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Nessuno

 

Non so se vi siete mai chiesti come sia possibile che una moglie come Penelope possa non riconoscere il marito. Io me lo sono chiesto. Può essere passato molto tempo ma gli adulti non cambiano fisionomia in modo radicale come accade ai bambini o agli adolescenti, certo qualche dubbio può permanere ma quelli mostrati da Penelope mi sono sempre sembrati eccessivi. Io riconosco immediatamente amici che ho conosciuto nell'infanzia e mai più rivisto anche se sono cambiati radicalmente. Mi rendo conto di quanto siano diversi ma sono altresì certo della loro identità. Mi stupisco di riconoscerli nonostante tutto. Certo questo non capita con chi non hai conosciuto così bene. Ma Penelope non conosceva forse bene il suo sposo?
Direte voi Penelope non vuol credere, per la gioia, per non illudersi, ha troppo atteso e una illusione sarebbe fatale per il suo cuore. Certo questa è l’interpretazione giusta, ma io mi sono fatto affascinare da un’altra interpretazione. Penelope non riconosce Ulisse perché …
Beh dovrete leggere questo racconto per saperlo.

A qualcuno non sfuggirà l’assonanza di quel che vado narrando con quel che fece di Edipo Friedrich Dürrenmatt ne “La morte della Pizia”.

Lo svolgimento di questa trama è un po’ impegnativo e allora la svolgerò un poco alla volta, nei giorni, nei mesi a venire e la metterò in rete. Ma fate attenzione a quel che faccio la notte!

INDICE

01 L’aedo
02 Nestore
03 Penelope
04 Ulisse
05 Antinoo
06 Circe
07 Nessuno


01 — L'aedo

 

Questa notte è più fredda delle altre, questo megaron è più freddo, questo vecchio è più vecchio, alcuni giorni invecchiano più di altri e forse oggi è uno di quei giorni.
Dov’è il mio megaron? Dov’è il mio regno? Cosa faccio addossato ad un fredda colonna di un palazzo non mio? Come un cane raccolgo gli avanzi del mio ospite, come un cane raccolgo il tepore del braciere spento, come un cane dormo nell’angolo oscuro della casa. Questa notte è più notte delle altre notti.

Non troverò più la strada della mia isola, la mia isola non potrebbe riconoscermi, il mio regno proverebbe pietà per questo vecchio aedo e fingerebbe di non scorgere sul mio volto il vero Re di Itaca. Nessuno ricorda più il mio volto nel mio palazzo, forse è stato cancellato anche il mio nome. Sono troppo vecchio e non ci sarà più un giorno in cui io vestirò le mie vesti. Tutto è perso e per sempre.

Entra uno dei commensali a raccogliere una coppa e una brocca, lo scorge.

— Vecchio, o preferisci che ti chiami Omero? Perché tu sei Omero vero? E quanto ancora vivrai? Mille anni?

Sferra un calcio al costato del vecchio che scaraventato contro una colonna si accascia lasciando cadere gli avanzi di cibo che andava racimolando.

— Vecchio al buio riacquisti la vista, chissà che domani all’alba non ritrovi la giovinezza e quelle gambe non trovino la forza di portare via da qui la tua carcassa.

— Mio buon signore, perché? Perché tanto sdegno? Quale male ti ho fatto? Racconto storie per il piacere del tuo Re? Ti ho forse offeso? Dimmelo e non racconterò più quella storia. Dimmi quale storia vuoi che racconti e io saprò compiacerti. Vuoi che racconti quanto erano prodi i tuoi avi? Io lo farò, ma lascia che mi nutra di questi pochi avanzi, lascia che mi scaldi a questa brace, che sono vecchio e fuori mi aspetta la morte.
— Vecchia canaglia, non ho bisogno delle tue menzogne, devi andartene, non voglio più sentire la puzza di carogna che hai addosso. Lo capisci? La tua miseria mi opprime, la tua vecchiaia mi offende, le tue storie mi annoiano. Domani non ti voglio più vedere oppure mi prenderò il piacere di sgozzarti con il mio coltello.

Se ne va, bevendo dalla coppa e lo lascia di nuovo solo, con un lieve rivo di sangue dal labbro.

Questa notte è più fredda delle altre, questo megaron è più freddo, questo vecchio è più vecchio, alcuni giorni invecchiano più di altri e oggi è uno di quei giorni.
Questa notte è più notte delle altre notti.

Finto cieco! È questa la mia colpa? Finto Omero! Per questo mi vuoi uccidere? E quale Omero è stato quello vero? Quale aedo fu veramente cieco? Mi disprezza perché sono vecchio e la sua giovinezza non vuole memoria, non vuole monito: per questo mi calcia, mi scosta. Verme, canaglia, parassita del tuo Re! Che ti costa lasciare un pidocchio addosso al tuo padrone. La mia vista ti offende? Scostala! Io stesso mi scosterò. La mia puzza ti disgusta? Copriti di unguenti! Ma perché o Zeus quel cane mi vuole morto? O forse sei tu Zeus mi vuoi morto, offendo anche la tua vista? Non puoi forse sopportare la vita ignobile di un bugiardo vigliacco? E allora mandami una saetta! Uccidimi tu stesso, non mandare un giovane arrogante a spezzarmi le costole mentre arranco un boccone, non farmi penare tutta la notte, almeno la morte concedimi sia degna di me, di un Re! Perché mi hai donato un destino impostore? Perché mi hai fatto nascere da lombi di Re se non volevi che regnassi. Quale burla hai tramato su di me. Se volevi questa vita da ladro per me, perché non mi hai fatto nascere servo? Non avrei sofferto, che quella era la mia vita. No! mi hai fatto nascere in un palazzo, tra le cure del padre, della madre e delle sue ancelle, tutto era per me, il loro amore, ma di più la loro vita, i loro beni, il loro potere era per me! Tutto sarebbe stato mio! Ma gli dei non un solo giorno hanno voluto io governassi, non un solo giorno mi hanno concesso lo scettro. Ho aspettato quando bisognava aspettare, ho mentito quando bisognava mentire, mi sono piegato quando bisognava piegarsi, ho tramato quando bisognava tramare, ho ucciso quando bisognava uccidere, ma a nulla è valso, che se gli dei non ti sono amici, se ti scherniscono o peggio traggono diletto dalle tue pene, nulla vale e nulla è valso. Non un solo giorno ho regnato, neppure per un giorno si è compiuto il destino che era mio.

Ricordo Itaca petrosa, mentre correvo tra gli sguardi delle capre e dei servi, tutta cantava delle gesta lontane del padre. Ricordo lo sguardo acuto della madre, dal palazzo, che osservava l’orizzonte. Non sapevo lo sguardo di Odisseo ma lo sapevo tagliente coma la sua astuzia e io gli ero figlio, quella gloria lontana era anche mia, mi ammantava come ricopre gli eroi. Io ancor bimbo, mentre correvo tra i sassi ero a Troia lontana, eroe guerriero anche io tra gli achei feroci.
Ricordo Itaca tutta piegarsi al mio passo, ricordo il rispetto e gli onori che ogni angolo di quell’isola, ogni essere di quel mondo riservava al giovane Telemaco figlio dell’astuto Ulisse. Ricordo gli amici ammirare ogni mio gesto, ogni mio sguardo, li ricordo attendere ogni mia parola.
Ma il tempo lento passava e il padre mio non tornava, tornavano le gesta, le storie, le imprese, le astuzie. Ma il padre mio no! Non tornava. Penelope invano interrogava gli dei, le onde, i marinai attraccati nel porto. Ogni straniero era degno ospite nella casa di Ulisse, ogni straniero portava la voce degli eroi achei, delle loro battaglie e narrava dei tesori con cui, colme le navi, erano tornati in patria i principi.
Ma il padre mio no! Non tornava. E con lui non arrivavano gli ori e Itaca rimaneva un regno di pietre e di capre, gli eroi non tornavano e la popolavano solo i pastori.
Nei miei compagni si insinuò il veleno del dubbio e sulle loro labbra affiorò lenta e inesorabile la maldicenza. «Il prode Ulisse, l’astuto Ulisse non torna. È troppo astuto per tornare in questo mucchio di sassi. Avrà trovato un altro regno su cui regnare» dicevano «e una altra regina con cui giacere» proseguivano «e altri figli da crescere» concludevano tra le risate. Altri preferivano ricordarmi che non si sfida Nettuno e che Ulisse era ormai nelle bocche dei pesci. Mi scagliavo contro di loro senza evitarne uno, contro di loro a petto aperto il mio esile torace di giovanetto si lanciava non temendo gli urti e le ferite e la morte. Presto mi sopraffecero, che l’onore di uno nulla può contro la bassa prepotenza dei tanti. Diventai oggetto di burla, ogni giorno offendevano il loro futuro Re e re quale ero dovevo punirli, era il mio dovere! Ma lacero ogni giorno tornavo alla madre.

Penelope paziente, tanto aveva aspettato, tanto ancora poteva aspettare, non per così poco avrebbe perso l’erede. La ricordo mentre le ancelle lavavano le ferite e mi coprivano di unguenti. La ricordo quando mi spiegò che dovevo flettermi, che la fortuna è alterna e il momento sarebbe giunto per far pagare quell’onta, per restituire l’offesa. Per questo dovevo tacere, non temere le offese, non temere la fama di vigliacco con cui mi avrebbero ricoperto. Perché avevo un regno a cui pensare, non potevo spezzare la mia vita e lasciare Itaca senza erede al trono, non potevo lasciare Ulisse senza un degno figlio, non potevo lasciare che Penelope venisse ripudiata per cercare nuova prole in un grembo più giovane. Non potevo!

«Ma quanto è astuto questo tuo padre! È entrato a Troia ma non trova la porta di casa!» ed ancora «Ma come? Non sa che c’è un figlio che lo aspetta? Forse sa che non è suo figlio» e le risate mi riempivano le orecchie.
Mi rintanai nel palazzo tra le gesta degli eroi cantati da Omero, il mio corpo cresceva tra le ancelle e tra loro traevo i primi piaceri. Fuori mi chiamavano femmina e la loro voce mi giungeva nelle alte finestre: «Achille che fai vestito da donna? Sono Odisseo, l’Atride Agamennone ti aspetta per sconfiggere Troia». Le finestre non erano abbastanza alte per quelle infamie, ma io dovevo tacere.

Poi vennero in casa i fratelli maggiori, sedevano al tavolo di Ulisse mio padre, bevevano al suo boccale, mangiavano le sue bestie, i loro servi nell’atrio. Quando udivano il passo della regina ricordavano di essere di nobile stirpe, stirpe di pecorai! Figli di capre! Che vantavano avi fasulli. Allora diventavano gentili, misuravano i gesti e con grazia le rivolgevano liete parole. Ma quando – la madre nel gineceo – muovevano i passi nelle stanze, allora ogni occasione era buona per scostarmi, per provocarmi. «Spostati ragazzo fai largo agli uomini» ed ancora «taci fanciullo, dobbiamo discutere di cose importanti» oppure «torna tra le ancelle, sapranno ascoltarti» e poi «se vuoi sederti con noi devi essere uomo, cedi il passo, figlio di nessuno» ogni giorno, ogni ora mi inseguivano le risa, io figlio di Re! Re io stesso: tacevo!

Presero d’assedio la casa, presero d’assedio il cuore di Penelope silente. Con passo lieve la madre muoveva i suoi piedi tra le insidie dei proci, poche le parole per tenerli scostati che era moglie dell’astuto Ulisse e nessuno doveva dimenticarlo. Ma il tempo passava e nessuno di loro ricordava più Ulisse, alcuni dicevano non fosse mai esistito, altri sostenevano che Penelope lo avesse ucciso come Clitennestra fece di Agamennone per continuare a governare sola quelle terre, quell’isola. Al porto gli stranieri venivano cacciati perché non andassero al palazzo a raccontare la guerra di Ilio, altri venivano pagati per portare luttuose notizie. Dalle sue stanze la madre mia non poteva più nulla. E ad Itaca non si fermò più nave, non come quando ero fanciullo, quando ogni legno attraccava per godere dell’ospitalità della paziente e generosa Penelope, che ogni marinaio sapeva che solo raccontare una voce del marito glorioso le avrebbe allargato il cuore, avrebbe spalancato loro le porte del palazzo.
Non arrivavano più le storie di Odisseo, non arrivavano più le gesta, le imprese e mio padre no! Lui non era mai arrivato.
Crebbe la boria dei proci, l’arroganza, la presunzione. Penelope nella sua stanza doveva uscire, parlare, scegliere. Non più un giorno volevano aspettare che io il giovane virgulto non potevo diventare adulto prima che lei scegliesse lo sposo.
Li convinse ancora una volta la nobile madre, li fece tacere con la sua bellezza di moglie e madre, li fece tacere coi suoi occhi profondi. Ancora il tempo di tessere una tela, una trama, l’ultima, prima di cedere al loro volere, di cedere ad un destino errato.

Nell’ombra della sua stanza, al riparo dalle orecchie delle ancelle puttane, mi chiamò allora. «Vai Telemaco, non puoi più aspettare. Ogni giorno è un’ offesa, ogni giorno è una sfida. Vigliacchi ti vogliono morto. Vogliono che un ragazzo sfidi un uomo per spezzarti la vita, per togliere un gradino al trono, per sedersi più facilmente sullo scranno. Vogliono piegarmi, senza te dovrò certo sposarmi, che lo sposo non è ancora arrivato e non l’ho ancora scorto all’orizzonte e i miei occhi, caro figlio, non vedono più l’orizzonte. Vai Telemaco, sfida la sorte malevola, sfida il mare, ora sii l’eroe che sei. Questo è il momento! Compi il nostro destino. Vai nel regno di Nestore, parla all’amico, trova un Ulisse guerriero inventa una storia che giustifichi l'assenza dei compagni, chiedi uomini in armi, pagali con questi denari, prometti loro altre ricchezze, prometti a Nestore gratitudine e favori e generose offerte, falli sbarcare in silenzio tra gli scogli di Itaca e portali al palazzo, qui radunerò i servi fedeli, qui lo riconoscerò agli occhi di tutti, di fronte ad Ulisse Antínoo e i suoi fantocci dovranno lasciare la casa e la sposa, e le armi dissolveranno ogni loro dubbio, ogni loro sospetto, non fallire Telemaco.»

Vidi tra le labbra di Penelope sapiente la trama del mio destino ricomporsi, vidi la ferrea volontà della madre, vidi il sangue dei miei rivali e la strage dei miei aguzzini. Ma la salda madre mi fermo il cuore. «Niente stragi, niente vendette non si governa una terra bagnata di sangue, la tua vendetta sarà silente, mi disse. Ognuno pagherà, ma solo noi lo sapremo. Cadranno uno ad uno, solo dopo pagheranno per quel che hanno fatto, stanne certo.»

«Oh Madre! Madre cara quanto ancora fermerai il mio braccio, quanto ancora mi impedirai di essere uomo, quando potrò uccidere coloro che mi hanno offeso?» Questo pensavo nella notte sul mare prima di scorgere il regno di Nestore. E nel sogno la mia spada lacerava le carni, spezzava le schiene e il sangue imbrattava il mio viso. L’odore della strage inebriava la mia vendetta, l’odore del sangue inebriava la mia mente più del vino. Questo sognavo nella notte che mi portò nel regno di Nestore.

«Oh Padre! Padre perché non torni nel tuo regno.» Questo bramavo nella notte che mi portò nel regno di Nestore.

Nestore mi trattò come un figlio e finalmente ebbi quello che meritavo, quello che era mio. Ricevetti servi e unguenti e onori e tutti gli agi propri del mio rango, ma io sapevo che quello non era mio. Non erano i miei agi, non erano i miei servi, mi compiacqui molto dell’ospitalità di Nestore, gliene fui grato come si può essere grati ad un padre, ma non era il mio regno, non erano i miei servi, non era la mia casa. Raccontai al mio buon ospite, al mio saggio ospite gli insulti dei proci, le offese alla madre, le offese alla casa, le offese a Ulisse. Mi ascoltò con il pianto nel cuore, mi ascoltò soffrendo per le offese che doveva subire il regno del suo astuto amico. Comprese l’onta, il dolore e la sofferenza. Raccontai tutto, quando le stanze vuote diventarono, allora gli portai il messaggio di Penelope, il buon Nestore mi chiese di poter riflettere un giorno e una notte.
Tra gli agi del palazzo di Nestore, io non sapevo aspettare, Nestore parlò coi suoi consiglieri, che era un Re saggio e il giorno innanzi mi chiamo a sé.

— Caro figlio — mi disse — soffro per le tue sofferenze, piango per i dolori che Penelope sopporta, vorrei uccidere di mia mano tutti coloro che vi oltraggiano ma un Re deve regnare, un Re ha nel suo palmo la vita dei suoi sudditi, caro Telemaco, carissimo figlio, non posso mandarti degli uomini in armi, non posso darti quello che chiedi, quello che chiede tua madre Penelope. Non posso darti soldati, non posso provocare una guerra, non voglio che al sangue si mischi altro sangue. Se Ulisse non torna è giusto che tua madre prenda uno sposo, già troppo Itaca ha aspettato e figliolo, con il dolore nel cuore, oramai dobbiamo ammettere che Ulisse non è tornato. La legge deve seguire il suo corso per quanto doloroso, Penelope deve avere uno sposo, tu mi chiedi di ingannare quei giovani arroganti e presuntuosi e io lo farei, ma non posso ingannare la legge, non posso ingannare la giustizia, non voglio.
Ma tra breve sarai uomo e per l’amicizia che provo per tuo padre e per tua madre e per te – che sei come un figlio – io posso fare qualcosa. Non ti manderò uomini in armi, ma troveremo l'Ulisse che cerchi, perché regga il regno fino a che tu non diventi adulto, sono poche oramai le stagioni che ti separano dall’essere uomo dovremo solo aspettare quelle stagioni. Ma non ci sarà il mio nome, non ci saranno i miei uomini, non ci saranno prove che io ho tramato con voi, seppure per una giusta causa. L’ira e la collera dei Proci e delle loro famiglie non dovrà mai ricadere sul mio popolo, in nessun modo.
Nella mia casa c’è un ospite, un mercenario, non so quante guerre ha vinto, non so quante guerre ha perso, è nobile d’animo e forte di braccio, la sua spada nei tornei non ha mai perso, lui sarà il tuo Ulisse, portalo con te, tua madre lo riconoscerà ma niente armi. Se i Proci accetteranno questo Ulisse tutto sarà salvo senza colpo ferire, reggerà il tuo regno e dovrai esser sazio. Io gli darò ori e gioielli, che un re che torna da una così gloriosa battaglia non può avere vuote le mani, questo basterà a farlo riconoscere come l’eroe della guerra di Troia che tutti noi conosciamo.
— E se lo uccideranno? – dissi al buon Re
— Allora verrai a chiedere vendetta e i miei uomini potranno entrare in Itaca per portare giustizia, per vendicare l’amico, io stesso porterò giustizia nella vostra, nostra cara isola. E avrai quello che cerchi.

Nestore era un Re, un vero Re. Forse non sarei mai stato al suo pari, degno della sua amicizia e del suo affetto. Forse neppure mio padre era Re quanto Nestore, mio padre che per avventura aveva lasciato solo un regno, sola una regina ed un principe.

E così tornai ad Itaca con quell’uomo, quel mercenario, era un uomo astuto, intelligente, ma c’era qualcosa che mi colpì più ancora della sua astuzia: aveva una luce negli occhi; era come un desiderio di vendetta, ma non nei confronti degli uomini, non nei confronti dei proci. Non sapevo interpretare quegli occhi ma in loro vi era come un desiderio di vendetta. Quell'uomo partì per questa impresa con una forza che io stesso non avevo, mi feci condurre da lui; aveva in mente chiaro il piano che avrebbe cacciato i Proci da Itaca, mi feci condurre per mano perché mi fidai subito di lui, mi fidai della sua luce e capì che il suo desiderio di vendetta era più forte del mio. Non era nei confronti dei Proci, non era desiderio di riscatto delle ingiurie che gli avevano fatto sopportare, no! Era qualcosa di più alto, era qualcosa di più grande, forse era con gli dei che si doveva riscattare, forse con la sua stessa vita; mi feci condurre per mano, aveva le idee chiare, era astuto. Mi domandai come mai un uomo così era finito in un angolo della casa di Nestore come mercenario, a mettere il suo braccio al soldo di un Re non suo. Non seppi rispondere e non mi feci più questa domanda. A Itaca non si presentò come Ulisse, si presento come un servo, come un povero, come uno straccione entro nella reggia e piano piano osservò, scrutò, misurò, io ero impaziente non lo capivo più, ma aveva un modo di farmi tacere che tacqui, aspettavo. Ancora dovevo aspettare, sempre aspettare, il mio destino: aspettare. Aspettare Ulisse, aspettare Penelope e adesso aspettare anche questo sconosciuto. Aspettare. Strano uomo davvero mi dicevo, doveva presentarsi come Ulisse per scacciare tutti ed entrò come un servo, come un povero, non doveva metter mano alle armi e invece …

E invece un giorno convinti alcuni servi e io che di nulla dovevo essere convinto, ed io che già ero pronto, col favore di Penelope titubante, organizzò una sfida, un inganno.

Come un lucido pazzo assetato di strage si muoveva silente nell'ombra. Disse esser lui il vero Ulisse, il mio vero padre. La madre rabbiosa taceva. Ecco cosa era quella luce - pensai - la follia di un folle che non distingue il vero dal falso.

Non doveva metter mano alle armi e invece …

… e invece meditava la strage, quella luce negli occhi l’avevo vista bene, anche lui aveva il mio stesso desiderio, non contro i Proci, forse contro gli dei, forse contro la sua stessa vita, non lo so ma aveva una luce, voleva la strage, voleva la vendetta, voleva il riscatto di una vita altrimenti lasciata a se stessa e io grazie a lui, alla sua mano ebbi finalmente quel che desideravo. Una notte che ricorderò sempre, una notte di sangue, una notte di urli, una notte di strepiti, una notte di membra spezzate, il terrore negli occhi dei Proci, mentre le lame si conficcavano nella gola, lo vedo sempre di fronte a me, fu il momento più bello della mia vita, per altro così povera di soddisfazioni, il momento più alto a fianco di uno pseudo Ulisse, fui veramente il suo vero figlio, il suo vero erede, al fianco di lui uccisi, combattei e tutto il megaron fu sparso di sangue. L’odore del sangue fino in fondo alle narici entrava, fino alla testa e non capivo più niente, l’ebbrezza e la furia si mescolavano alla gioia, ma Penelope no! Lei nelle sue stanze temeva quel che stava accadendo. Penelope di fronte a quello strazio, di fronte a quell’uomo arretrava, non lo riconosceva come Ulisse, lei! Lei che mi aveva ordinato di farlo, di chiamare questo falso Ulisse ora non lo riconosceva? Temeva la sua follia. Penelope non voleva il sangue ed invece ora pieno di sangue era il palazzo, non sarebbero bastati gli anni per lavare tutto quello spreco di vita, per lavare tutta quella tragedia, forse questo pensava Penelope di fronte allo pseudo Ulisse. Chissà cosa pensava Penelope, non capivo più Penelope, non capivo più la madre.

Poi tutto fu chiaro: la verità era folle non quell' uomo. Quell’uomo era Ulisse, quell’uomo era mio padre: l’ingannatore. Ulisse l’astuto non aveva neppure per un attimo esitato nell'ingannare suo figlio; fianco a fianco dello pseudo Ulisse tramato da Penelope io avevo combattuto ed ero stato il vero figlio di Ulisse, affianco al mio vero padre. Ma non lo sapevo e nella mia giovane mente i capovolgimenti di visione, quelle alternanze di verità e falsità, di coraggio e vigliaccheria, diventavano sempre più incomprensibili. Non nego il dolore e la delusione di fronte a quel padre che non aveva dubitato un momento a mentirmi, di fronte a quel padre che si era rifugiato in un angolo oscuro della casa dell’amico e che aveva esitato nel tornare da me, nel tornare dalla madre, dalla moglie, dal palazzo, noi soffrivamo, soffrivamo le torture del fato capriccioso e lui dormiva e lui taceva, non capivo più, forse non avevo mai capito di chi ero figlio, chi era mio padre, chi era mia madre. Li guardavo come si guardano due enigmi che si fronteggiano e di cui io ero sicuramente la vittima, chi non svela l’enigma, chi non è solutore soccombe, come con la Sfinge e io compresi che il mio destino non era quello di Re, ma era quello di soccombere dentro le trame di mia madre e di mio padre, che non avrebbero esitato un solo momento ad ingannarmi per i loro scopi, per i loro obiettivi; capii di non avere un padre e di non avere una madre, che io figlio di Ulisse e di Penelope ero figlio di nessuno e mi manco il fiato, mi manco, il terreno sotto i piedi. Quello che avevo sempre desiderato lo avevo ottenuto, avevo il padre, avevo avuto la vendetta, avevo avuto la strage, eppure capì che avevo perso tutto. Tutto. Dalla vittoria, dalla soddisfazione più acuta e profonda, quella che si insinua nelle asperità della propria mente, dentro alla profondità del proprio cuore, nell’oscurità delle proprie viscere, ecco da quella vittoria immane, immensa, incommensurabile e indicibile ero caduto in un altra altrettanto immensa indicibile e profonda sconfitta! Di più! Inesorabile e definitiva sconfitta. Avevo perso tutto nel momento in cui l’avevo riconquistato, per un attimo capì quella luce. Allora capii Ulisse, allora capii contro chi si doveva scagliare la mia vendetta, contro chi dovevo combattere, non erano i Proci – quattro pecorai ambiziosi – no! Non erano loro, era il fato, erano gli dei, che si burlavano di me come si erano burlati di mio padre, dei Proci e di tutti coloro che incontravano. Deve essere proprio una vita noiosa quella degli dei, che non hanno null’altro da fare che tormentare le nostre esili vite, prendendosi gioco delle nostre ambizioni, dei nostri sogni, delle nostre speranze.
E così con questi pensieri nel cuore mi ritrovai principe, al fianco del padre e della madre, del Re e della Regina; in quell' Itaca ritrovata nessuno mi derideva più, nessuno mi oltraggiava. Le ancelle, anche le più puttane, mi erano tornate fedeli, anzi più fedeli e più puttane, che tutte ora vedevano il guerriero non il fanciullo, vedevano l’eroe che aveva sgozzato i pretendenti della madre a fianco del prode padre. Ma le impiccammo lo stesso. Tutto era tornato al suo posto, ma io non riuscivo a camminare, non riuscivo a guardare il cielo, il mare, i sassi e le capre; tutto sembrava tornato normale, tutto era permeato di una quiete una calma irreale, tutti erano felici tutti gioivano e anche i familiari degli squartati si erano dati pace che Ulisse aveva ripreso ciò che era suo, aveva lavato l’oltraggio come si addice ad un Re, ed era Ulisse chi mai avrebbe potuto opporgli parola, opporre parole all'eroe, al guerriero. Ma io in quei giorni camminavo per quell’isola che non sentivo più mia e ogni tanto mi sentivo le gambe cedere come se il terreno mi venisse a mancare sotto i piedi, come se la spina dorsale – che mi doveva reggere – cedesse, come se l’esistenza stessa cedesse sotto i miei passi, una paura panica mi prendeva la gola e nulla poteva il vino, nulla le ancelle. Io non capivo, non capivo più, questa volta non sapevo contro chi scagliarmi e mia madre non sapeva contro chi fermarmi. Mi accorsi che in quello stato di gioia e di festa perenne dopo il ritorno di Ulisse qualcun altro era inquieto come me, forse non gli cedeva il passo, non gli crollava il terreno sotto i piedi, ma io ancora una volta avevo visto nei suoi occhi, questa volta non era una luce, questa volta era un’ansia una inquietudine diversa, Ulisse non era più nessuno era tornato Ulisse ed era a casa sua, sul suo trono, ma i suoi occhi non erano qui con noi, i suoi occhi non erano con la sua Regina, non erano con il suo principe ed anche gli occhi di Penelope erano inquieti; certo gioiva dello sposo ritrovato, certo ma nel suo sguardo, nei suoi occhi non c’era la felicità di una sposa che trova – ritrova – marito, per lei non era così! Lo si leggeva nei suoi occhi, iniziai a pensare che non fosse contenta del ritorno di Ulisse, del vero Ulisse. No, forse non era contenta, per un attimo allora compresi cos’è che legava veramente mio padre a me e a mia madre, non era l’astuzia, non era la capacità di tramare – che sì forse loro avevano e io certo molto meno, forse in virtù della mia giovane età – quel qualcosa era l’inquietudine, non eravamo mai sazi, anche l’obbiettivo più irraggiungibile una volta raggiunto per noi era stato troppo poco, ecco cosa ci accomunava: eravamo insaziabili. Avevamo una fame, un vuoto, che non si colmava, non bastava una vittoria, non ne bastavano due, non ne bastavano tre, non bastava entrare nel mito affianco agli dei, no! Forse non ci saremmo accontentati neppure di diventare dei noi stessi. Avremmo sempre maledetto la nostra condizione e la nostra vita alla ricerca di un’altra condizione e di un’altra vita. E così che quando mio padre inizio a parlare di un’altra impresa, più grande e più vasta, quando inizio a raccontare del suo desiderio di varcare le colonne d‘Ercole per trovare nuovi territori e nuove isole e nuova ricchezza non mi meravigliai, no! Non mi meravigliai affatto! Non mi meravigliai neppure del sollievo che animo l’angolo più invisibile degli occhi di Penelope, quello che io conoscevo così bene. Era contenta che questo marito partisse di nuovo. Ma non io! Io non potevo, io dovevo rimanere, che gli ero figlio e lei aveva bisogno di un figlio. Lì rimanere questo il mio destino, ad attendere ancora, attendere che Ulisse tornasse, attendere. Fu allora che definitivamente capii che Itaca non sarebbe mai stata mia, che mia madre non me lo avrebbe mai concesso, dietro di me ci sarebbe sempre stata lei, neppure la morte mi avrebbe tolto il suo peso, d’altronde a me Itaca oramai era del tutto indifferente. Itaca non era di Ulisse e non sarebbe mai stata mia perché era di Penelope, lei l’aveva governata da sempre! Aveva governato Ulisse, Telemaco, i Proci. Fu allora che in una notte più notte della altre notti, più ebbra della altre ebbrezze, che partì straniero a me stesso, spoglio di ogni nome e di ogni ricchezza; fu allora che partì, dissi a me stesso che andavo a cercare mio padre, lo dissi anche alle serve perché lo riferissero a Penelope. Ma io mio padre l’avevo già trovato, l‘avevo già trovato una volta e avevo ottenuto quel che volevo e l’avevo già ritrovato quando mi ero perso come lui alla ricerca dell’impossibile. Partì di nascosto, mi aveva insegnato così bene Penelope a nascondermi e tacere che mi fu assolutamente facile. Iniziai a vagare per le corti a chiedere qualcosa raccontando delle storie. Delle storie, dei miti e tra tutti quello di Ulisse che disse al ciclope che il suo nome era nessuno.

Non ho mai raccontato questa storia, perché i greci non vogliono sentire storie come queste, si raccontano gli eroi, gli dei, le guerre tutt’alpiù le ansie e le pochezze degli eroi ma gli uomini e le loro brame sono volgari per l’orecchio d’un greco.
A volte tra i barboni che frequentavano le stesse mie peregrinazioni mi è parso di rivedere Ulisse, a volte tra i mercenari, a volte tra gli aedi rivali, a volte in sogno ma non ho mai più rivisto mio padre, forse lui non ha mai visto me. Di nessuno invece ne ho visti tanti.

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02 — Nestore

 

Tra le colonne un’ombra si muove.
— Chi sei? Che vuoi? Vuoi ancora bastonarmi?
— Ferma il tuo cuore Telemaco, sono io, Nestore.
— Buon Re! Perché sei qui? Cosa sei venuto a fare? Non guardarmi strisciare come un verme attorno a questi pochi avanzi. Ti prego non posare il tuo sguardo su di me, non osservare questo vecchio che non ha nulla del Telemaco che hai conosciuto.
— Caro Telemaco non piango per il tuo stato, che non c’è nulla di male nell’essere Aedo, e stanco, e vecchio, e povero. Piango per te Telemaco che non sei più Telemaco, che non sei mai stato Telemaco e non ti rassegnerai mai ad essere quel che sei, quel che vedo.
È la dannazione più grande la tua, quella che ti priva della tua stessa vita per bramarne un'altra lontana, di altri, di nessuno o forse impossibile. È quella dannazione che hanno gli uomini, che li porta lontano, spesso alla morte, senza mai aver trovato requie. È quella dannazione che in alcuni è così acuta, come in te Telemaco, da non farti più sentire nulla. Nessun cibo di allieta, nessun piacere ti soddisfa, ogni alito di vita ti scivola addosso perché lo senti straniero, ti disturba, ti uccide. Non temere morirai anche tu non è di questo che ti devi preoccupare.
— Mio buon Re scosta i tuoi occhi da quel che è rimasto di me. Sei venuto forse a deridermi, per umiliarmi anche tu. Mio amico, mio buon Re, risparmiami!
— Non sono un buon Re, smettila di chiamarmi così. Non sono un buon Re e presto capirai perché. Non esistono buoni Re, chi governa non può essere buono, tuttalpiù può essere cattivo questo sì, ma in tal caso non è un Re è piuttosto un tiranno.
Regnare è grave, pesa sull’anima, chi sente questo peso è un Re, chi non lo sente è solo un tiranno. Chi lo sente è un Re, ma non può essere buono, può cercare di esser giusto e sperare di non commettere troppe ingiustizie, può sperare di non creare troppo dolore, non più di quello che riesce ad evitare perlomeno. Forse non hai compreso quello che mi ha mosso fino in fondo. Non tutto ti ho detto.
— Ma cosa stai dicendo? Che dici?
— Le parole dei giovani – dei ragazzi e dei bambini – non celano nulla, sono quello che sono. Ma un uomo, un adulto e ancor più un Re, non parla mai chiaro, non può farlo, la sua parola non ha mai un solo significato, anche quando non vuole cela profondità a lui stesso nascoste. Gli adulti non hanno quella limpidezza che è propria delle giovani vite, io sapevo caro Telemaco che l’uomo che ti accompagnava non era un mercenario qualsiasi, conoscevo Ulisse è sapevo che quel uomo era Ulisse; ma Ulisse aveva perso se stesso e non aveva più la forza di tornare alla sua isola, aveva perso tutto, ma tutto non è sufficiente per spiegare quel che aveva perso, quel che lo attanagliava, quel che lo incatenava all’afasia e al silenzio in cui stava dentro la mia reggia. Ulisse aveva perso se stesso, aveva giocato financo il suo nome e ora neppure quello aveva. Ora era solo Nessuno, Il mio cuore piangeva più di quanto ho pianto nel sentire le storie che mi portavi da Itaca e per questo l’ho fatto, ho pensato che se Ulisse nessuno doveva essere meglio per lui sarebbe stata la morte. Lo convincerò, mi dissi, a tornare nella sua casa oppure sarà la morte per lui, meglio la morte piuttosto che larva, ombra dentro la mia casa, ombra anche nella mia coscienza. Che quel fallimento così enorme dell’amico mi turbava ogni giorno.
— Certo mi hai nascosto la vera identità di quel uomo, ma non puoi certo fartene una colpa, non è questa una colpa di cui si deve chieder perdono, troppo più alta è la mia gratitudine. Come posso rimproverarti, quale scelta fu più giusta di questa, qual è azione più degna di un Re. Di cosa devo rimproverarti? Mi hai celato il suo nome, ma lui non aveva più nome. Come potevi nominarlo Ulisse se lui stesso non sapeva più nominarsi?
— Non è questo soltanto che ti ho celato, mio buon Telemaco forse non hai capito che dietro alle mia parole c’era una trama, una rete nella quale tu inconsapevole ti sei gettato.
— Buon Re, che dici?
— Non è tutto, io ho calcolato anche altro. Mi sono premurato come sai che non ci fosse rischio per il mio popolo, che in nessun modo fosse coinvolto perché questo è il dovere primo del Re: pensare al bene del proprio popolo.
Ma la mia preoccupazione era anche un'altra, anzi era la mia preoccupazione prima. Itaca doveva avere un Re, quale che sia. Ben venga Ulisse se ritrova se stesso, pensai, ma non Penelope e neppure tu figliolo che saresti stato suo strumento. Lo scempio doveva finire una donna sul trono di Itaca è un'intollerabile bestemmia. Finché la guerra regnava anche le donne potevano regnare sui troni dei mariti, ma la guerra era finita e Ulisse si doveva decidere o tornava in sé o tornava a Itaca oppure Itaca doveva avere un Re.
— Perché non io?
— Perché Penelope è astuta e tutta la Grecia lo sapeva. Nessuno avrebbe creduto al tuo regno, tutti avrebbero capito quale mano si nascondeva dietro alla tua. Dimentichi chi era Penelope? Con quanta fatica Ulisse la portò via al padre? Dimentichi il tuo vero nonno, Sisifo, che non volle morire alla fine dell'anno? Vuoi forse essere tu il nuovo Re Sacro come negli antichi regni. Vuoi forse ridare i troni alle donne e veder morire i Re ogni anno per ingraziarsi le messi. I Re devono morire in guerra non sacrificati nei campi!
Penelope si doveva sposare, quel regno non poteva essere ancora per lungo tempo in mano a una donna, o Ulisse tornava o moriva. Non poteva certo restare nascosto a tutti e a se stesso all'ombra del mio focolare. Che sarebbe accaduto se qualcuno avesse scorto in lui il volto dell'eroe. Che sarebbe accaduto a me, al mio regno? Che avrebbero detto i greci di Nestore che taceva l'eroe e che eroe era un uomo siffatto? E intanto Penelope, una donna, regnava. Quanto avrebbe ancora aspettato prima di ripristinare gli antichi sacrifici, forse già meditava di sposare Antinoo e poi Eurimaco e poi Iro e poi Agelao uno ogni anno come vuole l'antica dea madre. L'Ellade tutta chiedeva termine al regno di Penelope! Gli dei stessi, lo capisci?
Se Ulisse fosse tornato, poco importa se a mani vuote, tutto si sarebbe ristabilito e Penelope avrebbe ritrovato il suo posto. Poco importa se le imprese dei greci, le astuzie di Ulisse, la sconfitta di Troia non portavano frutto ad Itaca. Portavano un eroe e questo bastava.
Nell’altro caso se la morte lo avesse restituito alla sua vera casa e cioè il mito, beh allora in armi i miei soldati sarebbero entrati e avrebbero sconfitto ogni avversario, pacificato ogni disputa, onorato l’eroe. Ma in seguito avrei chiesto il consiglio dei saggi, quelli di Itaca e i miei, e poi dei sacerdoti, quelli di Itaca e i miei. Certo non avrebbero potuto dare che un responso: Penelope si doveva sposare. Caro Telemaco quel trono era da te più lontano di quel che credevi.

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03 — Penelope

 

— Figlio, come stai? Cosa fai all’ombra di quella colonna?
— Madre … non vedi? Attendo! Come volevi tu. Non attendo il padre, non attendo il momento dell’azione, non attendo il riscatto, non attendo neppure il momento in cui potrò sedermi sul trono. Non ti preoccupare attendo solo la morte. E d’altronde se voi ombre siete venute qui a trovarmi e per portarmi con voi.
— Perché sei così rancoroso con me figliolo? Ho fatto quello che era il tuo e il mio bene.
— Certo il tuo e il mio bene, Penelope. Ma non so se posso dire che non mi hai ingannato.
— Quale inganno figliolo? Ho salvato il regno mentre tuo padre vagava per i mari litigando con Nettuno.
— Certo hai preservato il regno, ma quando Ulisse è tornato il tuo cuore non ha gioito.
— Figliolo cosa vuoi che ti racconti, vuoi dunque la verità?
— Credi che non l’abbia compresa?
— Credo che tu non abbia compreso fino in fondo la verità. Io amavo tuo padre credimi.
— Ti confesso che avevo pensato altrimenti.
— E lo hai fatto a ragione, chi è Re, chi è Regina ha altri oneri, ha altre priorità. Nestore lo sa meglio di ogni altro. Ulisse era un Re, un eroe, un uomo, un acheo: stirpe di guerrieri. E indicami un solo uomo, un solo guerriero, un solo acheo, un solo Re di questa stirpe che possa dirsi tale senza aver condotto un’impresa degna di essere ricordata. E dimmi quale impresa degna di essere ricordata per un acheo non è cosparsa, intrisa di sangue. Costoro vagheggiano di combattere contro gli uomini, contro gli dei, contro il mare, sono capaci di vagare da un angolo all’altro del mondo per conquistare una donna, una città, dei tesori. Per questo abbandonano mogli, figli, regni, sacrificano anche la loro progenie per ingraziarsi dei capricciosi. E io dovevo preservare il regno per uno di loro?
— Ulisse non era come glia altri achei, non amava il sangue come loro. Si finse pazzo per non partire, se Palamede non avesse posto me davanti alle zampe delle bestie che trainavano l'aratro col quale Odisseo seminava sale non sarebbe certo partito.
— Ne sei certo' Sei certo che Ulisse non amava il sangue? Nella sua finta pazzia fece quel che fanno tutti gli achei: seminar sale sulla vita! Si finse pazzo perché temeva l'oracolo che gli aveva predetto un ritorno tardivo e in disgrazia. Gli uomini temono gli dei e le loro parole oblique ed è proprio per questo che li sfidano. Poteva trovare uno stratagemma più astuto ma non avrebbe certo ingannato Palamede. Palamede pose te Telemaco – il cui nome è la “battaglia decisiva” – al decimo solco seminato di sale da Ulisse, al decimo anno di violenza seminato dagli achei. Palamede era più che astuto era un uomo d'ingegno e conosceva le trame degli dei. Invento i fari, la bilancia, le misure, il disco e l'alfabeto. Al suo cospetto le astuzie di Ulisse erano scherzi per bambini e nulla più. Per questo lo uccise, per questo lo uccisero, stolti! Capivano che nulla potevano contro la sua intelligenza e poco importava loro se Palamede la usava per il bene della Grecia tutta e non solo per sé. Lo rispettavano e lo temevano come si rispetta e teme ciò che non si comprende. Lo infangarono con false accuse, lo calunniarono come traditore e lo uccisero vigliaccamente fracassandogli la testa – così preziosa – con le pietre. Fu Ulisse, tuo padre a guidare il complotto e lo fece solo per vendetta. E Nauplio, suo padre, per vendetta raccontò alle regine achee i nomi delle concubine con le quali i loro Re volevano tornare in patria. I semi di questa sventura si sparsero per tutta l'Ellade con i loro fiori rossi di sangue. Fu Ulisse a dare il via a tale catena di omicidi e lo fece solo per invidia e vendetta. Alla fine anche io temevo il ritorno di tuo padre con un'altra donna al fianco. Un acheo, certo, era diverso da ogni acheo, ma uguale ad ognuno di loro. Restare sul trono sereni a regnare, questo proprio non sono capaci a farlo. Beati i tempi in cui i re venivano sacrificati alla terra ogni anno, il loro sangue era sufficiente a rendere fecondi i campi, il loro sangue bastava agli dei. Il sangue di un uomo soltanto. E non c’era bisogno di altro. Ma quel tempo non è più e nessuno ne conserva memoria, ora sono gli uomini che governano con le loro spade.
— Avresti dunque voluto mettermi sul trono per attendere il volgere dell'anno vecchio verso quello nuovo? Figlio di Re dovevo essere Re anche io, lo dimentichi?
— tu sei figlio di una Regina, non saresti andato all'altare neppure ai tempi in cui governavano le matrone. Certo non potevi essere Re. Hai brame di comando? Chia ha brame di comando spera così di comandare la sua vita! ma è inutile non è il potere che ha potestà di domarti se sei indomabile, se in cuor tuo c'è una pena, un varco! Lasciate a noi l governo e rinunciate a regnare. Rinunciate a star sopra e lasciate a noi il timone. E noi donne non chiederemo più sacrifici se sono questi a spaventarvi. Non siamo noi a chiedere sacrifici, ma voi uomini con la vostra brama di dominio, siete voi che volete star sopra ad ogni uomo, ad ogni cosa. Ma non vi rendete neppure conto che sopra ad ogni cosa ci sono gli dei immortali, e per diventar come loro bisogna rinunciare alla vita mortale. Non sono forse sacrifici anche i vostri? Non sacrificate in guerra la vostra  e l'altrui vita? Noi donne non abbiamo bisogno di questi sacrifici, non vogliamo spargere la vostra vita, ma aspergerle con la nostra voluttà per farvi assaporare il piacere di tutta questa vita che ci è data in sorte, prima che svanisca prima che la facciate svanire.
— Dov'è la tua voluttà? Vedo il rancore, l'acredine. Il governo non si addice alla voluttà, tu mi vuoi ingannare ancora una volta.
— Non ti inganno. Non mi rimproverare il rancore di cui sono oramai ammantata, non mi rimproverare per quello che sono diventata! Non me lo dire! Troppo per me il dolore al ricordo della vita mia che non è stata e che doveva essere! Doveva!! troppo il dolore tra la Penelope che è e quella che doveva essere! Doveva! Se solo Ulisse non avesse seguito gli Achei, le loro storie, le loro brame. Con le loro storie di eroi litigano per una puttana, bramano l’oro degli altri, le case degli altri, il potere degli altri, le terre degli altri; la propria non la sanno arare, non la sanno coltivare e guai proporre loro di mettersi in disparte e far regnare noi donne con la nostra pazienza, con la nostra sollecitudine, con la nostra attenzione verso i sudditi, verso le case, i terreni. No! Il nostro posto è nel gineceo! Noi vediamo i figli che crescono, vediamo la gioia del nostro popolo che diventa più ricco, più folto  e loro vedono soldati in armi,  braccia armate, spade, scudi, elmi, grida e sangue. Come dovevo fare? Gli dei erano stati benigni, gli dei  mi erano venuti in aiuto, avevano tenuto lontano Ulisse per lungo tempo ed io avevo potuto regnare. Io in una polis greca ero la regina , io governavo e tutto era in quiete ad Itaca. Ma questo non poteva essere tollerato, per un po’ certo poteva durare!  Era l’attesa che giustificava il mio seggio, governavo sì!  ma per Ulisse: un uomo. E ben presto altri uomini mi vollero in sposa; bada bene nessuno parlò della bontà o meno del mio regno, nessuno che abbia notato quanto più florida questa mia terra era diventata  sotto il mio pugno, la mia mano, il mio governo piuttosto che quello del prode Ulisse. Che Itaca, quest' isola prosperasse sotto il mio governo più che con tutte le ricchezze che quel cialtrone di Ulisse poteva portare dalla lontana Troia. E non le ha portate e non ha portato neanche gli uomini che ha sottratto a questa terra, a questa isola. Sono tornate solo le storie per le sere d’inverno, per gli aedi, per i vecchi cialtroni come lui, ma nient’altro. Niente appunto ha portato eppure quelle storie sono sulla bocca di tutti. Ulisse l’astuto, l’eroico è da tutti ammirato, con i suoi innumerevoli difetti che non vengono neppure nascosti anzi vengono osannati, trasformati in virtù e io qui! Per tutti i giorni di quei lunghi anni ad attendere, a crescere un figlio, a crescere un intero popolo, con saggezza, attenzione, solerzia per cosa vengo nominata? Per cosa vengo ricordata? Perché sono stata fedele a quell’uomo!
— È la legge umana, il governo non si addice alle donne.
— Ohh! Bravo il mio figliolo e per quale ragione non si addice alle donne? Che forse non ho saputo regnare io meglio del tuo famoso padre? Ho fatto forse mancare qualche cosa a te, a alla gente di Itaca? Forse invece Ulisse vi ha portato alcunché che non fosse discordia e sangue? Vi ha promesso tesori, ma non ne avete visti. Avete perso solo gli uomini più valorosi e tu figliolo che non lo hai neanche riconosciuto quando è arrivato – tanto è stato lontano il suo volto da te – dimmi preferivi un eroe lontano o un padre?
— Madre, si vive anche di storie, un padre così lontano è stato per me una presenza che mi ha allevato e retto per lunghi anni.
— Certo è stata la sua assenza che ti ha cresciuto, non io! È stata la sua assenza perché la sua presenza ti avrebbe oppresso, ucciso, schiacciato! Quel uomo è un buon marito, un buon padre solo da lontano. Ma vicino, affianco, nel letto, tra le mura della casa era peggio della peste. Un danno per la casa, per la moglie, per il figlio, per il popolo! Insoddisfatto, insaziato e insaziabile che bene poteva portare? Ma tutti lo amate e non vi avvedete di quel che non ha fatto e non vi avvedete di quel che ho fatto io per voi.
— È per questo dunque che non lo hai riconosciuto, perché era lui!
— Ma non ti rendi conto, non ti rendi conto! Una donna, una sposa, una regina, che aspetta per anni il proprio consorte, lo aspetta, lo attende e intanto sfiorisce. E poi capisce che non sarebbe mai arrivato, mai tornato e poi capisce che quella forse era l’unica opportunità per far sì che la sua terra, il suo regno prosperasse. Una regina che con mille fatiche, che con mille sotterfugi, mille trame è costretta a governare in nome di quell’uomo che manca. Assediata da altri uomini arroganti, stupidi, che tutto possono riconoscerle tranne la capacità di regnare in maniera autonoma, sola e con profitto per tutti. Ecco questa regina si vede costretta all’ennesima trama. Manda l’unico, ultimo, suo braccio: il figliolo. Tu mio caro Telemaco, a cercare un mercenario e chi si vede tornare? Ulisse!!! Quel uomo che l’aveva beffata, non si risparmiava neppure quest’ultima beffa e con che sguardo di soddisfazione torna l’eroe. Dopo aver imbrattato la casa di sangue, contento dell’impresa si aspetta che io mi stracci le vesti dalla gioia, gli cinga il collo con le mie braccia, come una giovane sposa, si aspetta che mi sciolga di fronte al suo corpo. Ulisse era tornato a beffarmi, con le sue astuzie che non hanno risparmiato mai nessuno. I suoi inganni non hanno risparmiato i troiani, non hanno risparmiato i figli degli dei, non hanno risparmiato i suoi uomini, non hanno risparmiato suo figlio, non hanno risparmiato i proci, non hanno risparmiato neppure Penelope. Questo era Ulisse un uomo che con i suoi inganni vinceva ogni cosa, anche se stesso. Non aveva rispetto di nulla neppure di sé. Ti rendi conto figlio che colpo fu per me rivederlo? Mi tremarono le gambe, pensai di cadere, di svenire, ma non dalla gioia: dalla rabbia!! Dalla rabbia! E dalla gioia. Mio marito era tornato, il mio sposo, perché io lo amavo, amavo quell’uomo, ma ancor più lo odiavo per quel che mi aveva fatto, per quel che non era stato capace di fare.
Per lui avevo lasciato la casa del padre mio Icario, la fiera Sparta non era più nei miei occhi, contravvenendo alle antiche leggi lo avevo seguito nel suo regno di pietre, sua regina. Per lui avevo tutto lasciato, la mia fanciullezza nella forte Sparta non era più svanita. Amavo le sue gambe corte, pensai sono gambe di Re avvezzo al trono piuttosto che alla corsa. Eppure seppe correre per me eccome nella via Afeta fu il primo, il primo al mio cuore.
Lo amavo di quell'amore per cui si perdono i cari genitori, per cui si perde la casa, per cui si perde se stessi per questo lo amavo per questo lo odiavo.
— E odiavi anche me.
— Perché dici questo? Ti ho protetto, ti ho allevato, ti ho curato.
— Mi hai impedito di essere un eroe.
— Certo che te l’ho impedito!! Volevi crescere anche tu ramingo per i mari a cercare fortuna quando qui hai un regno, una casa, un popolo.
— Ma sono un acheo.
— E che cosa sono questi achei! Che non si possono fermare, che non possono far tacere il loro braccio, che devono per forza uccidere qualcuno per potersi dire achei, che cosa sono? Che cosa è questa virtù guerriera dalla quale non possono ritrarsi, dalla quale non puoi fare a meno. Che essere un uomo e non un eroe, non è più degno?
— Forse hai ragione madre, forse per la prima volta ti capisco, ma tu non hai cresciuto un uomo ma un vigliacco, uno che attendeva … attendeva … attendeva … mai agiva.
— E cosa pensi che facciano i guerrieri, gli eroi? Fanno un azione e poi? Gli uomini di guidati da Agammennone sulle spiagge di Troia cosa facevano tra una battaglia e l'altra? Attendevano. Non te l'hanno detto la guerra è più attesa che azione. E poi per il resto della loro vita più nulla! Non fanno più nulla!  Ma gli uomini costruiscono un passo dietro l’altro la loro vita, con fatica, sforzo, umiliazione.
— Non so come spiegartelo, le cose che dici sono vere ma non sono tutta la verità. La verità è che quelli che tu chiami uomini perdono se stessi, un acheo che non abbia compiuto un’azione degna di un eroe che uomo è? Un uomo che ha sempre frenato il braccio come potrà pensare di non essere un vigliacco? Un uomo dai mille sotterfugi come potrà pensare di essere valoroso, coraggioso.
— Il coraggio di tutti i giorni figliolo!!
— Il coraggio di tutti i giorni non si vede madre!!
— Il coraggio di un solo momento non dà profitto figlio!!
— Allora com’è che io sono vecchio e uomo non lo sono mai stato? Sono stato un figlio adulato e poi un ragazzino insultato, dileggiato e poi ancora un figlio osannato. Per un attimo ho pensato di essere un eroe, quella sera – quella voluttuosa sera – ma ero solo l’ombra di mio padre. Dimmi come si fa ad essere uomini? Almeno ora che vado a morire madre! Dimmi, coma si fa ad essere uomo? Dammi un aiuto, non pensare al tuo regno, che è un piccolo sasso nel mare, pensa a tuo figlio per una volta, pensa a tuo figlio che si incammina verso l'Ade.
— Non ho mai smesso di pensarti. Come si fa ad essere uomini mi domandi? Chiedilo a tuo padre, l’eroe. Io ti dico che bisogna saper morire figliolo. Bisogna saper morire, non vivere, ma morire da uomo. Bisogna saper morire, tutti i giorni, come stai facendo tu ora. Non sei vissuto da uomo ma ora lo muori.
— Se vuoi consolarmi madre, non so se i tuoi argomenti mi bastano. Certo è vero: sto morendo. E mi sento uomo come non lo sono mai stato. Ma se la morte non arrivasse in questa notte – così notte – domani mi dovessi alzare, sarei uomo, eroe o che cosa? Dopo questa notte, se mi fosse concesso un altro giorno, ricadrei nella banalità di una vita misera, fatta di aspirazioni, di umiliazioni, attese o sarei un uomo che muore tutti i giorni con la consapevolezza dell’eroe? Senza dover uccider alcuno. Madre! Io credo che manchi qualcosa, io credo che Ulisse, Penelope, Telemaco non possano essere eroi, neppure uomini, ma solo anime in pena che si dolgono e agiscono per dimenticare la loro pena.
— Caro figlio a che pro dare alla luce un figlio se lo si condanna a un tale dolore, a che pro dare alla vita un figlio se lo si condanna alla vita?

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04 — Ulisse

 

— Vecchio aedo raccontami la vera storia di Ulisse.
— Padre! Non rinunci mai ai tuoi inganni.
— Quale inganno? Io non ho mai ingannato nessuno.
— Ingannatore e bugiardo, questo è mio padre. Era ed è ancora. Anche ora che è venuto a trovarmi nel momento del mio trapasso.
— Non ho mai ingannato nessuno che non volesse essere ingannato. A volte penso ai miei tranelli e mi domando come è possibile che qualcuno sia caduto nei miei inganni. Qualsiasi uomo avveduto avrebbe titubato prima di fare entrare quel cavallo nelle mura. Qualsiasi uomo di senno avrebbe ascoltato Laoconte e Cassandra o perlomeno, nel dubbio, avrebbe aspettato. Ma gli uomini amano essere ingannati ed anche i troiani. Gli uomini amano credere alle menzogne, anche se inverosimili, l'importante è che promettano, promettano, promettano … Promettano che un orizzonte lontano, desiato, per quanto impossibile, sia qui, ora, adesso! A portata di mano, per tutti, anche per noi. A volte mi chiedo come quel ciclope abbia potuto credere che il mio nome era nessuno, solo una barbaro, uno che balbetta la lingua degli dei poteva essere così sciocco. A volte mi chiedo cosa aspettavano i Proci se non di essere squartati, sapevano delle menzogne di Penelope ma ognuno sperava di essere da lei scelto. Poco importava la verità per quanto certa ed evidente: Penelope non voleva un re al fianco. Ciò nonostante l' improbabile possibilità di essere scelti li teneva tutti lì.
— Sei diventato riflessivo padre ti conoscevo come uomo d'azione, come uomo d' armi.
— Hai dimenticato le lunghe veglie che ho passato - io come te - all'ombra delle colonne di un megaron silente. Nel silenzio i pensieri si amplificano, lo sguardo diventa più acuto e si entra dentro le viscere degli intelletti degli uomini. Prima mi burlavo solamente della stoltezza e della pochezza degli uomini e ne traevo profitto. Poi mano a mano li ho compresi.
— E ora sei venuto a comprendere me o non è neppure questo il momento per me?
— Figlio tu mi rimproveri. Di cosa? Di non essere stato un buon padre?
— Di non avermi amato.
— Non ti ho amato? E che cosa è per te l'amore dimmelo dunque? Amare è stare affianco ad una persona giorno e notte, accudirlo e servirlo in un rapporto simbiotico. È questo forse?
— Sono stanco padre, sto morendo e tu con le tue parole sei venuto qui a tramare l'ennesimo inganno. In quale rete mi vuoi portare? Cosa mi vuoi far dire con le tue domande? Dì quello che devi dire, che sono stanco, e non pretendere che sia io a dirtelo. Non cercare in me la giustificazione per le tue azioni, che io non voglio giustificazioni, non ti devi scusare, non mi importa e già molto che tu ti sia ricordato di me. È già molto che tu sia qui ora.
— Va bene figlio lasciamo stare i miei discorsi: io ti ho amato. Tu sei sempre stato con me, come sempre è stata con me Penelope, come sempre è stata con me Itaca. Non capisco come possiate dubitare di questa semplice verità. Certo il mio piede non è sempre stato su Itaca, il mio braccio non è sempre stato attorno a Penelope, la mia mano non è sempre stata sul tuo capo. Ho viaggiato per imprese perigliose, ma sono stati il fato e gli dei che mi hanno spinto sempre più lontano da voi. Ognuno è solo se stesso, e decide solo in parte il proprio destino. Legare la nostra vita a quella degli altri non è un atto d'amore: è un vincolo che assomiglia al ricatto e sfida inutilmente gli dei. Gli uomini e le donne che legano se stessi agli altri non li amano, li circondano fino a soffocarli. Ognuno, figlio, ha solo se stesso. Io ho avuto la mia vita e l'ho vissuta. Come avrei potuto fare altrimenti. Tu dovevi avere la tua vita, Penelope doveva avere la sua vita non dovevate sprecarla aspettando. Non siamo noi a decidere cosa ci tocca in sorte, bisogna prenderla a morsi, bisogna prendere con le unghie quegli anni, quella vita che scorre comunque sotto i nostri piedi.
— Non ti preoccupare padre Penelope non ti aspettava.
— Penelope, Penelope. Tu pensi di saper tutto di tua madre. Penelope mi aspettava, mi ha sempre aspettato. Certo con gli anni l'amore si è tinto di odio e di rancore. Ma mi ha sempre aspettato. In fondo io sarei tornato, comunque sarei tornato al trono. Perché quella era la mia casa, tu eri il mio figlio, quello era il mio regno, Penelope la mia sposa. Ma ti dico in fondo non sono mai partito da voi.
— Strano perché io nella mia infanzia proprio non ti ho visto. Mi sarà sfuggito.
— Non mi hai visto! Ma sai bene quanto fossi presente nei tuoi pensieri, in quei pensieri che ti circondavano. Un uomo è libero perché la libertà è l'unico modo per affrontare la vita senza che questa ti si aggrappi alla pancia, senza che questa ti morda al ventre. Se non sei libero di seguire le stelle e il vento e il mare, se non sei libero di conoscere nuove genti, nuovi nemici e sconfiggerli, se non sei libero di morire come puoi pretendere che la vita si metta a tacere.
— Ci sono delle responsabilità padre che forse voi eroi non conoscete.
— Queste sono parole di tua madre. Certo che ci sono delle responsabilità, ma ti ripeto ognuno è solo se stesso.
— Forse sei tu che sei solo! A volte penso che sia tu il Poseidon di te stesso. Tu il dio che ti ha condotto ramingo per i mari alla cerca di un Itaca desiderata e negata al tempo stesso.
— Ognuno di noi è solo, ma la fortuna vuole che nelle anse della nostra vita si possa trovare lieve conforto dall'incontro di una donna, di un figlio, ma fermarsi e pretendere che quell'unione diventi tutto il tuo mondo soffocherebbe anche un gigante, anche un uomo astuto come Ulisse. Un uomo solo può fare qualsiasi cosa, compreso morire; un uomo e una donna possono dirigere il loro sguardo in qualsiasi direzione ma devono condividere un asse se vogliono ruotare come una retta nello spazio; un figlio, una madre e un padre non possono che giacere su un unico piano.
— Tre punti se sono allineati ricadono nella condizione dei due punti padre, visto che ti diletti di geometria.
— Certo ma io non credo alla geometria, io credo sia diritto di ognuno vivere in libertà questa vita che sfugge. Non è egoismo è necessità! Necessità.
— E le mie? E le necessità della tua sposa?
— Lo vedi? Tu leghi le tue necessità ad un altro e lo chiami amore e gli cingi la caviglia con il legame amoroso.
— Forse non capisci nulla dell'amore padre, forse non ne capisco nulla neppure io, non ho avuto tempo. Troppo il desiderio di ritrovarti.
— Non ti ho mai lasciato e tu hai perso te stesso quando l'ansia e l'attesa hanno preso il sopravvento sulla tua vita azzerandola.
— Tu non cedi mai eh padre? Sempre retto sulle tue gambe non risparmi dai tuoi giudizi neanche il figlio morente.
— Tu non hai bisogno di essere risparmiato soprattutto se ti devo risparmiare la verità. Vuoi che penosamente ti nasconda quel che penso? Io Ulisse l'ingannatore ho sempre detto la verità anche agli uomini che ho ingannato. Ho lasciato un cavallo ad Atena fuori dalle loro mura e loro lo hanno fatto entrare, che non lo sapevano che Atena è guerriera?
— Ti sei solo voluto beffare doppiamente di loro. Lo hai detto tu, desideravano essere ingannati, desideravano la pace a tal punto che avrebbero creduto anche ad Agamennone in veste di agnello. E tu hai infierito, non ti sei accontentato di sconfiggerli ma li hai anche burlati.
— Le sfide mi hanno sempre dato un ebbrezza alla quale non ho mai saputo sottrarmi non lo nascondo.
— L'ebbrezza degli inganni e delle sfide. Perché non sei rimasto a regnare sul tuo popolo cosa c'è di così umiliante nell'essere un buon re.
— Cosa c'è di umiliante nell'essere un buon re? Nulla. Ammiro molto coloro che lo sanno fare. Ma regnare era troppo per me. Vedi devi sapere che governare non è un onore ma è un onere è qualcosa che ti corrompe da dentro c'è solo un modo per sopravvivere alla corruzione che governare tanti altri uomini comporta: essere scalzati da qualcun altro più ambizioso di te. Questo è l'unico modo.
— Non riesco a capire sinceramente. Credevo che regnare fosse una cosa nobile che si addice agli uomini nobili che hanno cura del proprio popolo.
— Si certo è vero ma devi sapere che governare, poter decidere del destino degli altri ci rende simili agli dei e tu sai quanto sono capricciosi gli dei. Ci fa perdere il bene più caro: il dubbio, l'incertezza.
— Il dubbio, l'incertezza come bene più caro?
— Beh certo figliolo, è questo che ci rende uomini. Ilio non sarebbe caduta se solo avessero dubitato.
— Mi stupisci padre, alla mia vecchia età ci sono ancora parole che possono stupirmi.
— Il dubbio, figlio, il dubbio. Il potere ci fa perdere il bene più caro e lo sostituisce con l'arroganza, ci trasforma da uomini in semidei e non è esattamente un accrescimento. Perdiamo la nostra umanità, perdiamo la capacità di riconoscere negli altri i nostri stessi dolori: non è esattamente un accrescimento. Smettiamo di essere uomini insomma nessuno può sopravvivere a questa condizione più di tanto, c'è solo un antidoto: lasciare il potere. Lasciarselo togliere. Solo i dittatori più stolti conservano fino all'ultimo alito della loro vita il potere perché solo uno stolto può rinunciare alla saggezza, all'umanità, alla conoscenza. Un uomo che governa dall'alto del suo scranno non ha più in potestà queste virtù che sono dell'uomo. Lentamente le corrompe fino a perderle, chi governa è uomo nobile perché ha deciso di corrompere se stesso per il bene degli altri, di rinunciare alla propria vita per quella degli altri. Ma è bene che non lo faccia fino in fondo per se stesso e per gli altri perché chi corrompe se stesso non può governare alcuno, c'è un limite tu sai bene che in ogni cosa c'è una misura, lo sanno tutti i greci: ogni cosa ha una misura oltre la quale si perde il metro, si perde il cosmos, l'armonia e si cade nella bestialità dei barbari.
— E per questo che andavi in giro per il mondo, per rifiutare il tuo destino di Re?
— No, no non lo facevo per questo, ma ero contento di farlo anche per questo.
— Allora cosa è che ti spingeva lontano da Itaca?
— Il mare. Forse voi non avete mai capito il mare, la linea dell'orizzonte in lontananza, io mi fermavo intere giornate a guardare quella linea in estate più nitida, d'inverno cancellata dalla foschia, quella linea assoluta, lontana, imprendibile era il richiamo al quale non ho mai saputo resistere. Quello era il canto delle sirene, il canto delle mie sirene. Per questo non ho avuto bisogno di tappi di cera, per questo le ho volute ascoltare. Perché io avevo ben altre sirene. Forse quella linea voi non l'avete mai compresa fino in fondo, non l'avete mai osservata fino in fondo; è una malia, una malattia dalla quale non si guarisce, è il desiderio di conoscere anche quel estremo limite. Quella estrema astrazione che era ed è quella linea all'orizzonte è l'unica cosa che mi faceva sentire vivo. Certo potevo rinunciare ad essere vivo ma che vi sareste fatti di me. Che ne avreste fatto di un vecchio che aspettava la morte su un trono, annoiato dal suo regno e che avrebbe lentamente e inesorabilmente iniziato ad odiare la moglie ed il figlio.
È per questo che mi sono gettato felice nell'impresa degli eroi achei, pensavo fosse quella la linea del mio orizzonte, in fondo sono un acheo anche io anche se trovo così noiosi questi re guerrieri che impazziscono all'odore del sangue. Ho sempre trovato più divertente l'astuzia: una linea dell'orizzonte più sagace, più interessante per il mio sguardo. Ma neppure questo era abbastanza per me, non serve a nulla sconfiggere gli uomini che ti ripeto si fanno sconfiggere da sé non serve a nulla neanche burlarli durante la sconfitta che ci sono uomini che non comprendono neppure l'ironia c'era un altro orizzonte che non avevo dapprima scorto all'interno di quella linea che disegna il mare, laggiù, verso l'infinito.
— A quale orizzonte alludi padre?
— È la conoscenza figliolo, se solo avessi dedicato subito le mie imprese a quell'orizzonte e avessi sconfitto la realtà, la natura, gli dei forse avrei costruito un regno in cui non c'è bisogno di Re.
— Non sei stato così vicino come mi dici, queste parole avrei voluto sentirtele dire prima, queste sono parole che avrebbero cambiato la mia vita e la avrebbero dedicata a un dono più alto. A un dono più alto rispetto a quello del riscatto, della vendetta, dell' attesa. È questo a cui pensavi quando, tornato sul trono, guardavi all'orizzonte? È questo che ti ha portato ancora una volta lontano da Penelope e da me?
— Penelope, che donna aspra.
— Eppure tornavi da lei.
— Certo.
— Eppure hai conosciuto altre donne?
— Certo Penelope non ha mai avuto quella dolcezza, quelle curve sinuose e abbondanti sulle quali giacere; non ha mai avuto quella tenerezza alla quale abbandonarsi, quel ventre nel quale nascondersi con piacevole voluttà. Penelope non era così, eppure tornavo da lei, ah Penelope … Penelope.
Non c'è barca che possa navigare senza ancora, non c'è marinaio che possa muoversi nell'infinito mare se nel cielo non ha una stella fissa, Penelope era la mia stella fissa e lo sapeva. Sapeva bene quale era il suo destino e sapeva ben aderire, obbedire, a questo destino. E mi odiava perché era questo un destino crudele: stare lontano dallo sposo mentre vedeva altre donne vivere al fianco del proprio marito. Lei invece vedeva sfumare la sua bellezza nell'attesa e nel governo di un regno vacante. E quel regno l'ha corrotta come avrebbe corrotto me, ha corrotto lei meno di quel che avrebbe corrotto me - che sono uomo e dunque corruttibile - o forse di più che le donne hanno un modo diverso di farsi corrompere dal potere, un modo che noi uomini neppure riconosciamo. Diverso, forse più nefasto perché gli toglie la bellezza, forse meno dannoso perché comunque esse sono meno crudeli quando governano.
Penelope non mi amava, amava il re, amava l'uomo, amava l'eroe, il padre di Telemaco, ma non poteva amarmi perché non capiva. Non capiva cosa in fondo mi muoveva, non sapeva o forse peggio non voleva sapere o forse peggio non credeva in quel che mi attanagliava. Forse è stato il tempo, il rancore. Oramai era il regno il suo sposo e quando tornai mi odiava. Io non volevo ingannarla, volevo tornare da eroe per compiacerla. Caro Telemaco, non volevo neppure la strage, l'ho fatta per te che ne avevi così tanto desiderio, per te che volevi essere uomo al fianco di un eroe, eroe tu stesso, errore tu stesso! Un dono di padre che ti sono padre, che ti devo qualcosa almeno un errore, almeno quello. L'ho fatta per te e per punire quegli uomini arroganti. Non ho mai amato l'arroganza se non quella contro gli dei. Ma di quella strage non ne avevo nessun bisogno credimi, se mi fossi presentato come Ulisse, come voleva Nestore, se ne sarebbero semplicemente andati chiedendo scusa a me, a te e a Penelope. Nessuno avrebbe alzato non dico la mano ma neppure la voce contro Ulisse.
— Menti come sempre e sai di mentire! Dimentichi la fine di Agamennone? Il Re dei Re, un pavido Egisto lo ha scannato, complice Clitennestra. Perché avrebbero dovuto avere rispetto di te tanti boriosi pretendenti se un pavido non lo ha avuto per Agamennone? Di cosa dovevano aver timore? Delle tue armate! Di cosa dovevano aver rispetto? Dell'eroe vittorioso!
— Hai ragione ma non mento. Come ogni vero mentitore non so mai quale è la verità, per questo non posso mentire. Ma dimentichi che io non sono Agamennone, il temuto, l'odiato Re dei Re. Io sono Odisseo, colui che ha vinto Ilio per l'Ellade tutta e che va ramingo per il mare cercando la patria. Di questo i greci hanno rispetto, dell'eroe perduto, dell'uomo caduto e delle mie storie che sono le loro storie. Ma hai ragione non l'ho fatto solo per te, l'ho fatto anche per Nestore, le sue trame i suoi progetti. Li ho sventati in un solo colpo, che mille trame non possono nulla contro il potere irrevocabile dell'azione che porta alla morte. Puoi tramare anni e anni contro di me, con la più sottile delle astuzie, ma io con un sol gesto di pochi secondi posso agire e le tue trame svaniscono. Con un sol gesto. L'ho fatto per vendicarmi dell'amico che con Palamede mi ha condotto sulle spiagge di Ilio. Di Palamede mi ero già vendicato. Loro mi hanno portato via da te.
— Menti, non c'è ingannato che non voglia esserlo, l'hai detto tu stesso.
— Certo, ma loro mi hanno dato il pretesto, loro mi hanno imboccato. Ma più della vendetta mi ha mosso il desiderio di sconfiggere le trame altrui. Non so resistere alle sfide, mi inebriano di tracotanza. Ma l'ho fatta anche per te, la strage l'ho fatta anche per te!
— Mi fai sentire ancora più sciocco … Perché non sei rimasto da Circe o da Nausicaa non era dolce il loro letto.
— Eccome, eccome. Vuoi che ti descriva l'odore del loro talamo, l'odore del loro sesso? L'estasi che produce quella follia? Ah che sciocchi gli achei che amano il sangue … ah che sciocchi gli achei che prendono le donne e le fanno schiave. Non sanno assaporarne la voluttuosa dolcezza. Sarei stato per sempre tra le loro braccia ma avevo un figlio, avevo una moglie, un regno. E poi una linea all'orizzonte che sempre mi avrebbe condotto in un luogo diverso da quello in cui ero.
— E allora perché te ne stavi prima all'ombra di una donna, poi di Nestore; a tacere, muto, afono, ubriaco piuttosto che no. Avevi perso il tuo orizzonte?
— Figliolo io ho vinto tante battaglie e tu le conosci. Ho ingannato molti avversari tutti lo sanno anche gli dei. Ma ne ho perse anche altre anche più importanti. Ho ingannato me stesso. Mi sono fatto ingannare dagli dei. La mia prima sconfitta quella più crudele, quella più atroce fu nel ventre di quel cavallo e lì che nacqui a nuova vita. Usci da quel ventre rinato ma non come Ulisse l'astuto vincitore di Ilio, no! Ne usci rinato come uomo sconfitto dagli dei e dal fato, ne uscì perduto e senza orizzonte. E di lì a poco avrei perso anche il nome. Quel giorno non potrò mai dimenticarlo, passai tutto il giorno stivato all'interno di quell'inganno tra il sudore, l'odore e il silenzio dei miei compagni. Senza fiatare, senza respirare troppo forte, provando l'ebbrezza che si prova rischiando tutto, anche la vita: soprattutto la vita. Che ne sarebbe stato di noi se avessero ascoltato la voce dei saggi, se i serpenti marini mandati da Apollo non avessero straziato Laoconte e i suoi figli. Trucidati, uccisi, sgozzati: così saremmo finiti. E noi dovevamo resistere a quell'immagine, a quell'idea, a quella possibilità terrifica sperando che ma non si inverasse. In silenzio, immobili, respirando piano. Quando Cassandra, che sapeva l'inganno, nella sera si prese beffa di noi imitando le voci delle nostre mogli per provocarci, io stesso soffocai Antielo per non farlo rispondere.
Fu una grande prova, incredibile a dirsi. Fu un grande giorno inebriante di sfida e di guerra.
In quel ventre tra i respiri lenti, le armi immobili, io capì. Capì che quello era il mio acme, era il culmine, quelle gesta mi avrebbero reso immortale. Capì che io stesso non sarei sopravvissuto a quella impresa, perché non avrei mai potuto superarla. La mia vita, il suo sviluppo finiva quel giorno. Capì che gli dei mi avevano ingannato come io avevo ingannato i Troiani. Capì che era tutto finito, credevo di essere astuto, credevo di ingannare ogni uomo ed invece, nel momento più alto del mio inganno, caddi. Capì che non avrei mai potuto superare quel momento, che nessun altro inganno, nessun altra impresa, nessun altro atto eroico sarebbe stato più memorabile di quello che stavo compiendo. Questa grandezza mi avrebbe sotterrato nel mito per sempre e non mi avrebbe dato più spazio ne pace. Io Ulisse l'astuto Ulisse ero caduto nell'inganno più sottile. È lì, in quel giorno, in quel momento che provai tedio nei confronti della gioia furiosa che gli achei provano in battaglia. Uccisi come tutti gli altri quel giorno, imbrattai la mia lama di sangue come tutti gli altri, non feci distinzione tra la vita di un uomo, di una donna, di un vecchio, di un bimbo. Semplicemente con suprema indifferenza accettai il mio destino. L'ebbrezza, la vittoria, il sangue e le grida che facevano impazzire i miei compagni mi erano estranei, io estraneo a me stesso. Uccisi con stanchezza e indolenza quel giorno e in seguito raccolti i compagni, raccolte le prede, i tesori che avevamo saccheggiato mi nascosi nel mare. Per ritrovare la strada di casa, per ritrovare Ulisse. Ma oramai l'avevo perduto, quando poi cademmo nelle mani di quella bestia che era Polifemo mi fu facile ingannarlo sul mio nome: non menti io ero nessuno. Non ero più me stesso, non avevo la regina al mio fianco, non avevo il regno, non avevo le truppe gloriose degli achei, non avevo Ilio di fronte, non avevo inganni da tramare, da tessere, io non ero Ulisse: ero nessuno. Quel rozzo essere era così perso nella sua volgarità che dovetti accecare la sua cecità. Non capì subito fino in fondo cosa vuol dire perdere il nome, non lo avrei mai fatto, non avrei compiuto il mio destino credendo di beffeggiare un ciclope, se avessi saputo fino in fondo cosa vuol dire cancellare il proprio nome. Tu lo sai figlio, per tanti anni hai negato il tuo essere principe ,tu lo sai che un principe è tale finché gli altri lo nominano principe e io ero Ulisse fin che gli altri mi nominavano Ulisse. Anche i miei nemici, soprattutto loro. Ma se io stesso negavo il mio nome chi mi avrebbe onorato per le imprese che avevo compiuto? Se non avevo un regno come potevo dirmi Re? Se non avevo un nome come potevo vantare una storia. Così arrivai a Pilo e iniziai a raccontare le storie di uno che avevo conosciuto: le storie di Ulisse.

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05 — Antinoo

 

— Salve eroe!
— Chi mi chiama, chi sei tu?
— Non riconosci neppure l'unico nemico che hai sconfitto? L'unico che hai piegato alla morte?
— Antinoo! Il prode, il valoroso Antinoo è venuto a trovarmi! Vuoi vedere la mia morte? Vuoi prenderti quest'ultima soddisfazione? Vuoi vedermi così, vecchio avvilito e perduto? Cosa sei venuto a fare Antinoo? Perché sei qui? Mi vuoi umiliare? Vuoi offendere la mia vecchiaia, la mia morte, la mia vita? Che cosa sei venuto a fare? Che hai a che fare con me tu?
— Telemaco sei più stolto di quel che pensavo, sei più sciocco di quel che sapevo. La mia vita e la tua, la mia morte e la tua sono indissolubili. Pensavi forse di esserti liberato di me? Con il mio omicidio tu e tuo padre avete legato con un anello più saldo di quello nuziale la catena che ci lega. Sei veramente così sciocco da non averlo capito? Pensi che sia venuto ad umiliarti nel momento della tua vecchiaia, della tua morte? È il destino di chi non muore giovane invecchiare, decadere, corrompersi, perdersi. Io no, non io! Io sono stato sgozzato da una freccia di tuo padre e me ne sono andato nel fiore degli anni come piace agli dei. Io non ho conosciuto la vecchiaia e non ho avuto il tempo di assaporare la morte, la morte mi ha colto così senza preavviso, mentre spavaldo cercavo di guadagnarmi un regno. Non me ne sono neppure accorto, è stato un istante, un solo istante. Tuo padre ha visto nei miei occhi la disperazione ma era solo stupore, non credevo, non pensavo. Non immaginavo potesse accadere così, in un solo momento. Un attimo e l'Ade ti accoglie. Non sono qui per umiliarti Telemaco. No! Non sono qui per questo.
— E allora che sei venuto a fare? Che vuoi da me? Non ti è bastato offendermi in vita, non ti è bastato occupare la mia casa, insidiare mia madre, insidiare il mio regno, non ti è bastato morire nel mio megaron? Cosa devo fare per toglierti definitivamente dalla mia vita e dalla mia morte, che vuoi da me? Non ti conosco, non voglio conoscerti, non so come mai tu sia capitato nella mia vita e non tollero che tu sia qui capitato ora, nella mia morte!
— Sei uno sciocco, uno stupido sciocco che non capisce gli dei, non capisce gli uomini, non capisce le storie. Che cosa ci si può aspettare d'altronde da un figlio di Re. I figli degli uomini gloriosi sono stati allevati all'ombra del padre, ma di costui non ne hanno la forza, non ne hanno la grandezza; ma la pretendono in virtù del legame di sangue. Coltivano solo ambizioni, non doti, non virtù - e neppure vizi - grandi come quelli dei padri. I figli degli eroi non sono eroi e non lo diventano. Sono solo ambiziosi e arroganti. La loro condizione di figli di grandi uomini è la loro prima e maggiore condanna. Quelle poche virtù che gli dei danno agli uomini non trovano in loro terreno fertile, ne fermento per crescere. Si sentono al centro del mondo, si sentono dei, eroi prima ancora di aver compiuto un'azione che sia una; prima ancora di aver compiuto la loro età di uomini. Sono degli sciocchi, dei bambini allevati negli agi. Diverso chi ha azzannato coi denti tutto ciò che ha trovato di fronte a sé, diverso chi ha strappato alla vita ciò che ha, diverso chi ha temprato le poche cose che gli dei gli hanno donato fino a renderle ferro tagliente per estirpare alla vita ogni cosa, per ogni cosa pretendere. Diverso!
— E tu saresti questo uomo guerriero? Prode che non ha vissuto tra gli agi. E qual è l'impresa che hai compiuto? E che cosa hai strappato, dimmi?. Io ti ricordo come un misero usurpatore, come uno che è entrato in una casa che non era sua, che voleva entrare in una donna che non era sua, che voleva rubare un regno che non era suo e lo faceva con arroganza - volgare arroganza - e che in compenso ha ricevuto la morte. Non un regno, non una regina, non altro. Vattene non mi disturbare più, che non posso uccidere un morto!
— Tu non ne saresti neppure capace, tuo padre mi ha ucciso non tu.
— Mio padre … mio padre … e allora torna a nuova vita che ti possa uccidere adesso! Per far pari con il destino.
— Non ti è bastato accanirti sul mio corpo morto con la lancia, eroe?
— Certo mi sono accanito sul tuo corpo e non me ne pento. Lo farei anche ora se potessi.
— Non sei un eroe, non lo sei mai stato. Ma non lo saresti stato comunque. Non ne hai le capacità, sei solo stato un figlio di un eroe. Niente di peggio che figlio di un eroe si può essere e tu questo sei stato.
— Ahhh! Potessi tornare indietro e ucciderti per strapparti queste parole di bocca estirparle dalla tua lingua per sempre! Cane!
— Non puoi, devi ascoltarle! Sei un vigliacco che in virtù di un padre eroico vanta a sé doti non sue. E poi Ulisse … Ulisse! Vuoi sapere chi era Ulisse? Uno sgozzatore di bambini, un macellaio. Vuoi sapere che cosa era l'astuzia di tuo padre? Non obbedire alle norme! Ingannare! Prendersi gioco delle leggi che governano il cosmo e gli uomini! Può dirsi greco un uomo siffatto? Io dico di no! Semplicemente era immorale! Quello che un altro greco non avrebbe fatto mai, per rispetto degli dei e degli uomini e delle loro leggi, lui lo faceva senza alcuna remora! Quello che un altro greco non avrebbe mai fatto lui lo faceva senza ritegno, non aveva il senso della legge. Solo si preoccupava di sconfiggere i rivali solo questo gli premeva. Non gli importava in che modo. Un vero guerriero affronta il proprio rivale, non si nasconde, non mente, non ha paura dello scontro frontale, non è un bugiardo. Tuo padre era un bugiardo, un mentitore, approfittava solo delle virtù degli altri. Tutto qua, tutto qua. Cosa ha fatto con lo stratagemma del cavallo con cui ha sconfitto Troia? Ha approfittato della virtù di Priamo e dei Troiani, della loro pietà, del loro rispetto per il nemico e per gli dei. E voi lo chiamate eroe? Vuoi che ti ricordi le belle imprese di tuo padre? Ingannò Ifigenia e la condusse con la menzogna a sposare la morte e non Achille. Quale era la sua colpa? Non esitò un momento.
— Taci!
— Non fu tuo padre poi a promuovere lo sterminio dell'intera genìa di Priamo, anche Astianatte figlio di Achille luminoso: era solo un bimbo. Quale era la sua colpa? Non esitò un momento.
— Taci!
E Polissena, Protesilao, Antielo. E come mentì contro Aiace e Palamede.Vuoi che ti rammenti?
— Taci! Taci!! Taci!!! Nel momento della mia morte! Nel momento del mio trapasso devo ascoltare le parole di un arrogante presuntuoso che pretende di giudicare me e mio padre!! Dunque chiunque può venire qui a cantare la sua storia, chiunque può pretendere di raccontare la sua verità!!
— Perché no? Perché la tua storia è più vera della mia? Perché la tua storia deve diventare più vera della mia ed essere ricordata dagli uomini? Perché quella di tuo padre è più vera di quella di Penelope, della tua, di quella di Nestore. Che cosa ho io per essere tacciato in eterno come giovane arrogante?
— Molto semplice tu sei, eri un giovane arrogante, tutto qua.
— E tu non lo eri e tuo padre che osava sfidare gli dei non lo era? Io con gli altri Proci ho occupato la casa di tuo padre per dare un Re a Itaca. Certo eravamo ambiziosi ma era nostro diritto, eravamo giovani, eravamo di nobile famiglia a Itaca mancava un Re, era nostro diritto e nostro dovere. È Penelope che si è presa ciò che non era suo, sei tu che vantavi diritti: eri troppo giovane non potevi essere Re. Ulisse non tornava, Penelope era una donna, ci voleva un uomo al suo fianco: non potevamo aspettare ancora. Troppo a lungo avevamo pazientato e sopportato le vostre lungaggini. Abbiamo aspettato troppo! Questo la nostra unica colpa, abbiamo aspettato, tergiversato, abbiamo concesso a Penelope ciò che non dovevamo concederle. Abbiamo tollerato quel principe arrogante che eri. Un ragazzetto di nessun valore che voleva comandare degli uomini. Abbiamo tollerato Penelope con le sue bugie. Che credi che non conoscessimo le bugie di Penelope? Sapevamo, ma aspettavamo, tolleravamo, davamo tempo a quella donna perché se ne facesse una ragione. Ahh … la tolleranza certo tu non sai neppure che cosa sia. Abbiamo tollerato la tua impertinenza, abbiamo tollerato le lungaggini di Penelope, abbiamo aspettato. «Non facciamo fretta a questa donna che ha perso il marito, l'eroe». Ci dicevamo. «Portiamo pazienza con questo ragazzino che è un ragazzino, non spezziamogli la vita non uccidiamolo con un pretesto, che troppo soffrirebbe questa donna già vedova. Aspettiamo tutti gli inganni, tolleriamo si deciderà come ogni donna, si deciderà». Ma no Penelope non si decideva, Penelope continuava ad esasperarci e portava all'ennesima potenza la sua trama. Donna testarda come nessun altra. Fuori da ogni tolleranza, fuori da ogni possibile pazienza ci aveva condotti. Qual è stato il nostro difetto? Essere troppo saggi, troppo pazienti con una donna e con un ragazzo che non meritavano pazienza alcuna. Avremmo dovuto sgozzarti con un espediente qualsiasi, ma bastava molto meno, bastava che tu inciampassi in uno scoglio, certo tu stolto come sei avresti trovato lo spigolo più aguzzo per fracassarti la testa e la vita ti sarebbe scivolata via. Quella vita che non hai mai meritato ti sarebbe scivolata via e tua madre avrebbe capito da che parte era il destino, da che parte erano gli dei. Troppo clementi, troppo pazienti, la vita se la vuoi la devi prendere arrogartene il diritto, strapparla agli dei. Avrei dovuto strapparti la vita e strappare il regno, ma ho pazientato, non volevo macchiarmi di un omicidio, io, non volevo prendere una donna che non mi voleva e sono morto per questo. Ma ti dirò una cosa che forse non immagini: non mi dispiace, non mi pento. Io ho fatto quel che andava fatto, rispettando le leggi e gli uomini e gli dei e sono morto per questo. Non solo, sono passato all'eternità come un essere infame, il mondo tutto mi ha oltraggiato, ma io non mi pento, sono contento di quello che ho fatto, perché ho fatto ciò che era giusto e sono morto nel fiore degli anni bello e arrogante. Non sono diventato vecchio come te, come tuo padre, come tua madre, il tempo non mi ha umiliato! Sono io che ho umiliato lui e la storia ha umiliato me. Era destino così era il volere capriccioso degli dei. Io non mi pento, non ti ho ucciso, non ho costretto tua madre, non ho neppure cacciato a calci il vecchio Ulisse che si è presentato come un mendicante. No non l'ho fatto. Ho aspettato volevo vedere quale astuzia aveva in serbo per me.
— E tu pretendi che io ti creda? E tu pretendi che io creda che tu avevi riconosciuto Ulisse?
— No!!! Non sia mai! Ulisse dai mille inganni! Non è possibile che qualcuno sia più astuto dell'astuto Ulisse, Antinoo poi no di certo. Non sia mai. Credi che nessuno fosse in grado di riconoscere quel vecchio oltre la nutrice? Credi solo che una nutrice sappia riconoscere gli uomini e le loro cicatrici? Beh, ti sbagli. Ulisse è stato riconosciuto pressoché subito e a noi non sembrava vero. Ulisse è tornato e si presenta come un vecchio pezzente, il grande Ulisse è tornato straccione. Non ci sembrava vero, vederlo così umiliarsi di fronte a noi. Due volte incredibile, ancora vivo e ridotto in quel modo. Volevamo proprio vedere quali astuzie avrebbe escogitate per noi, per cacciarci. Che cosa voleva fare? Certo se era entrato in quel modo solo uno scopo poteva avere: ucciderci! Non abbiamo mai avuto paura della morte, perché dovevamo averne in quel momento. L'interesse, la curiosità di vedere l'ultima astuzia di Ulisse sì! quella ce l'avevamo. Eravamo pronti, non temevamo nessuno, tantomeno lui. Di fronte alla sfida non ci nascondevamo noi! Noi non ingannavamo il destino, noi il destino lo accoglievamo senza paura, capisci queste parole Telemaco: noi il destino lo affrontavamo. L'idea di uccidere Ulisse o da lui essere uccisi era cosi pregna di gloria che ci inebriava. E uccidere Ulisse come fosse un mendico beh … addirittura ci divertiva, ci solleticava non poco. Farlo poi di fronte a Penelope che ci aveva straziato nella sua attesa beh … questa era una bella vendetta. Giusta vendetta per tutto quello che ci aveva fatto patire. Con quale coraggio avrebbe di nuovo detto no alle nostre giuste pretese. Quando lo abbiamo visto apparire di fronte a Penelope impazzita, gli occhi sgranati di quella donna - devo dire la verità - sono stati per noi motivo di grande gioia. Trattenevo a stento le risa, finalmente la resa dei conti: quella donna che ci aveva portato a spasso per anni vedeva tornare di fronte il marito così ridotto. Ci aveva fatto aspettare per tanto tempo e finalmente il giorno era arrivato.
Se si fosse presentato come Ulisse avremmo dovuto andarcene e lasciargli ciò che era suo, nessun uomo di Itaca, della Grecia tutta, ci avrebbe perdonato un simile affronto, ma lui si era presentato come uno straccione perché avremmo dovuto rispettarlo? Chi ci impediva di ucciderlo in una banale lite attorno al focolare mentre mendicava un poco di cibo? Raccogliemmo la sfida!
Era arrivato Ulisse e che Ulisse. Sgranava gli occhi come una pazza Penelope e devo dire la verità ho solleticato come tutti gli altri miei compagni l'idea di ucciderglielo davanti agli occhi. Non come Ulisse, ma ucciderlo come si uccide un servo, come si caccia un cane da sotto il tavolo, certo era meglio che uccidere Ulisse. Qualcuno si sarebbe vendicato di questi giovani che avevano ucciso l'eroe che torna, ma noi come potevamo saperlo. La sfida dell'arco ecco quale era l'ultima beffa. Eh i vecchi … i vecchi vogliono sempre sfidare i giovani e pensano di essere meglio di loro. I vecchi pensano così di arrestare il loro tempo. L'avremmo umiliato prima di spezzargli le gambe. Ed ecco invece che quel arco maledetto andava scaldato ahh … non conoscere le armi, i loro segreti ahh … essere troppo convinti della propria vittoria, della propria superiorità. Lo tenevamo in pugno, un vecchio sgualcito, lo potevamo uccidere quando volevamo, giocavamo come il gatto con il topo, convinti che appena saremmo stati stanchi con un colpo lo avremmo ucciso. Invece quel vecchio aveva ancora una carta, quel arco … quel arco. Telemaco la tua vita non è stata migliore della mia e neppure il tuo mito è migliore del mio, siamo solo due piccoli arbusti sotto l'ombra del tuo grande padre. Ma io sono stato spezzato perché ho fatto quel che era giusto e perché mi sono arrogato il diritto di bramare ciò che volevo. Tu sei appassito alla sua ombra, ti sei lasciato scivolare via la vita senza prenderla, aspettando il destino al quale pensavi - solo pensavi - di essere segnato.

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© Daniele Leone