Questa notte è
più fredda delle altre, questo megaron è
più freddo, questo vecchio è più
vecchio, alcuni giorni invecchiano più di altri e forse oggi
è uno di quei giorni.
Dov’è il mio megaron? Dov’è
il mio regno? Cosa faccio addossato ad un fredda colonna di un palazzo
non mio? Come un cane raccolgo gli avanzi del mio ospite, come un cane
raccolgo il tepore del braciere spento, come un cane dormo
nell’angolo oscuro della casa. Questa notte è
più notte delle altre notti.
Non troverò più la strada della mia isola, la mia
isola non potrebbe riconoscermi, il mio regno proverebbe
pietà per questo vecchio aedo e fingerebbe di non scorgere
sul mio volto il vero Re di Itaca. Nessuno ricorda più il
mio volto nel mio palazzo, forse è stato cancellato anche il
mio nome. Sono troppo vecchio e non ci sarà più
un giorno in cui io vestirò le mie vesti. Tutto è
perso e per sempre.
Entra uno dei commensali a raccogliere una coppa e una brocca, lo
scorge.
— Vecchio, o preferisci che ti chiami Omero?
Perché tu sei Omero vero? E quanto ancora vivrai? Mille anni?
Sferra un calcio al costato del vecchio che scaraventato contro una
colonna si accascia lasciando cadere gli avanzi di cibo che andava
racimolando.
— Vecchio al buio riacquisti la vista, chissà che
domani all’alba non ritrovi la giovinezza e quelle gambe non
trovino la forza di portare via da qui la tua carcassa.
— Mio buon signore, perché? Perché
tanto sdegno? Quale male ti ho fatto? Racconto storie per il piacere
del tuo Re? Ti ho forse offeso? Dimmelo e non racconterò
più quella storia. Dimmi quale storia vuoi che racconti e io
saprò compiacerti. Vuoi che racconti quanto erano prodi i
tuoi avi? Io lo farò, ma lascia che mi nutra di questi pochi
avanzi, lascia che mi scaldi a questa brace, che sono vecchio e fuori
mi aspetta la morte.
— Vecchia canaglia, non ho bisogno delle tue menzogne, devi
andartene, non voglio più sentire la puzza di carogna che
hai addosso. Lo capisci? La tua miseria mi opprime, la tua vecchiaia mi
offende, le tue storie mi annoiano. Domani non ti voglio più
vedere oppure mi prenderò il piacere di sgozzarti con il mio
coltello.
Se ne va, bevendo dalla coppa e lo lascia di nuovo solo, con un lieve
rivo di sangue dal labbro.
Questa notte è più fredda delle altre, questo
megaron è più freddo, questo vecchio è
più vecchio, alcuni giorni invecchiano più di
altri e oggi è uno di quei giorni.
Questa notte è più notte delle altre notti.
Finto cieco! È questa la mia colpa? Finto Omero! Per questo
mi vuoi uccidere? E quale Omero è stato quello vero? Quale
aedo fu veramente cieco? Mi disprezza perché sono vecchio e
la sua giovinezza non vuole memoria, non vuole monito: per questo mi
calcia, mi scosta. Verme, canaglia, parassita del tuo Re! Che ti costa
lasciare un pidocchio addosso al tuo padrone. La mia vista ti offende?
Scostala! Io stesso mi scosterò. La mia puzza ti disgusta?
Copriti di unguenti! Ma perché o Zeus quel cane mi vuole
morto? O forse sei tu Zeus mi vuoi morto, offendo anche la tua vista?
Non puoi forse sopportare la vita ignobile di un bugiardo vigliacco? E
allora mandami una saetta! Uccidimi tu stesso, non mandare un giovane
arrogante a spezzarmi le costole mentre arranco un boccone, non farmi
penare tutta la notte, almeno la morte concedimi sia degna di me, di un
Re! Perché mi hai donato un destino impostore?
Perché mi hai fatto nascere da lombi di Re se non volevi che
regnassi. Quale burla hai tramato su di me. Se volevi questa vita da
ladro per me, perché non mi hai fatto nascere servo? Non
avrei sofferto, che quella era la mia vita. No! mi hai fatto nascere in
un palazzo, tra le cure del padre, della madre e delle sue ancelle,
tutto era per me, il loro amore, ma di più la loro vita, i
loro beni, il loro potere era per me! Tutto sarebbe stato mio! Ma gli
dei non un solo giorno hanno voluto io governassi, non un solo giorno
mi hanno concesso lo scettro. Ho aspettato quando bisognava aspettare,
ho mentito quando bisognava mentire, mi sono piegato quando bisognava
piegarsi, ho tramato quando bisognava tramare, ho ucciso quando
bisognava uccidere, ma a nulla è valso, che se gli dei non
ti sono amici, se ti scherniscono o peggio traggono diletto dalle tue
pene, nulla vale e nulla è valso. Non un solo giorno ho
regnato, neppure per un giorno si è compiuto il destino che
era mio.
Ricordo Itaca petrosa, mentre correvo tra gli sguardi delle capre e dei
servi, tutta cantava delle gesta lontane del padre. Ricordo lo sguardo
acuto della madre, dal palazzo, che osservava l’orizzonte.
Non sapevo lo sguardo di Odisseo ma lo sapevo tagliente coma la sua
astuzia e io gli ero figlio, quella gloria lontana era anche mia, mi
ammantava come ricopre gli eroi. Io ancor bimbo, mentre correvo tra i
sassi ero a Troia lontana, eroe guerriero anche io tra gli achei feroci.
Ricordo Itaca tutta piegarsi al mio passo, ricordo il rispetto e gli
onori che ogni angolo di quell’isola, ogni essere di quel
mondo riservava al giovane Telemaco figlio dell’astuto
Ulisse. Ricordo gli amici ammirare ogni mio gesto, ogni mio sguardo, li
ricordo attendere ogni mia parola.
Ma il tempo lento passava e il padre mio non tornava, tornavano le
gesta, le storie, le imprese, le astuzie. Ma il padre mio no! Non
tornava. Penelope invano interrogava gli dei, le onde, i marinai
attraccati nel porto. Ogni straniero era degno ospite nella casa di
Ulisse, ogni straniero portava la voce degli eroi achei, delle loro
battaglie e narrava dei tesori con cui, colme le navi, erano tornati in
patria i principi.
Ma il padre mio no! Non tornava. E con lui non arrivavano gli ori e
Itaca rimaneva un regno di pietre e di capre, gli eroi non tornavano e
la popolavano solo i pastori.
Nei miei compagni si insinuò il veleno del dubbio e sulle
loro labbra affiorò lenta e inesorabile la maldicenza.
«Il prode Ulisse, l’astuto Ulisse non torna.
È troppo astuto per tornare in questo mucchio di sassi.
Avrà trovato un altro regno su cui regnare»
dicevano «e una altra regina con cui giacere»
proseguivano «e altri figli da crescere»
concludevano tra le risate. Altri preferivano ricordarmi che non si
sfida Nettuno e che Ulisse era ormai nelle bocche dei pesci. Mi
scagliavo contro di loro senza evitarne uno, contro di loro a petto
aperto il mio esile torace di giovanetto si lanciava non temendo gli
urti e le ferite e la morte. Presto mi sopraffecero, che
l’onore di uno nulla può contro la bassa
prepotenza dei tanti. Diventai oggetto di burla, ogni giorno
offendevano il loro futuro Re e re quale ero dovevo punirli, era il mio
dovere! Ma lacero ogni giorno tornavo alla madre.
Penelope paziente, tanto aveva aspettato, tanto ancora poteva
aspettare, non per così poco avrebbe perso
l’erede. La ricordo mentre le ancelle lavavano le ferite e mi
coprivano di unguenti. La ricordo quando mi spiegò che
dovevo flettermi, che la fortuna è alterna e il momento
sarebbe giunto per far pagare quell’onta, per restituire
l’offesa. Per questo dovevo tacere, non temere le offese, non
temere la fama di vigliacco con cui mi avrebbero ricoperto.
Perché avevo un regno a cui pensare, non potevo spezzare la
mia vita e lasciare Itaca senza erede al trono, non potevo lasciare
Ulisse senza un degno figlio, non potevo lasciare che Penelope venisse
ripudiata per cercare nuova prole in un grembo più giovane.
Non potevo!
«Ma quanto è astuto questo tuo padre! È
entrato a Troia ma non trova la porta di casa!» ed ancora
«Ma come? Non sa che c’è un figlio che
lo aspetta? Forse sa che non è suo figlio» e le
risate mi riempivano le orecchie.
Mi rintanai nel palazzo tra le gesta degli eroi cantati da Omero, il
mio corpo cresceva tra le ancelle e tra loro traevo i primi piaceri.
Fuori mi chiamavano femmina e la loro voce mi giungeva nelle alte
finestre: «Achille che fai vestito da donna? Sono Odisseo,
l’Atride Agamennone ti aspetta per sconfiggere
Troia». Le finestre non erano abbastanza alte per quelle
infamie, ma io dovevo tacere.
Poi vennero in casa i fratelli maggiori, sedevano al tavolo di Ulisse
mio padre, bevevano al suo boccale, mangiavano le sue bestie, i loro
servi nell’atrio. Quando udivano il passo della regina
ricordavano di essere di nobile stirpe, stirpe di pecorai! Figli di
capre! Che vantavano avi fasulli. Allora diventavano gentili,
misuravano i gesti e con grazia le rivolgevano liete parole. Ma quando
– la madre nel gineceo – muovevano i passi nelle
stanze, allora ogni occasione era buona per scostarmi, per provocarmi.
«Spostati ragazzo fai largo agli uomini» ed ancora
«taci fanciullo, dobbiamo discutere di cose
importanti» oppure «torna tra le ancelle, sapranno
ascoltarti» e poi «se vuoi sederti con noi devi
essere uomo, cedi il passo, figlio di nessuno» ogni giorno,
ogni ora mi inseguivano le risa, io figlio di Re! Re io stesso: tacevo!
Presero d’assedio la casa, presero d’assedio il
cuore di Penelope silente. Con passo lieve la madre muoveva i suoi
piedi tra le insidie dei proci, poche le parole per tenerli scostati
che era moglie dell’astuto Ulisse e nessuno doveva
dimenticarlo. Ma il tempo passava e nessuno di loro ricordava
più Ulisse, alcuni dicevano non fosse mai esistito, altri
sostenevano che Penelope lo avesse ucciso come Clitennestra fece di
Agamennone per continuare a governare sola quelle terre,
quell’isola. Al porto gli stranieri venivano cacciati
perché non andassero al palazzo a raccontare la guerra di
Ilio, altri venivano pagati per portare luttuose notizie. Dalle sue
stanze la madre mia non poteva più nulla. E ad Itaca non si
fermò più nave, non come quando ero fanciullo,
quando ogni legno attraccava per godere
dell’ospitalità della paziente e generosa
Penelope, che ogni marinaio sapeva che solo raccontare una voce del
marito glorioso le avrebbe allargato il cuore, avrebbe spalancato loro
le porte del palazzo.
Non arrivavano più le storie di Odisseo, non arrivavano
più le gesta, le imprese e mio padre no! Lui non era mai
arrivato.
Crebbe la boria dei proci, l’arroganza, la presunzione.
Penelope nella sua stanza doveva uscire, parlare, scegliere. Non
più un giorno volevano aspettare che io il giovane virgulto
non potevo diventare adulto prima che lei scegliesse lo sposo.
Li convinse ancora una volta la nobile madre, li fece tacere con la sua
bellezza di moglie e madre, li fece tacere coi suoi occhi profondi.
Ancora il tempo di tessere una tela, una trama, l’ultima,
prima di cedere al loro volere, di cedere ad un destino errato.
Nell’ombra della sua stanza, al riparo dalle orecchie delle
ancelle puttane, mi chiamò allora. «Vai Telemaco,
non puoi più aspettare. Ogni giorno è
un’ offesa, ogni giorno è una sfida. Vigliacchi ti
vogliono morto. Vogliono che un ragazzo sfidi un uomo per spezzarti la
vita, per togliere un gradino al trono, per sedersi più
facilmente sullo scranno. Vogliono piegarmi, senza te dovrò
certo sposarmi, che lo sposo non è ancora arrivato e non
l’ho ancora scorto all’orizzonte e i miei occhi,
caro figlio, non vedono più l’orizzonte. Vai
Telemaco, sfida la sorte malevola, sfida il mare, ora sii
l’eroe che sei. Questo è il momento! Compi il
nostro destino. Vai nel regno di Nestore, parla all’amico,
trova un Ulisse guerriero inventa una storia che giustifichi l'assenza
dei compagni, chiedi uomini in armi, pagali con questi denari, prometti
loro altre ricchezze, prometti a Nestore gratitudine e favori e
generose offerte, falli sbarcare in silenzio tra gli scogli di Itaca e
portali al palazzo, qui radunerò i servi fedeli, qui lo
riconoscerò agli occhi di tutti, di fronte ad Ulisse
Antínoo e i suoi fantocci dovranno lasciare la casa e la
sposa, e le armi dissolveranno ogni loro dubbio, ogni loro sospetto,
non fallire Telemaco.»
Vidi tra le labbra di Penelope sapiente la trama del mio destino
ricomporsi, vidi la ferrea volontà della madre, vidi il
sangue dei miei rivali e la strage dei miei aguzzini. Ma la salda madre
mi fermo il cuore. «Niente stragi, niente vendette non si
governa una terra bagnata di sangue, la tua vendetta sarà
silente, mi disse. Ognuno pagherà, ma solo noi lo sapremo.
Cadranno uno ad uno, solo dopo pagheranno per quel che hanno fatto,
stanne certo.»
«Oh Madre! Madre cara quanto ancora fermerai il mio braccio,
quanto ancora mi impedirai di essere uomo, quando potrò
uccidere coloro che mi hanno offeso?» Questo pensavo nella
notte sul mare prima di scorgere il regno di Nestore. E nel sogno la
mia spada lacerava le carni, spezzava le schiene e il sangue imbrattava
il mio viso. L’odore della strage inebriava la mia vendetta,
l’odore del sangue inebriava la mia mente più del
vino. Questo sognavo nella notte che mi portò nel regno di
Nestore.
«Oh Padre! Padre perché non torni nel tuo
regno.» Questo bramavo nella notte che mi portò
nel regno di Nestore.
Nestore mi trattò come un figlio e finalmente ebbi quello
che meritavo, quello che era mio. Ricevetti servi e unguenti e onori e
tutti gli agi propri del mio rango, ma io sapevo che quello non era
mio. Non erano i miei agi, non erano i miei servi, mi compiacqui molto
dell’ospitalità di Nestore, gliene fui grato come
si può essere grati ad un padre, ma non era il mio regno,
non erano i miei servi, non era la mia casa. Raccontai al mio buon
ospite, al mio saggio ospite gli insulti dei proci, le offese alla
madre, le offese alla casa, le offese a Ulisse. Mi ascoltò
con il pianto nel cuore, mi ascoltò soffrendo per le offese
che doveva subire il regno del suo astuto amico. Comprese
l’onta, il dolore e la sofferenza. Raccontai tutto, quando le
stanze vuote diventarono, allora gli portai il messaggio di Penelope,
il buon Nestore mi chiese di poter riflettere un giorno e una notte.
Tra gli agi del palazzo di Nestore, io non sapevo aspettare, Nestore
parlò coi suoi consiglieri, che era un Re saggio e il giorno
innanzi mi chiamo a sé.
— Caro figlio — mi disse — soffro per le
tue sofferenze, piango per i dolori che Penelope sopporta, vorrei
uccidere di mia mano tutti coloro che vi oltraggiano ma un Re deve
regnare, un Re ha nel suo palmo la vita dei suoi sudditi, caro
Telemaco, carissimo figlio, non posso mandarti degli uomini in armi,
non posso darti quello che chiedi, quello che chiede tua madre
Penelope. Non posso darti soldati, non posso provocare una guerra, non
voglio che al sangue si mischi altro sangue. Se Ulisse non torna
è giusto che tua madre prenda uno sposo, già
troppo Itaca ha aspettato e figliolo, con il dolore nel cuore, oramai
dobbiamo ammettere che Ulisse non è tornato. La legge deve
seguire il suo corso per quanto doloroso, Penelope deve avere uno
sposo, tu mi chiedi di ingannare quei giovani arroganti e presuntuosi e
io lo farei, ma non posso ingannare la legge, non posso ingannare la
giustizia, non voglio.
Ma tra breve sarai uomo e per l’amicizia che provo per tuo
padre e per tua madre e per te – che sei come un figlio
– io posso fare qualcosa. Non ti manderò uomini in
armi, ma troveremo l'Ulisse che cerchi, perché regga il
regno fino a che tu non diventi adulto, sono poche oramai le stagioni
che ti separano dall’essere uomo dovremo solo aspettare
quelle stagioni. Ma non ci sarà il mio nome, non ci saranno
i miei uomini, non ci saranno prove che io ho tramato con voi, seppure
per una giusta causa. L’ira e la collera dei Proci e delle
loro famiglie non dovrà mai ricadere sul mio popolo, in
nessun modo.
Nella mia casa c’è un ospite, un mercenario, non
so quante guerre ha vinto, non so quante guerre ha perso, è
nobile d’animo e forte di braccio, la sua spada nei tornei
non ha mai perso, lui sarà il tuo Ulisse, portalo con te,
tua madre lo riconoscerà ma niente armi. Se i Proci
accetteranno questo Ulisse tutto sarà salvo senza colpo
ferire, reggerà il tuo regno e dovrai esser sazio. Io gli
darò ori e gioielli, che un re che torna da una
così gloriosa battaglia non può avere vuote le
mani, questo basterà a farlo riconoscere come
l’eroe della guerra di Troia che tutti noi conosciamo.
— E se lo uccideranno? – dissi al buon Re
— Allora verrai a chiedere vendetta e i miei uomini potranno
entrare in Itaca per portare giustizia, per vendicare
l’amico, io stesso porterò giustizia nella vostra,
nostra cara isola. E avrai quello che cerchi.
Nestore era un Re, un vero Re. Forse non sarei mai stato al suo pari,
degno della sua amicizia e del suo affetto. Forse neppure mio padre era
Re quanto Nestore, mio padre che per avventura aveva lasciato solo un
regno, sola una regina ed un principe.
E così tornai ad Itaca con quell’uomo, quel
mercenario, era un uomo astuto, intelligente, ma c’era
qualcosa che mi colpì più ancora della sua
astuzia: aveva una luce negli occhi; era come un desiderio di vendetta,
ma non nei confronti degli uomini, non nei confronti dei proci. Non
sapevo interpretare quegli occhi ma in loro vi era come un desiderio di
vendetta. Quell'uomo partì per questa impresa con una forza
che io stesso non avevo, mi feci condurre da lui; aveva in mente chiaro
il piano che avrebbe cacciato i Proci da Itaca, mi feci condurre per
mano perché mi fidai subito di lui, mi fidai della sua luce
e capì che il suo desiderio di vendetta era più
forte del mio. Non era nei confronti dei Proci, non era desiderio di
riscatto delle ingiurie che gli avevano fatto sopportare, no! Era
qualcosa di più alto, era qualcosa di più grande,
forse era con gli dei che si doveva riscattare, forse con la sua stessa
vita; mi feci condurre per mano, aveva le idee chiare, era astuto. Mi
domandai come mai un uomo così era finito in un angolo della
casa di Nestore come mercenario, a mettere il suo braccio al soldo di
un Re non suo. Non seppi rispondere e non mi feci più questa
domanda. A Itaca non si presentò come Ulisse, si presento
come un servo, come un povero, come uno straccione entro nella reggia e
piano piano osservò, scrutò, misurò,
io ero impaziente non lo capivo più, ma aveva un modo di
farmi tacere che tacqui, aspettavo. Ancora dovevo aspettare, sempre
aspettare, il mio destino: aspettare. Aspettare Ulisse, aspettare
Penelope e adesso aspettare anche questo sconosciuto. Aspettare. Strano
uomo davvero mi dicevo, doveva presentarsi come Ulisse per scacciare
tutti ed entrò come un servo, come un povero, non doveva
metter mano alle armi e invece …
E invece un giorno convinti alcuni servi e io che di nulla dovevo
essere convinto, ed io che già ero pronto, col favore di
Penelope titubante, organizzò una sfida, un inganno.
Come un lucido pazzo assetato di strage si muoveva silente nell'ombra.
Disse esser lui il vero Ulisse, il mio vero padre. La madre rabbiosa
taceva. Ecco cosa era quella luce - pensai - la follia di un folle che
non distingue il vero dal falso.
Non doveva metter mano alle armi e invece …
… e invece meditava la strage, quella luce negli occhi
l’avevo vista bene, anche lui aveva il mio stesso desiderio,
non contro i Proci, forse contro gli dei, forse contro la sua stessa
vita, non lo so ma aveva una luce, voleva la strage, voleva la
vendetta, voleva il riscatto di una vita altrimenti lasciata a se
stessa e io grazie a lui, alla sua mano ebbi finalmente quel che
desideravo. Una notte che ricorderò sempre, una notte di
sangue, una notte di urli, una notte di strepiti, una notte di membra
spezzate, il terrore negli occhi dei Proci, mentre le lame si
conficcavano nella gola, lo vedo sempre di fronte a me, fu il momento
più bello della mia vita, per altro così povera
di soddisfazioni, il momento più alto a fianco di uno pseudo
Ulisse, fui veramente il suo vero figlio, il suo vero erede, al fianco
di lui uccisi, combattei e tutto il megaron fu sparso di sangue.
L’odore del sangue fino in fondo alle narici entrava, fino
alla testa e non capivo più niente, l’ebbrezza e
la furia si mescolavano alla gioia, ma Penelope no! Lei nelle sue
stanze temeva quel che stava accadendo. Penelope di fronte a quello
strazio, di fronte a quell’uomo arretrava, non lo riconosceva
come Ulisse, lei! Lei che mi aveva ordinato di farlo, di chiamare
questo falso Ulisse ora non lo riconosceva? Temeva la sua follia.
Penelope non voleva il sangue ed invece ora pieno di sangue era il
palazzo, non sarebbero bastati gli anni per lavare tutto quello spreco
di vita, per lavare tutta quella tragedia, forse questo pensava
Penelope di fronte allo pseudo Ulisse. Chissà cosa pensava
Penelope, non capivo più Penelope, non capivo più
la madre.
Poi tutto fu chiaro: la verità era folle non quell' uomo.
Quell’uomo era Ulisse, quell’uomo era mio padre:
l’ingannatore. Ulisse l’astuto non aveva neppure
per un attimo esitato nell'ingannare suo figlio; fianco a fianco dello
pseudo Ulisse tramato da Penelope io avevo combattuto ed ero stato il
vero figlio di Ulisse, affianco al mio vero padre. Ma non lo sapevo e
nella mia giovane mente i capovolgimenti di visione, quelle alternanze
di verità e falsità, di coraggio e vigliaccheria,
diventavano sempre più incomprensibili. Non nego il dolore e
la delusione di fronte a quel padre che non aveva dubitato un momento a
mentirmi, di fronte a quel padre che si era rifugiato in un angolo
oscuro della casa dell’amico e che aveva esitato nel tornare
da me, nel tornare dalla madre, dalla moglie, dal palazzo, noi
soffrivamo, soffrivamo le torture del fato capriccioso e lui dormiva e
lui taceva, non capivo più, forse non avevo mai capito di
chi ero figlio, chi era mio padre, chi era mia madre. Li guardavo come
si guardano due enigmi che si fronteggiano e di cui io ero sicuramente
la vittima, chi non svela l’enigma, chi non è
solutore soccombe, come con la Sfinge e io compresi che il mio destino
non era quello di Re, ma era quello di soccombere dentro le trame di
mia madre e di mio padre, che non avrebbero esitato un solo momento ad
ingannarmi per i loro scopi, per i loro obiettivi; capii di non avere
un padre e di non avere una madre, che io figlio di Ulisse e di
Penelope ero figlio di nessuno e mi manco il fiato, mi manco, il
terreno sotto i piedi. Quello che avevo sempre desiderato lo avevo
ottenuto, avevo il padre, avevo avuto la vendetta, avevo avuto la
strage, eppure capì che avevo perso tutto. Tutto. Dalla
vittoria, dalla soddisfazione più acuta e profonda, quella
che si insinua nelle asperità della propria mente, dentro
alla profondità del proprio cuore,
nell’oscurità delle proprie viscere, ecco da
quella vittoria immane, immensa, incommensurabile e indicibile ero
caduto in un altra altrettanto immensa indicibile e profonda sconfitta!
Di più! Inesorabile e definitiva sconfitta. Avevo perso
tutto nel momento in cui l’avevo riconquistato, per un attimo
capì quella luce. Allora capii Ulisse, allora capii contro
chi si doveva scagliare la mia vendetta, contro chi dovevo combattere,
non erano i Proci – quattro pecorai ambiziosi
– no! Non erano loro, era il fato, erano gli dei,
che si burlavano di me come si erano burlati di mio padre, dei Proci e
di tutti coloro che incontravano. Deve essere proprio una vita noiosa
quella degli dei, che non hanno null’altro da fare che
tormentare le nostre esili vite, prendendosi gioco delle nostre
ambizioni, dei nostri sogni, delle nostre speranze.
E così con questi pensieri nel cuore mi ritrovai principe,
al fianco del padre e della madre, del Re e della Regina; in quell'
Itaca ritrovata nessuno mi derideva più, nessuno mi
oltraggiava. Le ancelle, anche le più puttane, mi erano
tornate fedeli, anzi più fedeli e più puttane,
che tutte ora vedevano il guerriero non il fanciullo, vedevano
l’eroe che aveva sgozzato i pretendenti della madre a fianco
del prode padre. Ma le impiccammo lo stesso. Tutto era tornato al suo
posto, ma io non riuscivo a camminare, non riuscivo a guardare il
cielo, il mare, i sassi e le capre; tutto sembrava tornato normale,
tutto era permeato di una quiete una calma irreale, tutti erano felici
tutti gioivano e anche i familiari degli squartati si erano dati pace
che Ulisse aveva ripreso ciò che era suo, aveva lavato
l’oltraggio come si addice ad un Re, ed era Ulisse chi mai
avrebbe potuto opporgli parola, opporre parole all'eroe, al guerriero.
Ma io in quei giorni camminavo per quell’isola che non
sentivo più mia e ogni tanto mi sentivo le gambe cedere come
se il terreno mi venisse a mancare sotto i piedi, come se la spina
dorsale – che mi doveva reggere – cedesse, come se
l’esistenza stessa cedesse sotto i miei passi, una paura
panica mi prendeva la gola e nulla poteva il vino, nulla le ancelle. Io
non capivo, non capivo più, questa volta non sapevo contro
chi scagliarmi e mia madre non sapeva contro chi fermarmi. Mi accorsi
che in quello stato di gioia e di festa perenne dopo il ritorno di
Ulisse qualcun altro era inquieto come me, forse non gli cedeva il
passo, non gli crollava il terreno sotto i piedi, ma io ancora una
volta avevo visto nei suoi occhi, questa volta non era una luce, questa
volta era un’ansia una inquietudine diversa, Ulisse non era
più nessuno era tornato Ulisse ed era a casa sua, sul suo
trono, ma i suoi occhi non erano qui con noi, i suoi occhi non erano
con la sua Regina, non erano con il suo principe ed anche gli occhi di
Penelope erano inquieti; certo gioiva dello sposo ritrovato, certo ma
nel suo sguardo, nei suoi occhi non c’era la
felicità di una sposa che trova – ritrova
– marito, per lei non era così! Lo si leggeva nei
suoi occhi, iniziai a pensare che non fosse contenta del ritorno di
Ulisse, del vero Ulisse. No, forse non era contenta, per un attimo
allora compresi cos’è che legava veramente mio
padre a me e a mia madre, non era l’astuzia, non era la
capacità di tramare – che sì forse loro
avevano e io certo molto meno, forse in virtù della mia
giovane età – quel qualcosa era
l’inquietudine, non eravamo mai sazi, anche
l’obbiettivo più irraggiungibile una volta
raggiunto per noi era stato troppo poco, ecco cosa ci accomunava:
eravamo insaziabili. Avevamo una fame, un vuoto, che non si colmava,
non bastava una vittoria, non ne bastavano due, non ne bastavano tre,
non bastava entrare nel mito affianco agli dei, no! Forse non ci
saremmo accontentati neppure di diventare dei noi stessi. Avremmo
sempre maledetto la nostra condizione e la nostra vita alla ricerca di
un’altra condizione e di un’altra vita. E
così che quando mio padre inizio a parlare di
un’altra impresa, più grande e più
vasta, quando inizio a raccontare del suo desiderio di varcare le
colonne d‘Ercole per trovare nuovi territori e nuove isole e
nuova ricchezza non mi meravigliai, no! Non mi meravigliai affatto! Non
mi meravigliai neppure del sollievo che animo l’angolo
più invisibile degli occhi di Penelope, quello che io
conoscevo così bene. Era contenta che questo marito partisse
di nuovo. Ma non io! Io non potevo, io dovevo rimanere, che gli ero
figlio e lei aveva bisogno di un figlio. Lì rimanere questo
il mio destino, ad attendere ancora, attendere che Ulisse tornasse,
attendere. Fu allora che definitivamente capii che Itaca non sarebbe
mai stata mia, che mia madre non me lo avrebbe mai concesso, dietro di
me ci sarebbe sempre stata lei, neppure la morte mi avrebbe tolto il
suo peso, d’altronde a me Itaca oramai era del tutto
indifferente. Itaca non era di Ulisse e non sarebbe mai stata mia
perché era di Penelope, lei l’aveva governata da
sempre! Aveva governato Ulisse, Telemaco, i Proci. Fu allora che in una
notte più notte della altre notti, più ebbra
della altre ebbrezze, che partì straniero a me stesso,
spoglio di ogni nome e di ogni ricchezza; fu allora che
partì, dissi a me stesso che andavo a cercare mio padre, lo
dissi anche alle serve perché lo riferissero a Penelope. Ma
io mio padre l’avevo già trovato,
l‘avevo già trovato una volta e avevo ottenuto
quel che volevo e l’avevo già ritrovato quando mi
ero perso come lui alla ricerca dell’impossibile.
Partì di nascosto, mi aveva insegnato così bene
Penelope a nascondermi e tacere che mi fu assolutamente facile. Iniziai
a vagare per le corti a chiedere qualcosa raccontando delle storie.
Delle storie, dei miti e tra tutti quello di Ulisse che disse al
ciclope che il suo nome era nessuno.
Non ho mai raccontato questa storia, perché i greci non
vogliono sentire storie come queste, si raccontano gli eroi, gli dei,
le guerre tutt’alpiù le ansie e le pochezze degli
eroi ma gli uomini e le loro brame sono volgari per
l’orecchio d’un greco.
A volte tra i barboni che frequentavano le stesse mie peregrinazioni mi
è parso di rivedere Ulisse, a volte tra i mercenari, a volte
tra gli aedi rivali, a volte in sogno ma non ho mai più
rivisto mio padre, forse lui non ha mai visto me. Di nessuno invece ne
ho visti tanti.
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