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OBESUS
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INDICE
01 - Colazione |
La spianata con la mortadella
Però ora che non c'è, ora che sono di nuovo con questi testa di cazzo la desidero di più. La vorrei, vorrei sentire il peso dei suoi seni che riempie le mani, vorrei prenderle i fianchi, vorrei ... . Tornerò a Monte Botolino! domani! con il motore, mi metto in piazza e la aspetto e poi le chiedo se viene al fiume con me, così nell'acqua ci amiamo; sì! voglio dirle così. Sto lì in piazza e aspetto e quando arriva la saluto e le chiedo se vuole fare l'amore con me giù al fiume. Poi la porto a mangiare e la sera ci ubriachiamo insieme. Lo faccio, sono certo che lo faccio!
Daniele in auto mentre scende al fiume desidera. Oggi è il seno turgido di Anna, ma anche i suoi fianchi, il peso del suo corpo, lo vuole tutto. O forse vuole inebriarsi di desiderio, essere rapito da qualcosa che lo attragga irrevocabilmente ed unicamente; esattamente come è in grado di fare l'altrui sesso. Non pensa che a quello.
Nel frattempo la banda di cretini è arrivata al fiume, parcheggiano le macchine e finalmente si tolgono gli impermeabili e in costume si dirigono al fiume. Daniele si attarda un poco rimane dietro e osserva il fiume, i sassi, gli alberi. Poi li raggiunge e trova il modo di sdraiarsi su quelle pietre, con la testa all'ombra, senza troppi pensieri si addormenta con la nenia dell'acqua e delle chiacchiere che i suoi compari stanno facendo. Non è proprio un dormire, è piuttosto un dormiveglia il suo, ogni tanto apre gli occhi e vede qualche frammento, qualche parola, qualche luce, finché non vede le tette della Francesca ed allora lentamente torna tra gli altri.
Devo smetterla di guardare le tette della Francesca, se no se ne accorgono tutti, certo che sono "tante". A guardarle ne senti il peso, sembrano dei grappoli d'uva - quelli gonfi di acini - hanno quella stessa gravità, traboccano dalle mani in egual modo; è difficile a dirsi ma sembra di sentirli. Oddio poi quando si muove così e sobbalzano. Pensa ad altro, altrimenti ti viene il cazzo duro e dopo li senti 'sti beduini quante te ne dicono.
Certo però è bello tornare a guardare le donne, sentire questa lieve attrazione che diventa sempre di più. Desiderare quella pelle, quella carne, quell'odore che gli uomini non avranno mai. Si potesse essere sempre così innocenti, così puri e raccogliere questi grappoli. E' bella! non ho altro modo di dirlo: è bella questa sensazione, questa voglia di giovinezza.
Ma guardati, guarda il tuo ventre come è espanso e gonfio: un otre su un corpo peraltro magro; si adagia sulle pietre questa pancia come un sacco. Mi ricordo l'obesus, dove l'ho visto? Ah sì! a Tarquinia, in gita, in seconda liceo. E' una delle poche cose che ricordo insieme ai due cavalli alati: così nobili loro, così pesante lui sul suo sarcofago, con il peso del suo ventre gonfio. Il suo ultimo alito vitale, la sua, immagino sarà stata un rutto. Sembra che prima di morire si sia voluto ingoiare tutto, portarsi tutto quello che poteva con sé. Quale ansia? quale terrore lo rendeva così frenetico nel divorare? nel deformare se stesso per non perdere nulla, nulla di questa esistenza? E' forse il modo più arcaico per prendere, comprendere il mondo: ingerirlo, ridurlo a poltiglia, bolo.
Gianluca si avvicina a Daniele mentre Daniele cercava di avvicinare se stesso.
- Te la smetti di guardare le tette della Francesca?
- Si nota?
- Un poco.
- Gli darei un morso, anzi due uno per tetta.
- Piuttosto, la merenda non la facciamo?
- Ma non facciamo altro che mangiare!
- Per dire il vero beviamo anche.
- Comunque un languorino ce l'ho anch'io.
Languore non è languore: è ansia! voglio un piacere, un sentire, voglio una gratificazione fisica per tacerla! Non so perché l'ansia è nello stomaco e a volte sembra appetito. Preferisco pensare che sia appetito.
- Ascolta, su nella strada c'è un baracchino che vende panini con porchetta, affettati e non so cos'altro; andiamo e ci facciamo un panino, se ha del vino ci facciamo anche un bel bicchiere di rosso.
- ... con la mortadella.
- Come?
- Con la mortadella, te la ricordi la spianata con la mortadella?
- Cosa c'è da ricordare?
- Come da piccolo tua mamma non ti dava la spianata con la mortadella?
- A me mia madre dava pane e nutella.
- Ah ecco! sei un figlio del tubo catodico, ora capisco tante cose.
- Ascolta "tubo catodico", andiamo sì o no?
- Sentiamo con gli altri, magari se facciamo gli occhi dolci a una donzella riusciamo a mandare lei al posto nostro.
- Sembri stupido, però devo dire che sei solo stronzo.
- Ehi! noi abbiamo fame, andiamo a prendere dei panini qui sopra?
- Ancora! è tutt'oggi che mangiamo.
- Embé! ormai sono le sette, io ho fame e poi mi sono rotto.
- Ha ragione approvo la mozione.
- Te tutt'al più approvi la minzione.
- Intanto che io piscio, te va a cagare! - ridono tutti.
- Smettetela! comunque bisogna mangiare, invece di un panino andiamo a mangiare la piadina, va bene?
- No! io non la voglio, due palle con 'sta piada!
- Io mangio solo quella della mia mamma!
- E allora cosa mangiamo?
- Pizza!
- Propongo di andare dai sardi!
- Io propongo i garagoli!
- Garagoli!
- Garagoli!!
- Garagoli!!!
- Ma dove li troviamo i Garagoli? mica siamo al mare.
- Garagoli di montagna, dobbiamo trovarli!
- A Novafeltria un ristorante di pesce lo troviamo di sicuro.
- Allora si parte, tra mezz'ora in piazza a Novafeltria.
- Ma è una cagata, non troveremo niente.
- Ormai è deciso!
Daniele e gli altri lasciano il fiume e dopo venti minuti sono a Novafeltria, parcheggiano in malo modo nella piazza del comune, qualcuno - come fosse solo - va verso la fontana e si lava la faccia, qualche altro si accende una sigaretta, Daniele si siede su un gradino e guarda le persone al bar. Stanno parlando dei suoi compari e forse anche di lui. Serena sta chiedendo in giro se c'è un ristorante di pesce in paese, un signore gli sta puntando l'indice su un posto dietro quelle vie. Serena segue l'indicazione e anche gli altri le si accodano dietro, piano piano. Sono tutti spettinati, gli impermeabili sono stropicciati, un po' pieni di polvere, un po' bagnati. L'unica cosa che ancora un poco li diverte è guardare se stessi. Daniele sa perché.
Daniele si ferma più di ognuno di loro, per questo lo sa. Daniele si ferma spesso, anche troppo, non fa nulla, osserva le cose ed è così che le cose si spiegano davanti a lui, soprattutto quelle che gli altri trascurano; quando non si ferma le trascura anche lui.
Non è lo sguardo degli altri che mi diverte, non sono questi volti pettegoli. E' l'assoluta insensatezza dei miei passi, dei miei capelli spettinati, del mio impermeabile, del mio cercare cibo senza appetito che mi abbaglia a volte, mi coglie e mi diverte. Allora vedo la bellezza di questo smarrimento, la sua luce, la sua sacralità e questo piacere diverge dalla mia pena, dalla mia ansia, dal mio malessere.
Daniele e i suoi compari entrano nel ristorante, è un ristorante né troppo raffinato, né troppo popolare. Il cameriere non riesce a guardarli con malanimo, sono troppo falsi, con quegli impermeabili in piena estate, troppo illeggibili per essere veri, traspare la goliardata e non può che destare simpatia.
- Buonasera signori.
- 'Sera, avete garagoli?
- Come?
- Avete garagoli?
- Ah certo! abbiamo antipasti caldi di pesce, garagoli, vongole, cozze ...
- Garagoli per dieci grazie.
- E poi?!
- Qualche bottiglia di vino rosso della casa e pane, grazie.
Si siedono e aspettano; all'arrivo del vino hanno già finito la prima sigaretta e con trascuratezza iniziano a mangiare il pane. Dopo poco il cameriere colloca al centro del tavolo una pentola in terra cotta colma di garagoli e toglie il coperchio.
- Buon appetito.
- Grazie.
Daniele e l'allegra brigata, attorno al tavolo, iniziano a succhiare i garagoli in un modo sempre più rumoroso fino ad ingombrare dei loro "ciucci" tutto il locale, si può usare anche lo stuzzicadenti per estrarre dalla conchiglia quell'essere viscido che vi alberga dentro, ma non è la stessa cosa. Non è come risucchiarlo con le labbra umide e sporche di pomodoro.
Il garagolo ha una lunga preparazione prima di essere cucinato, va spurgato con molti lavaggi e va rotto il guscio sul retro (il culo) per permettere l'estrusione tramite risucchio, da qui nasce il modo di dire: "fè la mòrta de garagòl: i i romp e' cul e pu il zòza".
- E pensare che ho iniziato a mangiare i garagoli dopo i vent'anni; se mi avessero raccontato, prima di allora, la mia futura insana passione per queste viscide lumachine di mare non ci avrei mai creduto.
- Non sono lumachine, sono garagoli! ignorante!!
- E' un profano fa confusione tra lumachine e garagoli, ma chi se lo è portato dietro questo qui?
- Ma chi lo conosce!!
- Raccontavo solo una storia, la storia di come nacque nel mio cuore e nello stomaco l'attrazione sensuale tra me e il garagolo.
- Racconta, racconta così più parli meno ne mangi.
- Volevo solo dire che la prima volta li ho mangiati per vergogna; ero un ospite, tra sconosciuti e non osavo rifiutare quel cibo, non volevo offendere nessuno e non volevo si pensasse di me che ero, anzi sono, "viziato" perché non mangio di tutto. Così ne presi quattro o cinque per gradire: fu un amore a primo gusto, irretì le mie papille gustative di una rete che ancor mi tiene.
- Amor ch'a nullo amato amar ... brought ... - un rutto fragoroso - ops pardon.
- I rutti in francese no eh! E' maleducazione parlare a tavola in una lingua che i commensali non capiscono.
- Chiedo venia, perdonatemi ma dove eri rimasto Daniele.
- Al bicchiere vuoto me lo riempi? E poi ... sì stavo dicendo ... no era tutto lì.
- Me lo ricordo c'ero anch'io quella volta lì, si è ubriacato come un copertone e poi l'abbiamo portato a casa nel portabagagli.
- Hai sempre fatto schifo!
- E' vero u s sént una póza!
- E' poi è un porco avete visto come guardava le tette della Francesca?
- Come tutti gli uomini!!
- E invece le donne son tutte ... ?
- TROTE!!!
Il casino aumenta e allora interviene il cameriere.
- Ragazzi, potreste contenervi un poco.
- Ah sì ci scusi, ci porta un altro litro, meglio due.
Daniele e la banda rumoreggiano tra cazzate e risucchi finché non finiscono tutto, anche la pazienza del cameriere, allora pagano e se ne vanno, ma non sanno dove. Serena lo sa e allora va avanti, è un po' ubriaca e gli altri - al solito - la seguono.
Non ho mai capito perché la seguiamo, sembriamo tutti alle sue dipendenze, almeno sapesse dove va. Credo noi la si segua per noia, tanto per andar da qualche parte.
Dopo poco sono arrivati, l'operazione "Penelope" ha inizio qui, tutti aspettano che Serena prenda la parola ma Serena non può più farlo, non ricorda le parole, ricorda solo una cosa e questa cosa la fa stare male, le chiude lo stomaco, la bocca, ha anche bevuto troppo probabilmente.
- Serena allora l'operazione "Penelope" si fa o no?
- Siamo pronti cosa dobbiamo fare?
- Dobbiamo smontare il ... rifarlo ma non so come, non so da dove iniziare, so che dobbiamo farlo ... lo so perché l'ho sentito ...
- Ma che cazzo dice!?
- Ma guarda che stronza!
- E' ubriaca! è da Monte Botolino che non fa altro che bere.
- Giù al fiume si è finita quella bottiglia di grappa che ho fregato alla festa.
Serena li guarda tutti senza incontrare nient'altro che il suo sguardo, i suoi occhi sono persi nel cielo, pieno di stelle, sente una pena profonda, una solitudine che non sa esprimere, vorrebbe piangere - ma non piange - si allontana muta, scavalcando il cancello di fronte al quale si erano fermati.
- Non è un problema so tutto io, il progetto "Penelope" eccolo qua: questa cava, come tante altre, estrae ghiaia dalla valle tutti i giorni, noi ora nella notte la ributtiamo nel fiume.
- Ma è una buona azione! che schifo!
- Ma questa è la peggior specie di buonismo, che se ne farà il fiume di quei quattro sassi che vi getteremo morirà comunque. E poi quella è la ghiaia con cui è costruita la mia casa, la tua, la vostra! andiamo a buttar giù casa nostra, invece di rompere i coglioni a chi lavora. E' un'azione inutile, da deficienti.
- Appunto quello siamo e questa non è una buona azione e neppure inutile è una azione vana.
- Ma va a cagare, una "azione vana" e poi come lo dice, ma che cazzo pensi di aver detto! E' sceso dall'Olimpo per illuminarci con le sue parole. VA A CA GA RE!
- Ma basta! io devo smettere di uscire con gente così stronza, non è possibile tutte io le stronzate le debbo sentire!
- Non si può mai essere seri con voi, zio bono! solo cazzo, figa, magna, bevi.
- Eh embé, cosa c'è di male anche a te non ti farebbe male una chiavata in più!
- Scusate se mi intrometto ma secondo questo cartello ci sarebbe il cane.
- Oddio e Serena?
- Boh! Comunque io non ho sentito abbaiare nessuno.
- Però il cartello c'è.
- Anche io ero sufficiente in Latino però non ci ho mai capito una mazza.
- Io entro vado a vedere.
Nascondono le macchine ed entrano, l'atmosfera è irreale, le luci dall'alto della torre illuminano le grandi montagne di sassi. Le macchine scavatrici sembrano abbandonate lì da sempre. Il cane si avvicina abbaiando, Flavio tira fuori dalla tasca un pacco di würstel, lo apre coi denti e ne dà uno al cane, il cane gradisce e poi iniziano a giocare insieme.
- Ma ti porti dietro i würstel?
- Per forza se mi viene fame come faccio.
Flavio si trova bene con gli animali, gli toglie la catena e lo porta a spasso sul greto del fiume. Un gruppo si è arrampicato sulla montagna di sassi più alta ed ora si ruzzola giù urlando in malo modo, c'è anche chi tenta di sciare. Francesca si è arrampicata sulla torre con Carlo e stanno tirando sassi agli altri che rispondono lanciando in aria gli insulti e le bestemmie più fantasiose, con una esuberanza di aggettivi più che sufficiente a scalare quella torre su cui si sono arroccati i cecchini. Qualcuno più serio afferra qualche sasso e lo va a gettare nel fiume, uno, due, qualcuno, anche tre, lentamente, senza fretta. Mentre il cane sguazza, Flavio piscia fischiettando e la Michela ha messo i piedi a bagno, è notte, ma fa ancora caldo. Daniele si accende una sigaretta e per meglio guardare si mette in disparte ma in un angolo del fiume trova Serena.
- Serena come stai?
- Male sto male.
- Hai bevuto troppo, ti facevo più seria.
- ... sto male non è certo quello il mio male, sto male ...
- Dovresti vomitare così ti togli il pensiero.
- Ho un peso oscuro, che mi toglie il fiato, non riesco più a fare ciò che vorrei e non so perché! vorrei che passasse, ma non passa. Passa quando vuole lui e io lì ad aspettare.
- Non aspettare.
- E che cazzo faccio, le mie azioni sono inutili, mi toglie il bene più caro: il desiderio. Non desidero più nulla, neppure leggere mi attira più, neppure suonare mi piace più, ma cosa sono io senza i miei libri, senza me stessa. Cosa sono senza i miei sogni, ci ho creduto fino a ieri: ma ho trent'anni e fra un po' dovrò trovare un lavoro qualsiasi. Le mie azioni sono stupide, cosa posso dire a questo silenzio che mi prende il torace e mi svuota il seno, e non serve a nulla non pensarci che devo fare? che devo dire?
- Vomita, intanto.
- Vorrei innamorarmi, non m'importa di chi, vorrei guardare uno negli occhi e non capire, non sentire più niente, vorrei riempirmi del suo odore, per divertirmi e basta.
Tace un poco.
- ... dalla pena al pene ... - ride.
- Fallo! - sorride.
- E se non serve a niente? e poi non mi sembra il modo giusto.
- Fallo lo stesso, non c'è un modo giusto, esci da questa condizione e basta, fregatene di tutto.
Serena si china, sotto le contrazioni del diaframma, Daniele si avvicina e gli regge la fronte aspettando che abbia finito poi entrano nel il fiume per lavarsi le mani e la faccia.
- Daniele lo sai che mi piace il rumore del fiume, mi fa venir voglia di pisciare.
Serena scosta l'impermeabile abbassa il costume e piscia nel fiume.
Daniele pensa alla clitoride della Serena come fosse un garagolo e pensa che sentire il rumore della figa che piscia nel fiume è come vederla. Poi pensa che morirà senza avere una sorella.
Due quadretti di pizza
Daniele oggi si alza alle sette, va a lavorare. Ieri è arrivata una telefonata dall'ufficio personale del Comune. Daniele aveva presentato una domanda un anno fa, ancor prima di iscriversi all'università, glielo aveva detto Fulvio - che lui lo aveva già fatto - gli aveva spiegato come funzionava e in quale ufficio andare a chiedere di essere messo in lista. Gli aveva spiegato che il Comune assumeva dipendenti a tempo determinato, perché non poteva fare altro e così a rotazione c'era un posticino un po' per tutti, bastava mettersi in lista e andare a rompere i coglioni tutte le settimana al dirigente preposto, meglio ancora all'assessore, dimostrando sempre molta riconoscenza. Così Daniele aveva fatto per tanto tempo ed ora lo avevano chiamato.Oggi si lavora! Sveglia che ti devi fare anche la barba.
Daniele si alza, mette il latte a riscaldare e va in bagno. In casa non c'è nessuno, sua madre gli ha lasciato una brioche sul tavolo. Di fronte allo specchio, mentre si fa la barba col rasoio elettrico, si osserva. A volte si ferma così, curioso - a scrutare il proprio viso - ma oggi non ha tempo, finita la barba piscia e va a fare colazione.
Si fa presto a dire "bisogna fare una colazione abbondante e nutriente"; al mattino a me già il caffelatte fa vomitare, devo guardarlo almeno dieci minuti prima di convincere il mio stomaco ad ingerirlo e poi c'è anche la brioche, mah! chissà come che tanta gente non ha questo impedimento. Il caffelatte posso anche capirlo, ma mangiare alla mattina, appena alzato, questo no! Questo non lo capisco. Il caffelatte almeno serve a qualcosa, appena lo bevo sento lo stimolo per andare a cagare, ma mangiare a che serve?... piuttosto devo fare in fretta, se no non ho tempo per cagare e per lavarmi i denti. Se inizio in ritardo sui tempi finisce che mi tocca correre in bicicletta e arrivo completamente sudato o peggio non cago e me la porto fino in ufficio.
Bello la mattina in bici! c'è poca gente, l'aria fresca, mi piace andare a lavorare in bicicletta. Ti ritagli una pausa, mezz'ora: quindici minuti andare, quindici minuti tornare. Questa mezz'ora non esiste, è un tempo del transito tra un luogo ed un altro, è un tempo che non conta, che non si conta. Così non puoi neppure perderlo questo tempo. E' facile pensare che posso andare da un'altra parte, che posso seguire un altro percorso. E' bello pedalare e sapere di poter "pensare a perdere" senza dover dimostrare alla fine nulla. E' assurdo, lo so, questo tempo ha una ragion d'essere perché mi serve per andare da un posto ad un altro. Dietro questo paravento posso andare dove voglio, pensare ciò che voglio. E' solo così, nascondendolo, che ha una dignità la mia permanenza nel luogo delle mie riflessioni: chi verrà mai a chieder conto di questa pedalata. Come farà mio padre ad accusarmi di non far nulla: sto pedalando! vado a lavorare!
Daniele arriva così, tra i suoi pensieri, in quello che per un po' sarà il suo luogo di lavoro, è eccitato ed allegro, di quell'allegria che gli mettono addosso i mutamenti. Daniele non ama le novità, ama rannicchiarsi nelle cose note; è forse per questo che accoglie sempre con sincera emozione i cambiamenti, quasi fossero forieri di chissà quali possibilità.
L'edificio è nuovo di quel postmoderno diffuso in provincia, non molto pronunziato ma attento alla contemporaneità, senza grandi pretese artistiche, ma comunque costoso. Già, l'arte è una pretesa, il denaro è una necessità e una garanzia.
A volte penso di essere il peggiore degli snob, guardo questi edifici fatiscenti - come quello a fianco dell'edificio del Comune - e mi piacciono così, inservibili. Vorrei subito entrarci a cercare chissà che; come quando da piccolo, con la banda, entravamo nelle case in costruzione in cerca di tutto o di niente e saltavamo poi dai balconi del primo o del secondo piano giù, sui mucchi di sabbia, quando venivamo scoperti e scappavamo o a volte solo per gioco. Ancora adesso mi piacciono gli edifici senza funzione, potrei entrare, magari rubare qualche vecchio oggetto abbandonato, un telefono, una bella sedia, una scrivania o una cassettiera per ufficio, di quelle in legno che facevano una volta. Insomma sono snob ed egoista, a me piacciono così fatiscenti questi posti e quando arrivo in fondo ad una via come questa e vedo questo bel edificio ristrutturato, provo solo un poco di noia. L'architetto avrà più o meno questo curricolo:
- figlio di "geometro" con tessera di partito.
- lungo apprendistato dal babbo.
- entrato in Comune negli anni sessanta, al 3° livello retributivo, attraverso concorso pubblico per titoli ed esami (leggera spintarella non proprio raccomandazione, però se lo meritava: che poi è quello che conta)
- dopo lunghi studi, durante l'ora di servizio, arriva a conseguire, per posta, una laurea in architettura con il minimo dei voti negli anni caldi della contestazione universitaria.
- il suo sforzo intellettuale viene notato immediatamente dai suoi superiori, così sensibili al merito, che nel giro di cinque anni gli fanno scalare tutti i livelli interni fino a porlo al massimo grado dirigenziale nel assessorato che gli compete.
- durante questo lungo e periglioso praticantato gli capitò un dì di osservare, durante una seduta di zapping di fronte al televisore del salotto buono, un documentario sull'architettura postmoderna: colto da illuminazione, gettò alle ortiche il pudore che lo aveva trattenuto fino a quel giorno dall'edificare alcunché e alzandosi dalla poltrona tra le stupore dei familiari grido "allora posso edificare anch'io!"
Nel curricolo di un vero artista c'è sempre un momento illuminante che deve trovare spazio, a mio parere, nel rigore formale del testo curricolare.
E così eccolo l'edificio in cui io devo entrare, eh sì! si percepisce proprio che la formazione culturale, il pensiero, il costrutto intellettuale di questo edificio è sempre stato considerato un optional indesiderato. Eppure devono aver speso molto in questo edificio ed anche questo si percepisce bene, molto bene. E sì! si vede proprio che questo architetto ha pensato che l'arte per lui era una pretesa azzardata ed arrogante - a cui ha volutamente negato le proprie capacità - ma di fronte alla spesa non si è tirato indietro, no! La sentita come necessità inderogabile per la bontà dell'edificio, una garanzia sicura di bellezza, quella garanzia che lui non poteva dare.
A me l'arte piace solo quando è una necessità. Inizio a provare un brivido sublime di fronte alla bellezza di quest'opera, ora così chiara. E' meglio che scendo dalla bici prima di cadere in preda alla sindrome di Stendhal!
Daniele appoggia la bici ad un cancello, la chiude e varca la soglia. Nell'atrio solo un usciere.
-Buongiorno sono Daniele Leone, sono stato assunto per un incarico temporaneo, mi hanno detto di presentarmi qui.
- Ma io non so niente, prova ad andare su per quelle scale e chiedi nell'ufficio in fondo.
Daniele sale le scale, nel pianerottolo non c'è nessuno, si avvicina alla porta che gli era stata indicata e dubbioso, entra.
- Buongiorno sono Daniele Leone.
- Ah il nuovo obbiettore vieni vieni.
- Mah, veramente sono stato assunto per un incarico temporaneo, mi hanno detto di presentarmi qui.
- Ah, tu sei il nuovo bimestrale, bene bene, era ora, ne avevamo bisogno con tutto il lavoro che c'è. Io sono Luigi, adesso devi aspettare un po', intanto accomodati poi quando arriva Marco, il dirigente, ti presenti e senti con lui, intanto siediti dai ...
- Grazie.
- Un attimo che chiudo qui e poi vengo da te, 'sto computer non si capisce un cazzo, te lo sai usare?
- M'arrangio un poco, ci so scrivere e far di conto (Che ci voleva il computer, ci voleva).
- Ah bravo e questo programma qui lo sai usare?
- Boh, non so, non l'ho mai visto cos'è un foglio di calcolo?
- Eh sì!
- Io ne ho usati altri spero non sia troppo differente, anche se gira ancora nell'oscuro DOS.
- Vedi Franco, lo dice anche lui, che roba è? abbiamo ancora macchine primordiali, hai sentito bisogna chiedere una macchina più potente, più facile, con "uindou" vero?
Franco che era nel corridoio entra con gesto di paziente assenso.
- Ciao io sono Franco e lavoro di là, Luigi quella pratica poi l'hai trovata?
- Sì l'ho data alla Marisa prima.
- Bene, grazie.
Franco si gira ed esce.
- Lui è Franco lavora nell'altro ufficio, è in gamba, magari ti mettono a lavorare con lui, certo, che avrei bisogno anch'io di aiuto, con tutto il lavoro che c'è, poi mi servirebbe uno che sa usare il computer.
- Beh ...
- In cosa sei laureato te? in Economia?
- No, ho fatto qualche anno lettere poi ho lasciato.
- Peccato, perché una laurea è sempre importante, anche se in lettere magari non ci fai niente, però peccato, ma hai abbandonato di sicuro?
- Sì.
- Va beh. Intanto che aspetti ti spiego un po' cosa si fa qui. Questo è il settore legato alle politiche giovanili fa parte dell'assessorato ai servizi sociali, Marco ti dicevo è il dirigente, io seguo l'amministrazione, la Marisa segue i centri giovani e Franco è un obbiettore di coscienza. Tu l'hai fatto il militare?
- No, ho fatto l'obbiettore anche io.
- E beati voi, ai miei tempi si faceva e basta, comunque avete fatto bene, che il militare non serve a niente.
- Non lo so questo, io so solo che sono insofferente verso le organizzazioni gerarchiche e mal sopporto le imposizioni.
- Dici bene, ma guarda che se fosse il male del militare sarebbe nulla, anche sul lavoro è così ne so qualcosa io. Ma questo è un altro discorso, intanto che sei qui perché non protocolli la corrispondenza, l'hai mai fatto?
- No.
- E' facile guarda: qui scrivi le lettere in uscita e qui quelle in entrata, queste che devi fare adesso sono tutte in entrata; pensa sono arrivate ieri ed ancora non ho avuto tempo di protocollarle. Il numero progressivo c'è già, aggiungi il codice in relazione all'ufficio a cui è indirizzato secondo quella tabella affissa alla parete. Facile no?
- Sì.
- Ah! Poi devi mettere il protocollo sugli originali e fotocopiarli, le copie le metti nel quaderno e la posta poi la porti al destinatario. Se hai problemi me lo dici che ti spiego.
- D'accordo ma dovrei arrivarci sai ho la terza media.
- Bravo si vede che sei sveglio; cosa dici se ci accendiamo la radio intanto che non c'è nessuno?
- A me non dà fastidio.
- Alé! via allora al lavoro che ho sette lettere da spedire.
Daniele inizia a scrivere lentamente, non vuole sbagliare, poi si rende conto che è impossibile sbagliare ed allora inizia a guardarsi in giro mentre scrive e nella stanza aleggia in sottofondo la voce idiota di un DJ "spiritosissssimo".
Oggetto: richiesta contributi associazione culturale AMBO.
Guarda che bella fotografia che hai di fronte Daniele, basterebbe scattarla. Una parete alta almeno tre metri e mezzo completamente ricoperta di contenitori per pratiche, tutti con la loro bella etichetta con oggetto e anno, c'è anche il 1970, pensavo le buttassero dopo qualche anno le pratiche. E sotto 'sta parete con lo sguardo parallelo ad essa e rivolto a destra Luigi, rapito dalla luce verde del suo monitor d'annata, con la sua scrivania piena di carta e la cassettiera metallica dietro le sue spalle. Sembra l'autista di una strana macchina immobile, occupato in una difficile gara, una macchina fatta di carta che gli domina tutto l'orizzonte. Potrebbe essere una rappresentazione fin troppo esplicita dei mali della burocrazia e questo rende banale tale immagine. Sono un inguaribile anticonformista e preferisco pensare ad una surreale corsa immobile, bella nella sua pura e assoluta assurdità.
Oggetto: richiesta contributi associazione culturale TERNO.
In fondo è una macchina affascinante, se solo avessi potuto giocare da piccolo con quest'astronave avrei girato tutta la galassia, come pirata, abbordando le navi ricche di dobloni a colpi di carta bollata, notifiche e delibere; avrei affondato anche le navi più solide, grazie alla mia ciurma di rifiuti umani, preso come preda le donne, tagliato le gole agli uomini, tenuta in ostaggio la figlia del viceré di cui non mi sarei mai e poi mai innamorato.
Oggetto: richiesta contributi associazione culturale TOMBOLA.
E invece sono qua a protocollare lettere, piuttosto: qui chiedono contributi da tutte le parti non è che glieli devo dare io? Ma tutte queste associazioni culturali da dove vengono?
- Luigi ma come mai tutte queste richieste di contributi?
- E' normale le associazioni culturali possono richiedere fondi all'Amministrazione Pubblica; le politiche giovanili hanno un budget annuale che viene sempre distribuito tra le varie associazioni.
- Ho capito ma sono tante, ma quanti soldi ci son per queste cose?
- Non moltissimi, ma abbastanza, comunque i soldi non si danno a tutti, bisogna che facciano un'attività riconosciuta e ...
- E?
- Beh sai com'è. Per qualcuno è più facile.
- Ho capito. Ma teoricamente qualsiasi associazione può richiedere fondi?
- Certo. E' ovvio che se lo scopo dell'associazione è lo sviluppo della coltivazione della barbabietola forse è meglio chiedere fondi ad un'altra amministrazione.
- Beh certo. Però io non sapevo niente, non sapevo neppure dell'esistenza di certe disponibilità economiche per i "giovani".
- Sai com'è meno si sa, meglio si sta! E poi qualcuno che lo sa c'è sempre.
- Già.
Non sono bigotto, non mi scandalizzo, sarebbe conformista come atteggiamento. Non mi disturba il cronico clientelismo, il nepotismo italiano e le perversioni dell'istituto familiare. E' qualcosa d'altro che mi dà fastidio: lo sberleffo. Questo mi umilia, quando vedo in televisione la nuova generazione di attori italiani - per esempio - e stranamente i cognomi coincidono, per una buona metà, con i cognomi della generazione precedente mi sento preso per il culo. Quando poi li intervistano, questi bei giovanotti con la fortuna che gli sorride in fronte, ti spiegano i problemi del figlio d'arte, che per alcuni aspetti - poverelli - hanno difficoltà maggiori di altri. Mi sento preso per il culo. Mica gli voglio negare di seguire la strada dei genitori; ma le percentuali parlano chiaro sono troppi i figli di papà! e non è moralismo il mio: fate quello che volete ma non raccontatemi cazzate, grazie! Non dico che è eticamente scorretto tutto ciò, dico solo che non è una strategia proficua a lungo termine. Un sistema chiuso è sempre fallimentare e il nepotismo è un sintomo certo della chiusura di un gruppo sociale, è un sistema chiuso il nostro e dunque in declino; è un sistema che sta proteggendo le proprie posizioni, perché non ne ha di nuove o non le intravede. Economizzare le risorse per quel che ne so, dalla parabola dei tre talenti in poi vuol dire investirle non conservarle o proteggerle. Arroccare è una mossa di difesa che evidenzia la tua debolezza di gioco.
Daniele in silenzio protocolla le lettere, ma agita il capo e gli occhi come stesse parlando con qualcuno, anche Luigi l'ha notato. E Daniele ha notato lo sguardo indagatore del suo compagno di ufficio ed allora tace anche dentro.
Nel frattempo entra il capoufficio.
- Ciao Luigi, lui è il nuovo obbiettore?
- No è il bimestrale si chiama Daniele, Daniele Leone.
- Ciao, io sono Marco, sono il dirigente del settore.
- Salve.
- In cosa sei laureato?
- Beh, veramente in niente.
- Hai fatto Ragioneria?
- No! Ho fatto il Liceo Scientifico.
- Ah bene, adesso ho alcune cose da fare dopo vieni nel mio ufficio che vediamo cosa farti fare. Intanto Luigi puoi venire un momento da me?
- Certo.
I due si dirigono nel corridoio e entrati nell'ufficio di Marco chiudono la porta dietro di loro. Daniele protocolla. Dietro la porta si sente un po' di agitazione, qualcuno deve avere alzato la voce.
Daniele non ascolta, Daniele si vanta di saper non ascoltare, ma è falso Daniele non sa astrarsi fino in fondo; ci sono dei rumori, delle voci, che a volte non riesce a trascurare. Allora lui tira fuori la sua vanagloria e ricorda; ricorda di essere portato alla distrazione, pensa che sia il segno delle sue capacità astrattive, le afferma dunque con più forza e poi ... poi torna a sentire quelle voci, quei rumori che non se ne vanno.
Daniele non ha questa forza, ma la vorrebbe.
Luigi esce dall'ufficio del capo con la testa china e ritorna sulla sua sedia, poi rivolge la parola a Daniele con molto imbarazzo.
- Sai Daniele è meglio che il protocollo lo faccia io.
- Come vuoi per me è indifferente.
- E lo so, ma sai ...
- Cosa?
- Beh vedi ... Io non te lo volevo dire, ma come si fa? Insomma non vuole.
- Chi?
- Come chi? - a bassa voce - Marco, dice che il protocollo è un lavoro di responsabilità e te sei appena arrivato e poi ...
- E poi?
- E poi ... vedi ... insomma non sei neanche laureato, io glielo detto che sei in gamba, ma lui non ne ha voluto sapere.
- Va beh, allora cosa devo fare?
- Non lo so adesso te lo dirà lui, intanto spegni la radio che se no, magari, ci fa delle storie; mi sa che oggi gira male.
Marco apre la porta del suo ufficio e invita Daniele ad entrare, lo fa sedere con aria severa, lo guarda e gli comunica che per ora dovrà aiutare Franco nelle sue mansioni e poi si vedrà. Lo saluta e gli indica l'ufficio dove Franco lavora. Daniele esce, saluta con uno sguardo fugace Luigi e va nel suo nuovo ufficio.
- Ciao, mi hanno assegnato a te, che si deve fare?
- A niente di preoccupante, stiamo qui quando qualcuno ci chiama eseguiamo, ora per esempio devo, anzi dobbiamo, piegare queste lettere e imbustarle.
- A bene, allora ti aiuto.
- Vedrai che impari in fretta a servire la patria come obbiettore di coscienza.
- Ma io l'ho già fatto, mi hanno assunto per due mesi come collaboratore amministrativo. Comunque so già tutto su come si fa l'obbiettore, qui i francobolli ce li fanno attaccare a noi o hanno il timbro?
- Timbro! Hanno il timbro.
- Allora siamo a cavallo.
- A caval d'un bréch!
Daniele esegue, io esco, vado a prendere un caffè al bar, che qui usa così. Dopo poco lo trovo in piazza con due quadretti di pizza in mano. Sì! quella bella unta che fanno all'angolo, l'ha presa al pomodoro e non se l'è fatta scaldare. Gli piace anche quella coi funghi o coi carciofini ma ultimamente la preferisce così senza neppure la mozzarella.
© Daniele Leone