Daniele Leone

LEGGIO

 

 

 

 

La prima volta

 

Il quartiere 9

La prima volta che ho pensato a questo leggio, molto tempo fa, nell'ottantotto o forse nell'ottantanove, svolgevo servizio civile presso il comune di Modena al coordinamento obiettori di coscienza presso la "Casa di via Rotonda", l'edificio dov'è ancora dislocato quel che rimane dei "centri giovani". I primi mesi di servizio li avevo passati alla biblioteca del quartiere nove, a San Quirico, poi il coordinatore degli obiettori del comune di Modena si è congedato e io l'ho sostituito.

Ho passato sei o sette mesi alla biblioteca di quartiere: di biblioteca aveva ben poco, una stanza con dei libri intorno dove i ragazzi venivano a far casino, a giocare, fumare e imboscarsi nei bagni. Il bibliotecario non aveva ancora ben intuito il senso e l'utilità dell'archiviazione in ordine alfabetico, per cui le schede dei tesserati per i prestiti o le chiedevi a lui, o le controllavi tutte, oppure ci facevi la mano, tanto quelli che prendevano libri erano ben pochi; gli altri si erano tesserati solo per poter accedere alla sala di lettura e all'annesso Centro Giovani.

Su quella stanza l'etichetta in plexiglas questo recava impresso: Centro Giovani.

Dentro c'era un tavolo, delle sedie, uno stereo, finché non se lo sono fregato, e un televisore sintonizzato su una vasta gamma di disturbi e fruscii. Per quanto riguarda il servizio prestiti i più si erano arenati dopo il terzo o quarto libro di cui uno era di fumetti ed uno, immancabilmente, era "Il monte di Venere" di Anais Nin.

Ragazzi di periferia a cui le possibilità sono state tolte dall'inizio, scientemente non li si è messi in grado né di intendere, né di volere, per il resto erano ragazzi come gli altri, solo davano risposte alle loro giornate come potevano, ridendo, scherzando e facendo casino.


"La Rotonda"

Alla "Rotonda" quel che c'era da fare era garantire quel minimo di credibilità che almeno il coordinamento doveva mantenere .

Non che abbia fatto chissà che, potevo fare meglio, potevo adoperarmi per quello di cui c'era veramente bisogno: adoperarmi per affermare un ruolo plausibile per l'obiettore all'interno dell'amministrazione pubblica, anzi, dell'obiettore in genere, per uscire dalla logica che vuole l'obiettore di coscienza cattolico, impegnato e quasi martire o, altrimenti, imboscato in qualche ufficio comunale o in qualche ente locale. Ma non avevo capito che quel che mancava era un modello, un pensiero che definisse l'obiettore come cittadino che presta servizio civile al proprio Stato, senza per questo dare segni di sicura santità, un pensiero che fosse in grado di organizzare questo servizio e sapesse identificarne i possibili ruoli. Io non sono mai stato un militante, avevo coniugato solo la mia naturale diffidenza per la gerarchia militare con quella per la gerarchia ecclesiastica e, senza rendermene conto, ero già in servizio presso il Comune: niente ostacoli o difficoltà, solo sei mesi in più.

Mi ero semplicemente adagiato sul compromesso vigente a quei tempi presso quell'amministrazione. In cambio di un ufficio gestito dagli obiettori di coscienza, come coordinamento e centro per la pace, si rifornivano gli uffici comunali di impiegati a basso costo e andava bene a tutti, perché non a me? Forse all'inizio era un compromesso in attesa di tempi migliori, ma oramai nessuno lavorava per tempi migliori, si aspettava con una certa indolenza il congedo; per carità, le manifestazioni pubbliche non venivano trascurate, in questo il coordinamento era molto attivo. Quel che ancora ricordo e mi dà fastidio è l'insolenza con cui alcuni obiettori cattolici ti rinfacciavano, più o meno palesemente, il loro "impegno".


La lettura

Comunque me ne stavo lì nel mio ufficio, quando non c'era nulla da fare, a pensare, progettare cose che mi passavano per la testa e a leggere. Durante il mio servizio al quartiere nove, per la prima volta nella mia vita ho letto. Non in senso assoluto, ovviamente, ma nel senso che ho assaporato veramente il piacere fisico di leggere un libro, al mattino, quando la biblioteca era quasi vuota e gli impiegati non venivano a rompere le balle con l'ultima barzelletta o i pettegolezzi sui colleghi ...

Una finestra sul parco, con dietro le file di case a schiera, l'altra sulla via Emilia e, in fondo a destra, la chiesa, orribile anche per il più fedele e cieco cattolico. Questa finestra la preferivo le sere d'inverno quando calava il buio e le luci della strada entravano dentro: un paesaggio degradato come l'ambiente sociale, un posto da cui, se ci sei nato, è difficile uscire. Quelle case, quella strada, quella chiesa sono pensieri su cui si modella l'architettura intellettuale di chi vi cresce, terminare gli studi per quei ragazzi era accettare di essere come quel posto, e quel posto era il loro. Eppure era bello, dietro quei vetri, guardare quel luogo. Ero sospeso in un ruolo minimo che mi concedeva il tempo di riflettere su tutto e niente senza l'obbligo di una qualsiasi conclusione. Leggevo, guardavo fuori, mi fermavo e mi annoiavo, sì, mi annoiavo, al massimo di questo quieto piacere mi coglieva la noia e l'impazienza, volevo leggere di più, volevo fare anche di più, avrei voluto anche trarre delle conclusioni, insomma, qualche cosa:

quel qualche cosa era il mio essere lì.

I libri erano anche l'oggetto che avevo tra le mie mani, gli oggetti che coprivano le pareti: si era creata una identificazione tra me e quella stanza. E quel paese, fuori dalla finestra, nella sua dignitosa banalità, mi affascinava tanto quanto la mia parvenza di ruolo.

Mi sono portato alla Rotonda questo piacere: non far nulla con dei libri in mano insieme al rimpianto di non essere più al Quartiere nove e alla contentezza di non essere più un cane da guardia, anche se ormai ero diventato un amico per i ragazzi che frequentavano il centro, ma pur sempre dall'altra parte a doverli sorvegliare.

Alla "Rotonda" era tutto più falso, anche i libri alle pareti tutti sulla pace, tutti all'insegna del "vogliamoci bene".

Stavo lì e, con un libro in mano, guardando fuori ho pensato per la prima volta al leggio.

 

Per gioco

 

La matita magica

Volevo costruire qualcosa che servisse a sorreggere quel libro che avevo in mano e che, nello stesso tempo, smontato e chiuso fosse lui stesso un libro. Non ci ho pensato quella volta, ma come narrare meglio quella mia condizione ... , piuttosto che un racconto, piuttosto che un testo un pretesto: una condizione preliminare.

E come si coniugava bene con il mio piacere per i giochi inventare un oggetto che chiuso fosse contenuto in un libro, e così mi sono messo a disegnare, a pensare agli incastri, alle connessioni, a come montarlo e smontarlo, alla sua reversibilità e ad immaginare quale funzione potesse avere e quale editore potesse essere interessato ad un libro di legno, senza parole. All'inizio l'ho pensato come una trovata che forse qualche casa editrice poteva accettare, magari come regalo per i clienti.

Questo leggio lo pensavo come un meccano di legno, delle stecche di legno tutte uguali o molto simili da raccordare, montare, non sapevo bene come, l'importante era che i suoi pezzi fossero molto semplici, facili da fare e da fabbricare, facili da montare e smontare, di legno, e che fosse possibile contenerli, smontati, dentro un involucro a forma di libro.





Mi piace l'idea di aver pensato anche a chi lo pubblicherà e mi piace ancor più l'idea che questo si possa avverare, magari per culo e non per strategia, l'idea che una cosa ti esca dalla testa e si realizzi mi piace, mi piace crederci, mi piace credermi. Mi fa pensare a Talete stufo di essere denigrato per la sua scarsa concretezza che decide di diventare ricco e pensarlo è già esserlo, la pietra filosofale, abracadabra, meglio ancora: la matita magica! Se leggete queste pagine su un Adelphi ci potete credere anche voi, se no rimando la dimostrazione ad altra occasione. Non che mi senta investito di chissà quale ruolo, no, è che inevitabilmente l'unico ruolo che mi interessa è il mio o meglio quel che vorrei rivestire.

In realtà ho scelto l'Adelphi non perché poteva essere interessata a una cosa del genere anzi, a ben vedere, forse era la meno adatta, la sua linea editoriale mi sembra ben scevra da questo genere di cose. Per come l'avevo pensato era più un oggetto da negozio di design, andava abbastanza di moda allora mescolare i ruoli tradizionali degli oggetti per inventare "sfizi" per una stagione, ma io avevo scelto l'Adelphi, perché alla biblioteca di quartiere il libro che avevo in mano era anche un oggetto. Quei piccoli Adelphi erano la cosa che più si addiceva alle mie pause. Sì, anche l'aspetto fisico, la carta, i caratteri.


Fo da me

Scegliere anche questo. Per questo ho deciso di produrre poche copie in tutto simili all'eventuale originale, simulare il prodotto finale, inserirmi nella collana degli adelphini senza chiedere niente a nessuno, presentarlo così all'editore già pubblicato: un buon programma di Desktop Publishing, il mio computerino, la stampante a getto d'inchiostro e mi edito da me. Ignorare il caso, gli agenti esterni, tutto quello che potrebbe e non potrebbe essere e puntare al risultato e, se accade, dimostri l'esattezza di tutto ciò, anche se è falso. Quando si gioca a carte e si chiama la carta che ti serve e fingi sicurezza con l'avversario, se esce è vero l'hai chiamata tu.

 

Per inventare un lavoro

 

Finisce il servizio civile

Finisce il servizio civile, l'Accademia era già finita, ero ancora una volta fuori da qualsiasi prospettiva di crescita, fuori da una qualsiasi struttura che mi legittimasse, che offrisse un senso alla mia vita semplicemente perché ne ero collocato all'interno: ora toccava a me. Dovevo pensare cosa volevo essere e dovevo pensare e costruire una struttura intellettuale prima, organizzativa poi, economica alfine.

La mancanza di prospettive avanzava, ha condizionato la vita mia e quella di altri come me modelli inadeguati e io impreparato: facile cadere storditi, temporeggiare, eludere.

Tutto questo, ovviamente, perché ciò che si offriva ai miei occhi risultava inadeguato:

-la morale cattolica, con i suoi modelli mi appare, ormai da troppo tempo, stanca, inadeguata a contenere le mie domande e la mia vita, non posso non sentire la forte carica reazionaria e l'ottusa tenacità nel non ammettere ed accettare questo secolo: tutto ciò è ipocrisia e moralismo;

-la sinistra e la sua retorica, voler ad ogni costo continuare ad utilizzare categorie di pensiero nate per un mondo che non è già più; l'essere sempre arretrati, un passo indietro, perdenti e melanconici, compiaciuti di ciò perché è una condizione dell'intellettuale e sempre pronti ad addebitare la colpa all'altro, alla destra, alla chiesa, all'America, al consumismo, senza mai sospettare di essere ipocriti;

-il desiderio di ordine, di una morale che dissipi le nebbie, quando è teorico brilla nella sua astratta bellezza, quando si applica anche ad una piccola porzione di mondo è un mostro disastroso.

"Libera nos Domine". Allora è meglio il consumo, entrare in questi templi dove si attua il rito sacro e profano dell'acquisto, dove ognuno scaccia il nulla che avanza riempiendo la propria vita, le proprie speranze di oggetti che occultano la propria vacuità, oggetti che non finiranno mai e che nel loro alternarsi garantiscono una "fede concreta", promettono salvezza ora e per tutti. Tutti possono genuflettersi, l'unica condizione è il denaro, ma non importa quale e come l'hai ottenuto, questo permette a chiunque, in potenza, di accedere al rito. Soprattutto i poveri di spirito, altrimenti senza cultura, senza soldi, senza possibilità di salvezza, sia che lavorino o rubino, possono accedere a questa fonte e crederci.


"Giovane" negli anni ottanta

Questa la condizione di spaesamento e di possibilità, di nulla e di tutto. Disoccupato, ma non privo di mezzi, il "giovane" ha risorse che facilmente gli farebbero trovare un lavoro, ma lui ha aspettative diverse per la sua vita, vuole di più, senza sapere, senza costruire questo di più. Naviga così nella completa insoddisfazione, aggregandosi in gruppi di consimili che solidali tirano a far notte.

Doppiamente oppresso. Non dico che fosse giusto aiutare la generazione a cui appartengo, è bene opprimere i propri rivali, ma in modo così diffuso, organizzato, subdolo e incosciente non me lo aspettavo: un'Italia statica, ferma, fissa. Qualcuno credeva forse che veder confermato il proprio pensiero, la propria vita dalle generazioni successive fosse sintomo dell'esattezza delle proprie tesi. Ben lungi dal pensare la storia come un processo evolutivo, questi uomini non si sono accorti neppure di stare selezionando il peggio, di offrire opportunità a uomini privi di autonomia morale ed intellettuale.

Si è imposto quindi, come problema fondamentale, capire ciò che volevo ottenere, poi applicarmi per raggiungerlo e, soprattutto, dimostrare in modo inoppugnabile che la realtà è frutto dei nostri pensieri. Volevo ridare alla mie capacità intellettuali forza di generare, volevo scrollarmi per sempre di dosso l'impotenza alla quale questo decennio mi ha e ci ha allevato. Il leggio allora è diventato anche questo, non volevo più fare un semplice oggetto, ma un libro che raccontasse un pensiero attorno ad un oggetto ancora inesistente e mentre si conclude il racconto, l'oggetto appare, volevo che alla fine questi pensieri si toccassero. Volevo il miracolo.


MAVaffanculo: coltivare la speranza senza credere al totocalcio.

Ma questo leggio rimaneva a parte, in un angolo della mia vita in cui mi rintanavo ogni qual volta avevo bisogno di affrancarmi dai miei malumori. Per ritrovarmi, riconoscermi, era qualcosa a cui ogni tanto, raramente, dedicarsi; a volte non facevo altro che pensarlo per un attimo. Una cosa che sapevo avrei potuto fare e questo mi bastava.

Nel frattempo dove applicarsi, dove cercare di costruire la propria realtà se non nell'ambito dell'arte contemporanea; tutto sommato ho svolto studi artistici ed in questo campo mi sono sempre dilettato, mi sembrava naturale procedere in questo cammino.

Uscito dall'Accademia ero talmente risentito verso il modello d'artista imperante, colui che illuminato guarda il mondo e ce ne manifesta l'arcano mistero, trasformando le sue miserie in poesia, che non potevo che fuggirne nella maniera più decisa. Continuo a pensare che chi crede di sentire il mistero dell'esistenza, solo addormentando la ragione, sia un uomo misero che mente a se stesso, dotato non tanto di poca razionalità, ma piuttosto di poca sensibilità. Come spiegarsi altrimenti il fatto che costui non si è ancora accorto che l'unico senso che ci permette di percepire gli incredibili paesaggi che la nostra vita ci riserva è proprio l'intelletto e quell'agglomerato di impulsi nervosi che lo percorrono. Attraverso questo abbiamo visto, sentito, toccato cose che i nostri cinque sensi non possono neppure immaginare. E d'altronde, dividere noi stessi in due ambiti per poi privilegiarne uno solo, senza rendersi conto che tale separazione è frutto della immaginazione degli uomini, così come si è dispiegata nella storia, non è prova certa di insensibilità?

Meta d'attrazione è stata per me, a quel tempo, perché negarlo, la mitica arte degli anni sessanta e settanta così priva (apparentemente) di quegli atteggiamenti che aborrivo.

Ho fondato con altri un gruppo, per far argine al mio egocentrismo, e ho rifiutato con loro l'opera come simulacro di un altrove non meglio specificato e l'ho rifiutata pure come traccia esistenziale. Ho creduto nell'arte come azione culturale calata in un ambito sociale.

-Non volevamo l'oggetto come luogo di culto dell'arte, disciplina comprensibile a pochi iniziati e venerata dagli altri, altri che non vogliono conoscerla e comprenderla, perché vogliono usufruire di quella funzione catartica che solo un oggetto permeato di sacralità può offrire.

-Non volevamo il documento, la traccia del nostro pensiero, l'orma della nostra esistenza nel mondo, soprattutto perché poi è inevitabile che si ricopra di quell'aura assolutamente falsa di cui si è appena parlato.

-Volevamo una sana iconoclastìa, che vede, come opera l'azione dell'artista nel mondo al fine di promuovere la propria e l'altrui coscienza dell'esistenza.

È passato molto tempo e devo ammettere che è impossibile praticare questo modello senza far leva proprio sull'opera come valore assoluto e sulla figura dell'artista come essere eccentrico, perché sono proprio questi i modelli riconosciuti dai più che ti permettono di essere legittimato come artista e quindi di poter operare e comunicare con gli altri. Nessuno, in cambio della propria forza-denaro, accetta di essere calato in una dimensione così problematica.

In questi termini non credo sia possibile trovare una soluzione. L'unica soluzione credo sia riuscire ad offrire una "immagine", anteporre un'icona dell'arte che offra più conoscenza e speranza dei modelli precedenti, ormai utili solo ad offuscare e deprimere.

E dire che mi ero applicato, dato da fare per sentirmi soggetto della mia vita e quindi creare da me la mia sorte, per scampare a quella "democratica" del totocalcio: ognuno può vincere e tutti perdiamo.

In questa prospettiva il leggio poteva essere la mia ancora di salvezza, il modo di trasformare il mio essere in testo, in oggetto, venderlo e legittimarmi quindi in base al mio valore di scambio. Ma più modestamente, riferito solo a me stesso, era la mia lotteria, non quella istituzionale, ma quella personale, creata dalle mie capacità, che aveva comunque, in buona parte, la funzione semplice e banale di preservare le mie speranze.


I concorsi o dell'oppressione

Ma alla fine è stato solo questo: preservare una immagine di me positiva.
Inutile dire che, persa la speranza di essere un artista remunerato, non rimaneva che cercare un lavoro qualsiasi, magari statale.
Mi sono inoltrato così nel lento e assurdo meccanismo dell'impiego statale, affrontando dapprima la prova più terribile ed anonima: il concorso, o meglio, i concorsi.
Ne ho fatti sette, ma descriverei i corridoi, dove accalcati si aspetta nelle ore di attesa, sempre nello stesso modo: antri infernali dove l'ansia e la paura fanno uscire di bocca le proprie miserie - sperando di poterle condividerle con altri - così come l'alito e la sudorazione escono dai corpi e riempiono di umidità e puzza quei luoghi. Accettare ignari quel rito assurdo di sottomissione.

 

Per nulla: ho vinto

 

E così ho vinto :

"Sei fortunato così giovane e già di ruolo". Non sono mai riuscito a misurare l'ipocrisia di questa frase.

Mi sono ritrovato così impiegato, senza possibilità di sviluppo, statale dunque e con i contributi, d'ora in poi, in regola. Pensione ... sto arrivando!!!

Ma non c'è solo ironia, a me piace il lavoro minimo, quello che ti permette di osservare dalla finestra il mondo. Ora questo leggio non serviva più a nulla. Volevo continuare a farlo per me, per cadenzare la mia vita dietro questa finestra con il ritmo delle mie riflessioni.


Della vittoria

Non era la prima volta che vincevo, non certo grandi battaglie, ma comunque abbastanza da trasformare miracolosamente il mondo attorno a me, anche se per poco tempo. Sapevo che non è bene ascoltare il trionfo, perché non è mai tale e poi perché quella gratificazione incommensurabile e vana è difficile da vivere, anche se fosse un attimo solo. Ho vissuto quindi tutto questo solo come vaga serenità, un assillo perduto mentre i nuovi sono lontani.


Libero nel tempo di mezzo: se non arrivo alla fine?

Tra la certezza dell'impiego ed il suo inizio sono intercorsi molti mesi. Libero dall'assillo del lavoro, senza però lavorare: una situazione ideale, la vita solo per me - come da piccolo - una tregua dunque offertami dal fato alla soglia dei miei trent'anni ...

Ho messo su casa.

 

Per un lavoro migliore

 

La scuola

Così arrivo a Milano, a fare il "Prof.", e scopro in breve tempo che il mio compito assomiglia molto al cane da guardia come al Quartiere 9. Ciò che mi si richiede è sostanzialmente sorvegliare dieci classi da venticinque ragazzi (ca) ognuna. Dopo di che se voglio anche insegnare qualche cosa, sono fatti miei e me la devo cavare da solo.

Un po' di programmazione, sorretta da una scaltra "ingegneria oraria", unità didattiche a piacere, quattro urli ogni tanto e soprattutto valutazioni e registro in ordine; tutto ciò si può servire anche freddo tanto non frega niente a nessuno, men che meno ai ragazzi occupati come sono nello scoprire il mondo e gli altri, specie se sono dell'altro sesso. Dovrei donare a loro la sacra passione per l'arte e per il bello, ma se la metà non ascolta, come gliela do? La incarto, così la aprono quando hanno tempo? E poi, la loro vita, bella o brutta che sia, non val più dell'arte?

Gioco dunque nel ruolo di difensore di una cultura manualistica verso la quale sono sempre stato insofferente; non c'è alternativa: i banchi, la cattedra, la campanella, il rapporto 1 a 25 non possono dare che questo, inutile fare grandi cambiamenti, i ragazzi non capirebbero, interpreterebbero con i parametri a cui sono abituati e questo sarebbe disastroso.

Mantenere i ruoli dunque, anche se ridicoli, lavorare al meglio, ma distrattamente, la distrazione di chi non riesce a "sentirsi" professore, depositario della conoscenza riguardo ad una disciplina. Mi sento - rispetto a quel ruolo - insufficiente e impreparato, ma soprattutto mi sento libero, libero di fare l'arte, l'unico modo che ho per conoscerla.


Crearsi un'alternativa: il leggio o altro.

E così torna il leggio come nuova speranza. È passato tanto tempo e ogni volta lo scopo è diverso e il leggio è sempre uguale.

Ora il leggio serve a creare una alternativa alla scuola, una possibile professione più simile a ciò che desidero. E ciò che desidero è riflettere, osservare e pensare alternando tutto questo con la scrittura, il disegno, e perché no, la falegnameria ... dimenticavo la televisione.

Sì! Scrivere potrebbe essere il mio lavoro, non in virtù delle mie doti - problema che chi mi leggerà si porrà, non io (questo è un soliloquio) - ma in virtù del fatto che mi piacerebbe passare il mio tempo così.

 

Per rifugio

 

Le elezioni del '94

E arrivano anche le elezioni, nel frattempo in Italia è cambiato tutto, la classe dirigente di stampo seicentesco è scomparsa, volatilizzata, quel dogma subdolo e assoluto che è stata la politica negli anni ottanta svanito in un soffio. Come negare il senso di sollievo, la nuova speranza. Basta pensare alla delusione dopo i risultati e negherò subito tutto per tornare nel mio scetticismo.

Eppure era cambiato tutto nella vita di tutti i giorni. Quello che era stato fatto in quegli anni non era svanito, era solo entrato dentro di noi, obbedivamo già ad una morale nuova, mentre continuavamo a fare atti di fede al centro, a sinistra e, perché no, a destra.

Ben venga allora l'ennesima delusione, se è necessaria per vedere ed accettare il proprio tempo.


Gli uomini non sono uguali e non hanno gli stessi diritti.

Ora, però, non posso più credere nell'uguaglianza degli uomini, non siamo uguali, non è possibile che io sia simile a voi, ogni uomo ha i diritti che merita ed è inutile offrirgliene altri.

Prometto che non desidererò per nessuno i miei sogni e non per umiltà e neppure per sopraggiunta coscienza, lo farò perché è bello sedersi in un luogo qualsiasi e guardare gli altri, diversi, i loro volti, i gesti, le mani, le labbra, i pensieri e le passioni.

È bene dunque che io chiarisca, una volta per tutte, quali sono i diritti e i doveri che voglio avere. È bene che io venda poi le mie capacità per ottenerli (il libero mercato), valorizzare le mie risorse per conquistare i miei diritti.

Arrocca! Arrocca! Questa volta ci vado nella torre d'avorio. Sì, può sembrare qualunquismo da piccolo borghese, si sarebbe detto tempo fa, ma sono certo che qualcuno me lo vorrebbe sputare in faccia ancora, ma io nella torre d'avorio ci voglio andare per lavorare meglio, a questo punto mi prendo la responsabilità di affermare che - se qualcosa posso fare e non solo per me - è in quel luogo che posso, voglio farlo.

So riflettere e perdere tempo, so stare in pausa, so riempirmi di tutto e annichilirmi, vorrei raccontare, vorrei non essere disturbato, vorrei darmi regola, questo so fare e vorrei arrogarmene il diritto. È il meglio di me, chissà che non ne venga un utile anche agli altri.

 

Conclusione

 

Il messaggio nella bottiglia

E così sono arrivato al punto che questo leggio non è altro che la più lieve affermazione possibile di ciò in cui credo, senza più la speranza di vederlo applicato dai miei consimili. Desidero semplicemente ritirarmi, consegnando ad un foglio questi pochi pensieri per affermare almeno che sì, anche io sono esistito, sono nato, ho pensato alcune cose, ne ho sperate delle altre e che un giorno ho appuntato poche righe. Ma non è rassegnazione, come dapprima mi era parso, è in realtà l'unica possibilità legittima di applicare il proprio desiderio di unicità al mondo.


Il collo della bottiglia: il nulla.

E allora torno sui miei passi, dimentico i guai e faccio la mia piccola affermazione di fede, espongo l'immagine, l'icona che ho dipinto.

Volenti o nolenti, io credo che questo secolo, che questa vita che ci è toccata in sorte ci ha dato la possibilità, come forse raramente accade nella storia dell'uomo, di fare i conti con il divino apparso nella sua veste più chiara, assolata e muta: il nulla. Di fronte a questa visione, apparsa nella sua forma più chiassosa e leggera, il consumismo, ci ritroviamo completamente insufficienti, quest'apparizione non offre verità e neppure le nega, elude piuttosto, lascia a noi l'onere. Soli, dunque, con un incarico enorme, io credo si debba rispondere a tutto questo nel modo più dimesso, in silenzio, edificando il nostro animo in questa prova impossibile ed inane per abituarci all'idea che questa può essere la via per immaginare una nuova possibile felicità in terra.

Per questo, nonostante tutto, tenterò di dare questo testo alle stampe, non credo che si possa costruire niente - né di vecchio, né di nuovo - se nessuno si preoccupa di immaginare una possibilità di salvezza che faccia i conti e sappia rispondere allo stato delle cose.

 

 

... ah già ... il leggio.

 

Dunque sì, volevo fare un leggio, non ho ancora pensato come farlo, ho pensato tante volte come realizzare l'idea iniziale, ma non sono mai riuscito a conciliare i miei propositi con una forma concreta, ho ripensato dunque a questo oggetto, all'opportunità di farlo veramente, ho pensato che qualsiasi forma io possa immaginare sarebbe riduttiva e banale rispetto a ciò che ho scritto e tutto questo mio scrivere apparirebbe ancor più banale alla luce di questo "miracolo" fatto di quattro pezzi di legno, ma sono convinto che si debba inverare, nonostante tutto, e forse il miracolo è proprio questo: tutto questo mio pensare creerà solo un idiotissimo e stupido leggio da viaggio, perlopiù inutile, come nascondersi che fuori dal proprio studio un libro si tiene in mano?Sì! Lo faccio, lieto di essere alfine scemo, scemato nella vita e banale come questa.

... piuttosto, nel frattempo ho pensato ad una forma nuova, lasciando dietro di me la forma tradizionale del leggio e sfruttando piuttosto le capacità di sorreggersi già proprie del libro. È un "forchettone" che si innesta sul libro con un piedistallo sul retro.

L'idea è bella e mi piace, peccato che per quanto io possa fare e disfare, modificare e cambiare, il risultato è sempre lo stesso: questo, o meglio questi leggii non funzionano. Non tutti i libri hanno una copertina robusta e comunque il forchettone non riesce a tenere il libro saldamente.

 

 

Torno dunque al leggio tradizionale, un semplice piano inclinato, tolgo ciò che non serve et voilà ... un letto, buonanotte!

 

 

 

 

Istruzioni e avvertenze

 

Per libri molto grandi e pesanti si consiglia di spostare il baricentro del libro da sinistra a destra man mano che si sfoglia, affinché il peso maggiore sia sempre al centro del leggio. Per quelli molto piccoli: scrocchiateli bene!

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho anche realizzato un
prototipo di questo libretto
se volete vederlo
clikkate qui.

 

© Daniele Leone