Ma quando scopro di non poter fare altrettanto con il mondo che mi circonda, scopro che non posso essere altrettanto spensierato, libero e felice nell'interpretare il mondo perché qualche triste uomo subito mi rompe i coglioni con le sue ovvietà, allora mi arrabbio. Io non voglio un recinto cartaceo, un circo in cui esibirmi come meglio credo, io voglio che affermiate, che fuori da questo recinto, da questo baraccone, è l'interpretazione di ognuno che dà senso al nulla, è la nostra capacità di interpretarlo, di immaginarlo, spesso la nostra incapacità. A che propormi di essere verosimile? Non posso abbandonare la verosimiglianza, perché la cerco e cerco di costruirla per tentare invano di rendere quel che mi circonda verosimile. E non posso dare libero sfogo alla mia fantasia, perché sono costretto ad usarla quotidianamente per immaginare modelli che legittimino tutto questo che ho attorno. Questo esercizio è sfibrante e probabilmente impossibile, cosa può mai importare a me dell'invenzione di nuove storie? Ma forse io non comprendo perché mi preoccupo di farlo, è forse lasciando libera la fantasia che si ragiona come il mondo e lo si comprende, perché vi si fluisce dentro o, meglio ancora, non lo si comprende lo si è.

 

Ad occhi aperti, un sogno ad occhi aperti, non collocato in un luogo impossibile ma qui! Che mi coinvolga, che vi coinvolga, che non sia possibile leggerlo solo per allietare una porzione del proprio tempo ma che faccia nascere desideri, che io, come voi, desideri una cosa - quale che sia ma bella - che si desideri in più d'uno, ardentemente, che ciò avvenga e avverrà! Sotto i nostri occhi. Questi sono i veri sogni, quelli che avvengono, questi sono i sogni in cui credo. Qualcuno un giorno ha sognato una macchina che calcola e poi che scrive e poi un computer, l'ha fatta sognare ad altri, qualcun' altro l'ha fatta ed ora noi siamo pieni di computer tant'è che ne hai uno davanti. Tutti credono a questi sogni, perché tutti li toccano e sono innegabili, solo manca ad alcuni il coraggio, la forza, di affermare prepotentemente che anche quelli irrealizzati, quelli che covano nella testa, possono essere tra quelli che appariranno.

Forse la sola differenza tra questi sogni, quelli irrealizzati e gli altri già apparsi, è che la bellezza e bruttezza dei primi non è correlata a nulla mentre nei secondi, quelli realizzati, tanto sono belli, tanto sono brutti. Come un bimbo prima che nasca è la gioia o la paura, o entrambe, ma ogni volta che lo pensi si inizia daccapo; invece quando nasce il bello ed il brutto si articolano nel tempo, nella storia, nei ricordi e diventano proprio lui e non lo puoi più pensare altrimenti. Anche i miei pensieri ricordo - a volte - e dunque non è mai possibile intraprendere tutto daccapo.

 

Un pretesto per nulla,

potrebbe essere anche questo, un lento e monocorde raccontare che si articola su un pretesto qualsiasi, una storia, una cosa, qualcosa. In modo cantilenante e tedioso, che nulla di ciò che vi è contenuto colga mai l'attenzione, ci coinvolga o aumenti il nostro battito cardiaco, un mare senza onde e che di onde non ha bisogno, perché è la sua grandezza, la sua immensità monodiante a riempire tutte le pagine con un fruscio che è quello delle parole dei familiari che ascolti nel dormiveglia, infinito e incomprensibile - pur nitido in ogni sua parola e in ogni sua frase - ma va, come viene e sei convinto di non ricordare e a volte, invece, affiora come ricordo e non sai dire se è il ricordo di un sogno o di una realtà e in quale passato lo hai sentito. Seguire lentamente le pagine, sereni, consci che sarà così fino alla fine, sempre che una fine ci sia. Affermare, ma affermare sarebbe troppo netta come asserzione, semplicemente dire o meglio annotare, buttare lì, anonimo, magari tra tanti altri scritti, confuso, nascosto, impercettibile, che non abbia individualità, ma che sia un rumore di fondo, scrivere in questo modo un racconto dove il mondo è come il racconto, assolutamente anonimo e ad un tono. Un enorme, luminoso affresco che sappia descrivere tutte le tonalità dello stesso grigio.

 

Un racconto catartico.

Eh si! Anche questo potrebbe essere, anche se forse pecco di superbia, anche questo potrebbe essere: un racconto che salvi. Non so da cosa e non so come, so che lo desidero: un racconto che salvi.

Ma è intellettualmente sleale trincerarsi dietro questa marea di non so, di forse, ed è la peggiore delle superbie quella che cela i propri limiti. Se è vero che poco altro posso dire è vero anche che è semplice eludere così determinati argomenti, una descrizione, un racconto bisogna tentarlo, senza pretendere di definir nulla.

Da cosa voglio salvarmi? Dalla coscienza di non poter dare un senso alla vita? No, anzi quando torno in questo luogo mi sento parte di qualcosa. Di non fare ciò che desidero? Ma l'unico serio impedimento ai miei desideri sono io. Sono io che non sento più - a volte - i miei desideri, sono io che non intraprendo quei cammini che so mi porteranno in quei luoghi dove trovo pace, sono io. Come sono io che ho cercato quei luoghi e li ho trovati, come sono io che ho allevato in me quei desideri a scapito di altri desideri possibili.

Da questo voglio salvarmi, da questo mio imprevedibile mutare, da questo vagare che mi porta così spesso in luoghi melanconici, dove mi scopro depresso, senza fiato, senza voglia, senza motivo alcuno, muto e sordo, senza nulla ... e qui trovo il mio riscatto! Questo mio vagare nella disperazione mi appare come esperienza rivelante, questo vivere la dimensione del nulla e della disperazione nelle ore dei miei giorni, senza motivo apparente, mi appare come esperienza fondamentale che dà un senso alla mia vita, la sento. E questo racconto catartico è questo cammino, è questo mio scrivere in cui mi riconosco come cittadino di quel luogo, soggetto di quel senso.

Ma perché eludo così spesso l'ingresso in questo rodato percorso? ... Perché taccio, perché fingo di non sentire? Riempio le mie pause di cose inutili, di sguardi vuoti, pur di non affrontare l'argomento preferisco eludere.Finché è possibile anch'io voglio saziarmi dei cibi che saziano altri, anch'io voglio rasserenarmi - come gli uomini della pubblicità - con la mia forza d'acquisto, anch'io voglio essere così lieto e spensierato.

 

Un giorno mi è capitata una cosa strana e miracolosa, ero stanco, ma soprattutto teso e sovraccarico di impegni, il lavoro - con tutto il resto - era un assillo troppo incombente e non riuscivo a liberarmene o lo affrontavo o riempivo la mia testa di altre parole, di altri rumori, comunque non potevo farcela. Mi sentivo come un televisore sintonizzato su una marea di fruscii e disturbi. Sono andato a letto, era un pomeriggio dopo pranzo, non so quanto ho dormito, forse poco, forse tanto. Al risveglio non ricordavo più nulla. Non riconoscevo le pareti, il luogo e neppure me stesso. Stavo bene, veramente bene, non ero nessuno ed ero in nessun luogo, stavo bene. Lentamente ho riconosciuto la casa, lentamente ho riconosciuto Milano, lentamente sono tornato al mondo e non mi preoccupavo più di nulla, senza rimorsi, senza paura non ho svolto i miei impegni e non è successo nulla tranne il fatto che stavo meglio.

 

Ma questo è capitato solo una volta, capita invece che ci si saturi di tutto o meglio di qualsiasi cosa, per non sentire, per rimandare. Poi si è gravidi e si fa il passo; ma prima di farlo vago a lungo quasi temessi qualcosa.

Temo questo percorso perché è doloroso e incerto. Non temo di scoprirlo falso, il giorno che lo scoprirò tale se ne aprirà uno nuovo, lo temo per quel che è e temo che non basti che inspiegabilmente, un giorno, questo mio camminare non dia più pace.

Da questo voglio salvarmi: dal terrore che, tutto questo non basti più a rasserenarmi. Allora l'unico racconto che posso raccontarmi, l'unico racconto che salvi, è quel racconto che dice che io, comunque, saprò trovare un percorso. Ma temo che sia un percorso doloroso e io desidero esserne esentato, ma non so se posso e non so se mi riconoscerei senza questo dolore.

 

Un paradigma,

un modello, anche questo desidererei che fosse: un modello. Qualcosa da seguire, qualcosa che rappresenti una certezza, qualcosa che indichi a me e agli altri un "modo", e ne dimostri la correttezza; non perché io creda di essere in grado di coniare questa esattezza - non credo neppure la possa coniare qualcun altro - credo di potervi aspirare e di poterne discutere con te. Un modello, se ben fatto, ben esposto, può essere seguito così come rifiutato, è, forse, questo il modello che vado cercando, il paradigma, le sue evoluzioni, come strumento per individuare e segnare un percorso altrimenti labirintic4.

Una modalità da seguire senza chiedersi sempre il perché, che copra il dolore e l'incertezza di questo percorso senza cancellarli.

 

 

 

Come,

 

 

 

 

come dovrò raccontare tutto questo, con quali mezzi, con quali parole, quale la giusta forma di questo racconto, come deve apparire?

Semplice5 e leggero6.

Deve essere semplice, perché è il sogno di ognuno che alla base di tutto ci sia qualcosa di semplice, da noi solo lontano. Il nostro sogno, la nostra certezza è che quando capiremo saremo sereni. Sì! Il sogno diventa certezza solo per la sua bellezza, com'è possibile che una cosa così bella e che desidero così intensamente non sia vera? E sarà, e sarà leggero, perché è questa la serenità che voglio, la capacità di intendere l'esistenza o non intenderla affatto, senza pena, senza troppa pena7.

È bello pensare che le cose sono semplici e che da qualche parte è riposta una soluzione, bella e geniale8, che ci aprirà le porte e tutto si schiuderà sotto le nostre mani, sotto i nostri occhi; tutti gli innumerevoli problemi che sono prolificati, uno sull'altro, generando un muro invalicabile, cadranno! Cadranno a patto che noi si sappia pensare, immaginare, un nuovo modo di guardare, un nuovo modo di immaginare, di dipingere la nostra - sempre la stessa - esistenza su questo globo9. Una semplicità che è conquista di pochi, di coloro che sono disposti a concepire l'esistenza come complessità10che sono disposti a vestirsene come fosse un abito e considerarla piano piano il più semplice e umano degli abiti, scoprire piano piano che la complessità è riposta nel nostro modo di pensare, talmente lontano e avverso da ciò che si indaga, da considerarlo complicato o impossibile.

Orale,

orale deve essere orale, perché la vera conoscenza è orale. La parola è un modo di apparire del senso, quel senso che i nostri intelletti credono di vedere e manifestano nel modo più esile: dei suoni poco più che monotoni a cui un lento esercizio ha dato significato. Ma forse è un miraggio, i nostri intelletti vedono ciò che vogliono vedere e dicono ciò che vogliono sentire e, alla fine, del senso - del senso che andiamo cercando - rimane solo questo orare. Le parole sul foglio sono un gioco e solo gli animi perversi possono vincolarsi a questi segni. Fortunatamente dove l'ipocrisia intellettuale si barrica a difendere la scrittura in virtù dei sani, buoni, vecchi valori, dimentichi che "nessun uomo di senno oserà affidare i suoi pensieri filosofici ai discorsi e per di più a discorsi immobili, com'è il caso di quelli scritti con le lettere11", ebbene proprio dove essi si barricano, la storia li travolge sorridendo della loro miseria. Stiamo tornando ad essere una civiltà orale. Uso il termine orale in modo improprio, ma a me piace così. Orale: una dimensione della conoscenza dove il pensiero non si comunica attraverso l'esperienza monocorde della scrittura. Una definizione in negativo, ma insomma, intendo dire che per me la dimensione orale è quella in cui si assiste fisicamente, con tutti i sensi, all'epifania, nel tempo, del pensiero di un individuo. Noi tutti conosciamo il pensiero dei grandi personaggi pubblici12non perché abbiamo letto i loro testi, ma perché abbiamo assistito - tacendo - in prima fila, ai loro discorsi. Questi personaggi sono i veri maestri del pensiero contemporaneo, perché loro hanno "allievi", uomini che ascoltano e credono in quelle parole, allievi lontani e spesso estremamente critici, ma allievi. Perché questi personaggi fanno i conti con i modi di divulgazione propri della civiltà a cui appartengono, se non praticassero i canali di comunicazione specifici e precipui di questa sarebbero solo sconosciuti. Anche in altri tempi è stato così, ed è così anche ora per tutti quegli intellettuali che possono vantare poche decine di allievi, un niente nelle cifre astronomiche della cultura di massa, sopraffatti dal più sciocco personaggio televisivo. Si pensi all'arte, per esempio, tanti grandi artisti erano al centro della civiltà a cui appartenevano, al centro geograficamente e intellettualmente e lo erano anche tecnicamente: usavano mezzi espressivi all'avanguardia, i più potenti in fatto di divulgazione, quelli al centro dello sguardo dei più .

La verità è al centro, dove tutti si guarda e ci crede anche chi nega. Qualche sguardo strabico, seppure utile o esatto nelle sue interpretazioni, non può rappresentare la verità di un epoca a cui lui non guarda.

È noto a chiunque che il nostro tempo pone al proprio centro la comunicazione e il consumo, la televisione è sovrana, la massa è il regno. Non vi è un credo in questo regno, vi sono i rottami delle dottrine a cui si è creduto, il vero credo è il nulla, il rito è lo spettacolo, la preghiera (l'orare) è il consumo, ma questo regno non è stato determinato da uomini, ma dal caso o dalle cose e manca di quello che gli uomini non avrebbero mai dimenticato, la salvezza eterna: non promette salvezza dalla morte.

Per alcuni peccherò di estrema fantasia e arroganza, per altri sarò folle o nemico, per altri ancora sarò invece banale e riduttivo o semplicemente sciocco, per i più non sarò neppure. Facciamo così, sono uno che racconta storie e nelle storie c'è sempre un regno o c'era. Ed allora questa storia potrebbe essere così: in questo regno l'orare era ritornato in auge, beffeggiando gli uomini dotti, attraverso uno strumento che si chiamava televisione che sapeva fare quasi tutto tranne ascoltare, cosicché, quelli che riuscivano a parlare dentro questo apparecchio, parlavano per tutti gli altri e si credevano dei re. Il fato, se ce n'è uno, aveva deciso di far tornare così i pensieri degli uomini alle cose volgari - perché è da queste che si può trarre buona linfa - e grazie a questi sciocchi coniò un nuovo volgare linguaggio, spettacolare e crudele.

Sennonché gli uomini, e forse anche il fato, inventarono un modo perché tutti potessero parlare dentro questa scatola e non ci furono più re, ma solo persone che dicevano cose sciocche o sagge e ognuno poteva giudicare da sé. E così si era tornati, un po' per cattiveria, un po' per caso, a parlare, ad ascoltarsi e a confrontarsi.

Con l'avvento dei mezzi di comunicazione audiovisivi si era assistito ad un ritorno della cultura ad una dimensione orale, cultura bassa, popolare, ma vitale e sanguigna. Con la rottura dell'unidirezionalità del mezzo di comunicazione audiovisivo, con il declino lento della vecchia oligarchia televisiva, si era successivamente assistito alla "democrazia" di internet e la parola - e il pensiero che le è padre - era tornata ad avere la forza generatrice della preghiera, dell'orare; si era tornati dunque noi al timone ad attraversare l'esistente non più alla deriva a naufragare nell'esistenza13.

 

Modulare14,

modulare, questo racconto deve essere concepito su un metro15, una misura, che si ripeta in qualsiasi direzione spaziale e temporale ed il metro stesso abbia la possibilità di modificarsi, deve essere una storia potenzialmente eterna.

Il metro può essere vincolo alle libere fantasie dell'individuo, oppure paura di queste. Desiderare un vincolo che costituisca una casa, un luogo sicuro ed ospitale, a cui sacrificare la propria libertà oltre quei muri.

Il metro può essere flagello16per punire il proprio intelletto arrogante, oppure flagello per arrogarsi il diritto a fantasie più alte in virtù del proprio dolore. Flagellarsi, soffrire per arrogarsi il diritto di plasmare il creato, plasmare il Metro, non giocare con le proprie fantasie, ma imporsi sopra tutte le fantasie con una sola. Ma il metro è, in realtà un'unità minima di senso, è un piccolo argine che separa la vacuità dell'individuo dalla vacuità dell'esistenza.

 

Modificabile,

deve essere modificabile in ogni sua parte, deve poter essere cambiato in ogni momento e rimanere lo stesso racconto immutato e immutabile. Chiunque può e deve farlo o per errore o per calcolo deve modificarne una parte, spostare qualcosa; anche tacere, anche rifiutarsi di farlo sarà un cambiamento. Il cambiamento è previsto, rifiutarsi di adempierlo modifica la previsione stessa, cambia dunque anch'esso.

 

Di due righe,

breve, dev'essere un lampo, un'illuminazione deve essere tutto e per sempre, è possibile solo in un attimo: l'attimo in cui riesci a sostenere la visione, l'attimo in cui ti pare di comprendere.

 

 

Chi sarà il protagonista?

 

 

 

Non io,

non vorrei essere io per il semplice fatto che so, so che io sarò il protagonista del mio racconto, perché non può essere altrimenti e allora serve una finzione che mi dia la possibilità di allargarmi e di stringermi, io devo negarmi per non avere freno.

 

Un coro, deve essere un racconto corale, un canto, un monologo di una moltitudine, si devono sentire gli infiniti toni con cui una parola si può scrivere.

 

Nessuno, deve essere un racconto di nessuno, mai scritto e mai letto, magari in una lingua morta o in una mai inventata, è forse questo il racconto che violiamo, che occultiamo ogni volta che poniamo una parola su un foglio.

Più d'uno, un racconto a più mani, scritto da più persone insieme, per non essere tutti o nessuno, ma misurarsi in una dimensione dove tutti e nessuno convivono tra piccole gioie e dolori: un racconto piccolo.

 

Un oggetto, il protagonista potrebbe essere un oggetto che assiste alle nostre incomprensibili domande, oppure un oggetto che nasce o un oggetto che muore o ancora un oggetto visto dagli occhi di un qualsiasi individuo che scruta, indaga il suo strano silenzio.

 

Un altro, vorrei che tutto sommato fosse un altro, vorrei esimermi da questo incarico che mi sono dato, vorrei esimermi da questo dovere che mi sono imposto.

 

Un monologo,

oppure non fingerò, sarò io dall'inizio il protagonista e l'unico, perché sono l'unico metro che ho a disposizione, un metro di gomma. Non mi resta che seguirmi con curiosità e noia17nelle mie continue variazioni, osservandomi mentre rappresenterò la realtà per intuirla ogni tanto e intuire anche me, non credo si possa prendere la realtà, tanto meno comprenderla. Ricordo con fastidio quei giorni della mia vita in cui questa sensazione è più chiara. Specie alla guida dell'automobile mi appare chiaro di essere sospeso ad un filo o meglio in equilibrio su esso. Dall'esterno attraverso i sensi arrivano velocemente e disordinati i più vari stimoli, io li raccolgo, li vedo, li sento tutti, ma è un attimo perché subito dopo percepisco qualcosa d'altro e non riesco a smettere, nel frattempo guido, accelero, freno, cambio, sto in strada e - strano a dirsi - sto in strada correttamente, eppure non so neanche bene cosa ho attorno, non riesco a focalizzare neppure una delle sensazioni che percepisco, vorrei chiudere gli occhi e sentire solo il buio per qualche minuto, ma non ce la faccio, devo guidare e sono incuriosito anche dalla più stupida osservazione che fa la mia coda dell'occhio, mi giro per coglierla e poi ancora e ancora. Il mondo appare parcellizzato e travolgente finché non arrivo, scendo dall'automobile e bene o male tutto si quieta un poco. Non c'è un senso a tutto questo e in questi attimi lo sento, non lo comprendo, ma lo sento come si tocca, annusa, sente una cosa tangibile.

 

 

Ove? Dove sarà collocato questo racconto?

 

 

 

Ovunque,

un racconto che si colloca ovunque, ma non perché percorre lo spazio nelle sue dimensioni, non perché il racconto sia così esaustivo e lungo da poter percorrere con il suo narrare l'intero spazio, no! È ovunque perché si colloca in una dimensione dello spazio diversa ed astratta: la sfera su cui siede il Cristo nel catino absidale di S.Vitale a Ravenna, quello spazio totale e totalizzante.

O forse vorrei che fosse dovunque, in un luogo qualsiasi, non importa quale, perché il racconto che andrò narrando è totalmente indifferente al luogo in cui si colloca e non solo a quello.

 

Uno solo,

oppure potrebbe essere un solo luogo, poi che c'è di male ad essere fatti così? Poter vivere in un luogo alla volta e vederne un poco alla volta, allora, se così fosse, bisognerebbe scegliere dove.

Forse remoto, un luogo lontano, così lontano da doverlo immaginare, oppure un luogo lontano sì, ma che si è conosciuto, così l'immaginazione prenderà il nome del ricordo. Un luogo lontano si sceglie per affermare con forza la propria immaginazione, per renderla egemone, per negare a molti altri il diritto di contestarla. Questo fa contenti i più, perché quel luogo non può essere il loro luogo, non li mette in discussione comunque, ma solo se loro vogliono18.

Vicino, ma se è vicino, se scelgo un luogo prossimo, ognuno confronterà la sua visione con la mia, qualcuno sarà contento di trovare occhi simili ai suoi, altri si stupiranno di cose che non avevano visto mai. Chi confiderà ancor più nei suoi occhi, chi negherà i miei, ma a me non importa né l'una né l'altra cosa: io voglio il luogo giusto per il racconto giusto.

A venire, un luogo mai stato e che forse mai sarà, ipotizzare un luogo plasmabile in tutto dalla mia immaginazione, ma non per parlare ancora dei luoghi vicini, quelli in cui viviamo, per dare a loro nuova luce, niente metafore o allusioni. Un luogo a venire deve essere un luogo che attrae fatalmente, che affascina il qui in cui siamo ora e lo plasma, come noi cambiamo la nostra vita inseguendo i nostri sogni.

Vero o falso, comunque sarà sempre vero e falso perché è un libro19.

Un libro, è questo il luogo in cui sarà comunque collocato il racconto, no non è un gioco autoreferenziale alla cui fine non rimane nulla - il nulla rimane eccome - non è una vana tautologia, è la verità, l'unica che riesco ad immaginare e a non contestare ora, il luogo di questo racconto è quel luogo dove le mie parole vengono lette dalla tua voce.

 

 

 

Non so neppure quando.

 

 

 

Sempre,

un racconto che si svolge sempre, ma non perché percorre il tempo integralmente non perché il racconto sia così esaustivo e lungo da poter percorrere con il suo narrare l'intero tempo, no! È ovunque perché si colloca in una dimensione del tempo diversa ed astratta: la sfera su cui siede il Cristo nel catino absidale di S.Vitale a Ravenna, quello stesso tempo assoluto e totalizzante.

O forse vorrei che fosse in un qualsiasi tempo, non importa quale, perché il racconto che andrò narrando è totalmente indifferente al tempo in cui si colloca e non solo a quello.

 

Adesso,

oppure potrebbe essere un solo tempo, poi che c'è di male ad essere fatti così? Poter vivere un attimo alla volta e ricordarne altri senza un preciso disegno, se così fosse bisognerebbe scegliere quando.

Forse remoto, un tempo lontano, così lontano da doverlo immaginare, oppure un tempo che abbiamo vissuto, così l'immaginazione prenderà il nome del ricordo. Un tempo lontano si sceglie per affermare con forza la propria immaginazione per renderla egemone per determinare la storia per negare a molti altri il diritto di contestarla. Questo fa contenti i più, perché quel tempo non è il loro tempo, non li mette in discussione comunque, ma solo se loro vogliono, e così si fa la storia, sì anche la loro, quella dei più che non se ne erano accorti prima e non se ne accorgono dopo20.

Vicino, ma se è vicino, se scelgo un tempo presente, ognuno confronterà la sua visione con la mia, qualcuno sarà contento di trovare occhi simili ai suoi, altri si stupiranno di cose che non avevano visto mai. Chi confiderà ancor più nei suoi occhi, chi negherà i miei, ma a me non importa né l'una né l'altra cosa: io voglio l'ora giusta per il racconto giusto.

A venire, un futuro che forse mai sarà, ipotizzare un tempo plasmabile in tutto dalla mia immaginazione non per parlare ancora dell'oggi non per dargli nuova luce, niente metafore o allusioni. Il futuro deve essere un luogo che attrae fatalmente che affascina l'adesso in cui siamo e lo plasma, come noi cambiamo la nostra vita inseguendo i nostri sogni.

Vero o falso, comunque sarà sempre vero e falso perché è un libro.

Un libro, è questo il tempo in cui sarà comunque collocato il racconto, no non è un gioco autoreferenziale alla cui fine non rimane nulla, non è una vuota tautologia, è la verità, l'unica che riesco ad immaginare e a non contestare ora, il tempo di questo racconto è quel tempo in cui le mie vacue parole vengono lette dalla tua vana voce.

 

 

 

Tra l'altro, perché faccio tutto questo?

 

 

 

Perché voglio.

Voglio sentire la vita, voglio impedire che mi passi sopra e io inconsapevole ad aspettare che passi, voglio sentirla in ogni momento, scrutarla, voglio che sia mia, possederla attraverso l'esercizio del mio intelletto. Tra i giochi21 che mi hanno proposto dall'infanzia ad ora è il più divertente, non finisce mai e quando finisce finisce davvero. Si gioca non per vincere, ma per far meglio, per avere elogi, la tua vittoria non è la sconfitta di altri, la tua vittoria sono gli altri22.

 

Perché voglio.

Voglio definire me stesso e presentarmi, voglio scritto sulla carta d'identità: Daniele Leone colui che ha raccontato un racconto. Per affermare, nero su bianco, su un documento che tutto ciò è ed esiste.

 

 

 

Orsù veniamo a questo desiato racconto:

 

 

 

Il tempo era fermo, il cielo sereno, la luce, il tepore ed il vento. Le foglie in alto, contro l'azzurro, lontane si muovevano con l'indolenza di chi è tutt'uno con tutto.

 

 

Non accadde proprio nulla

 


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© Daniele Leone