Annotazioni
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Sono racconti brevi senza una vera storia,
solo osservazioni piccoli appunti. Ho deciso di scriverli così
a poco a poco, senza impegno. E' più facile. Spero sia anche più
facile leggerli. |
INDICE
01 - La
furia dell'impiegato |
Sull' utilità e il danno della motoretta
Lo ammetto, sono un ciclista! No, non mi vesto in modo idiota tappezzato di sponsor multicolori e multiformi! No, non faccio neppure uso di doping! Quello che volevo dire è che nelle mie peregrinazioni quotidiane uso la bicicletta.
Questa premessa è necessaria per comprendere tale breve scritto che vuole essere nullaltro che una virulenta invettiva contro coloro che sfrecciano impuniti sulle motorette per le strade delle città italiane. Il senso della giustizia mi impone tale invettiva che vuole essere equa punizione delle loro malefatte. Non mi accontenterò di maledirli ma analizzerò la loro scellerata protervia per annichilirli nella loro pocaggine e solo allora li finirò con una sana e quanto mai giusta maledizione.
La loro colpa è ovvia giovinotti imberbi, spose ormai senza grazia o manager rampanti che siano sono rei di appestare con le loro motorette dal design raffinato laria che mi tocca in sorte di respirare. Sono motorette perlopiù lucide e saettanti, generose di luccichii e optional tecnologici, raffinate di linea e colori ma altrettanto generose, se non più, nellemettere scoregge maleodoranti e chiassone. Offendono le mie nari togliendomi un bene a me caro: laria e la libertà che contiene.
Costoro navigano su tali ruote motorizzate sazi di una libertà che il mezzo gli dona, una libertà che li fa ebbri di potenza e li rende arroganti. Ma vediamoli sulle loro motorette prendiamoli dunque in esame.
Ladolescente spesso cavalca codesti mezzi e più di ogni altro è sprezzante ed irrispettoso; forte della sua tenera età, che lo fa anche fragile agli urti, spesso si spezza, si rompe, a volte muore, ma più spesso sopravvive e diventa peso ulteriore per famigliari, amici e la società tutta. Questo avviene perché, dopo lurto, spesso non deambula più per qualche tempo e a volte per sempre. Altre volte non è la deambulazione a subire il maggior danno ma le capacità intellettive in virtù di traumi cranici particolarmente violenti. Meno problematica si rivela essere tale situazione visto che in cesso può comunque andarci da solo, nessuno è tenuto a pulirgli il culo e il danno psicologico, quando costui è mescolato ai suoi simili, non è percettibile.
Di solito si muove in branchi e si ammucchia in più duno sulle selle delle motorette, privo di personalità formata adotta quella artefatta del gruppo. Non tanto fastidiosa la sua insofferenza per il codice stradale, che è comune anche allindividuo adulto, ma piuttosto luso fallico che fa dellacceleratore. Vista la adolescenziale età confonde la manopola con il sesso e, in cerca di una potenza sessuale che letà non ancora gli permette, masturba la motoretta con grande intensità, nella femmina è piuttosto desiderio fallico; sta di fatto che, anziché raggiungere il piacere orgasmico, sgassano in modo reiterato specie in prossimità di semafori e passaggi pedonali. Tale comportamento è di gran danno per il naso e per le orecchie, ma loro ne sono totalmente inconsapevoli ché le loro orecchie non hanno mai sentito il silenzio e le loro narici non conoscono lodore dellaria e neppure saprebbero distinguerlo. Sono altresì inconsapevoli di manifestare in modo così evidente la loro totale mancanza di personalità, la loro debolezza.
La sposa, ben diversa per comportamenti, non è meno dannosa. La sposa si caratterizza per la giovanile bellezza che scema, come la sua grazia di madre, su tali mezzi meccanici. Daltro canto se ancor giovane e bella rientra ancora nella categoria di cui sopra che in Italia, certo saprete, si è adolescenti fino ai quarantanni.
Le spose non assolvono i loro doveri coniugali nel traffico, ché sono doveri e non piaceri per l'appunto, non sgassano ai semafori ma piuttosto vagano a volte indolenti a volte impazienti con borse, sportine e figli.
Decisamente più lige al codice stradale sono però molto distratte o semplicemente affannate da molte incombenze. Non spengono il motore per le piccole pause e generalmente la carburazione non viene controllata per lintera vita del motociclo, causando così miasmi particolarmente nauseanti.
Non inveirò troppo contro tale categoria che spesso privilegia lutilitaria in virtù delle troppe sporte e dei troppi figli. Sono donne che hanno scelto la loro famiglia con indolenza che hanno privato il mio respiro della purezza dellaria e hanno riempito la loro vita di un respiro affannoso ed insoddisfatto. Sono perlopiù stanche e sembrano consapevoli della fregatura che si sono prese, vorrei a loro ricordare che esiste anche luxoricidio.
Il manager è invece corretto quanto il suo impeccabile completo grigio, quanto il nodo alla sua cravatta. Il mezzo che utilizza è tecnologicamente avanzato come pure il design aerodinamico che lo rende freccia nel traffico, puntuale come nessun altro ad appuntamenti dove si decidono le sorti delleconomia mondiale. È scorretto solo per necessità, e la sua sicurezza ci tranquillizza anche quando passa nel parco in pieno divieto, anche quando sfreccia nella pista ciclabile; noi nel nostro piccolo vorremmo insultargli i morti ma sappiamo che nella sua 24 ore è riposto il futuro della nostra società ricca e opulenta. Poco importa se invece contiene un panino con la mortadella, se lo ha comprato a rate quel motoretto e il modello economico non ha potuto comprarlo per non sfigurare, poco importa se ogni giorno è costretto a correre trascurando il sonno, la moglie, il figlio che tra un mese compie 16 anni e la vuole anche lui la sua motoretta, poco importa! Saranno altre rate, altra fretta, altre piste ciclabili profanate. Poco importa, prima o poi un sinistro fermerà tale frenesia e per un po in quiete il nostro manager (che poi è un impiegato fancazzista del catasto con dieci anni di arretrati sulle spalle), riuscirà finalmente a passare un pomeriggio in santa pace davanti al televisore mentre il figlio sfreccierà per le vie del mondo, masturbando oscenamente la sua manopola. Nella versione femminile il manager indossa tailleur e foulard, nella 24 ore cè uno yogurt light e delle gallette dietetiche, il motoretto è meno tecnologico e più colorato, piuttosto che guardare la televisione preferisce fumare sigarette chiacchierando con le amiche.
Il bullo è categoria a sé stante, non so neppure se inserirlo con gli altri appena citati perché non di motoretta si tratta nel suo caso ma di roboante motore. E a dire il vero non disturba con il suo fare e neppure inquina ché la moto la tiene parcheggiata e lucente davanti al pub, la usa per sedervicisi sopra nel suo completo di pelle nera. Visto che la tira fuori solo nel weekend e percorre solo il tragitto che lo separa dal pub è invero ben poco dannoso. La carburazione è impeccabile, solo il frastuono dei pistoni crea qualche fastidio. Bisogna comprenderli con il loro largo torace, con le loro braccia spalancate nel disperato tentativo di afferrare manubri mostruosamente larghi hanno solo il vizio di ostentare la loro potenza con i boati della marmitta. Solo mi credevo che la potenza in un uomo virile si manifestasse sul fronte, con la verga svettante e non sul retro, con un deretano scoppiettante.
Poi cè il centauro vero e proprio, ma è animale che popola solo i passi appenninici nei dì di festa, piegando il suo bolide nelle curve a gomito, nel tentativo di disegnare archi di cerchio sempre più tangenti la mezzeria. Lo escluderei da tale trattazione che io non valico appennini in bicicletta e dunque non mi arrecano danno.
Ma, mi domando, tale spavalda potenza che lessere umano collocato sul motociclo ostenta è sua propria o piuttosto è il mezzo e la sua immagine a donargliela? Io propendo per lultima ipotesi, nellindividuo a cavallo è riposta unidea di potenza che si è sedimentata nella nostra cultura da tempo e ha lontani e nobili natali. Noi uomini, dalle epoche più remote abbiamo inteso e rappresentato il potente sopra al destriero. Ben lontani dai contemporanei destrieri metallici intendo destrieri veri, fatti di nervi saettanti, di sangue pulsante e muscoli possenti. Cavalli forti e agili, veloci e potenti. Ché se in antico il grande Alessandro su questa cavalcatura veniva ritratto una ragione ci sarà stata. Ché se con lui gli imperatori romani per sé sceglievano tale immagine un caso di certo non è. Simbolo di ricchezza, autorità e di forza donava tali caratteri a chi sopra si faceva ritrarre. Forza domata se il passo era al trotto o irrequieta se il cavallo era rampante ma sempre tenuta salda alle redini dalla volontà del cavaliere. Ma in antico cera anche unaltra immagine che recava con sé la velocità e la forza del cavallo: il centauro mezzo uomo e mezzo animale era simbolo di forza bruta e non domata dalla ragione e perciò condannata, dal mito, alla sconfitta contro la misura del popolo greco. La valenza della prima riemerge nel rinascimento italiano, ma la seconda che ne è il contraltare sembra sparire fino al novecento. Come dimenticare il Gattamelata, lambizioso progetto di Leonardo per la inclita casa Sforzesca o il Cavaliere e la morte di Dürer. Luomo rinascimentale che vuole tornare padrone del mondo si erge sopra la forza naturale dellanimale con la potenza del suo ingegno sullesempio degli antichi duci. Ma del centauro che ne è stato? Riaffiorerà solo nel novecento, nella versione meccanica che conosciamo a fronte di un porto holliwoodiano, per i capelloni cè anche la versione easy rider.
Il nostro tempo, che non è da meno, ci ha offerto unicona moderna degna del Dürer. Vi ricordate qualche tempo fa quando lo scooter è stato rilanciato come mezzo di moderna locomozione? Tutti i media facevano a gara nel proporre questa nuova immagine del manager. Giovane saettante nel traffico contemporaneo, nella città caotica dominata da capitani dindustria che la sorvolavano con lelicottero, lui, il giovane rampante, si faceva strada per nulla impedito dal caotico flusso della vita moderna. Ad incidere definitivamente questa icona nel nostro immaginario era intervenuto anche il miglior rampollo dellItalia industriale. Sì, forse non lo ricordate, ma io Giovannino Agnelli sullo scooter me lo ricordo. Simbolo impersonificato della nuova leva di industriali italiani, baciato dalla fortuna, dallamore e dal successo, padrone della propria vita, novello Gattamelata sul suo destriero lucente volteggiava sul mezzo da lui stesso prodotto in cerca del proprio destino. Peccato che in questo traffico cè un solo destino e non è successo o trionfo ma morte di cancro o di urto. La prima gli è toccata in sorte, ad altri della sua generazione è toccata la seconda, ma in fondo poco cambia. Novello cavaliere è andato incontro alla sua morte, icona esemplare, al pari di quella del Dürer, ha saputo svelarci il presente, togliere il velo e mostrarcelo nella sua squallida verità. Una generazione di figli di papà, che pensavano di costruire il futuro e hanno costruito la morte, ci hanno tolto laria e cosa volete che vi dica di più. Inseguivano il potere, la gloria, il successo e si privavano dellaria! La libertà non è in uno scooter saettante, la libertà è nellaria!!!
Beviamo acqua contenuta nel PVC e non ditemi che non ne sentite il sapore, respiriamo aria che puzza, specie noi ciclisti. Ma voi vorreste un scooter e in fondo lo vorrei anche io, per sentirci liberi e padroni!
Cosa volete che vi dica, seguite i vostri specchi lucenti sulle finiture delle vostre motorette, a voi, moderne allodole, io vorrei solo inoltrare la mie più sentite maledizioni. Non lo farò! Le più recenti statistiche sulla diffusione del cancro rendono pressoché inutili le mie invettive.
PS
Qualche tempo fa tutti i giornali parlavano di smog, polveri sottili ed inquinamento nelle grandi città. Grazie a moderne tecnologie tutto era monitorato, misurato e diagnosticato.
A Milano nel frattempo sopra Palazzo Reale a fianco al Duomo tutti potevano osservare sventolare il tricolore italiano. Il suo colore era grigio scuro, grigio chiaro, grigio ancor più scuro!
Anche stamane è lì. Sulla soglia. Aspetta.
È una strana e vecchia signora, poi neppure così strana, è anziana e per gli anziani è una cosa naturale aspettare. Lei si pone sulla soglia del portone di casa e aspetta. Lo fa quasi tutte le mattine, salute permettendo. È una signora bassa, ancor più bassa per effetto degli anni che non si sono fatti scrupolo di infierire sulla sua altezza. La vedo spesso ed ho capito, intuito, il suo fare ed il suo obiettivo. La soglia di casa sua ha un alto gradino, per lei è un grosso ostacolo ed allora aspetta che qualcuno passi, poi con una espressione rodata ed assolutamente efficace attira lattenzione del passante, basta un cenno, un gesto, poche parole, forse neanche di senso compiuto e questo si avvicina, le porge il braccio e lei finalmente in strada la può attraversare, per recarsi in chiesa. La chiesa è proprio di fronte alla sua casa, neppure dieci metri separano la sua soglia da quella sacra. Eppure ogni mattina lei deve varcare quel guado, per lei impossibile, che è il gradino; non la strada, con i suoi automobilisti indisciplinati, ma quel gradino invalicabile per lei ed il suo bastone.
Mi stupisce questo suo affidarsi al genere umano ogni giorno, ogni mattino, con tanta paziente fiducia. Arrivo a pensare che solo unanziana signora può essere così fiduciosa. Forse è perché chiede così poco che può essere certa di ottenerlo, forse è questo il segreto, il trucco, basta chiedere poco al genere umano e allora ti si offrirà. La signora sa bene che a quellora i ragazzi passano proprio di lì per recarsi a scuola e la sua è una certezza: qualcuno tra quella giovane umanità le porgerà il braccio, basterà portare pazienza.
In fondo le mie riflessioni sono proprio sciocche, quel che mi pare strano e inusuale è in realtà assolutamente ovvio e banale. Io stesso, ogni giorno, mi affido per la mia vita alle azioni degli altri con lassoluta certezza che queste si compiranno. In fondo anche io ogni giorno chiedo ai miei simili tanti piccoli gesti, che mi sono indispensabili, e li ottengo perlopiù. In fondo anche io mi affido fiducioso al genere umano; ogni giorno, ogni mattina.
Oggi comunque è toccato a me, sono io caduto nella tela che ogni giorno la signora trama con il suo sguardo. Le ho offerto il braccio e lei mi ha bisbigliato poche parole che mi hanno fatto sentire sciocco ancor più.
Grazie, può chiudere la porta per cortesia?
Non è il gradino il suo vero ostacolo ma la maniglia di quel vecchio portone, troppo alta per essere chiusa da lei una volta in strada. Non si fida poi così tanto del genere umano: la porta la chiude!
Se nasci e vivi in una grande città anche la tua giovinezza non è proprio come le altre, ci sono alcuni dettagli che ne cambiano il senso o forse semplicemente contribuiscono a renderla più ridicola.
È abbastanza normale per una giovane donna mettersi in mostra, è normale abbigliarsi a dovere per raccogliere gli sguardi dei ragazzi magari anche di qualche uomo maturo. Certo nelle grandi città devi calcare un poco la mano, la minigonna deve essere veramente mini, l'ombelico veramente in vista, i piersing veramente tanti, ma se vuoi proprio essere sicura allora i colori sgargianti, al limite del fosforescente, sono quel che fa al caso tuo. Meglio ancora se ti accompagni con un'amica graziosa quanto te e quanto te appariscente. Ecco così sei pronta finalmente per affrontare la passeggiata serale, quella dell'aperitivo, sui viali che da piazza Vittorio portano ai Murazzi sul Po a Torino, ecco sei pronta per sconfiggere il grigio delle polveri fini che ammanta questa regale città, ecco sei pronta per donare a questa vecchia capitale la ricca cromia della tua vitalità.
Certo la generosità con cui ci offri la bellezza della tua giovane vita potrebbe essere equivocata, certo il richiamo che emetti forse non attirerà un giovane principe azzurro e forse neanche un'aitante amante. Qualcosa o qualcuno comunque l'attirerai, a Milano ti direbbero che hai studiato un campagna di marketing generalista non mirata su un target preciso. Ma io non ascolto molto quel che si dice a Milano solo ti assicuro che se cerchi un uomo basta che lo guardi negli occhi.
Ma queste riflessioni non hanno senso a Torino, la grande capitale dell'automobile, la città con una zona pedonale minuscola tutt'attorno a piazza Castello, non a Torino. A Torino se devi curvare a destra e ti fermi perché il semaforo è rosso ti suonano dietro perché il rosso vale solo per andar dritto o a sinistra. Mi ha sempre affascinato questo connubio tra lo spirito anarchico da città meridionale e il razionalismo della città nordica. Al sud il rosso è un consiglio, un promemoria, una preghiera poi valuti tu a Torino invece la cosa è studiata: se curvi a destra, specie nel controviale, allora il rosso è invalidato perché l'operazione non è rischiosa e la fretta di una città produttiva prevale.
Dicevo se sei a Torino nei viali che conducono ai Murazzi, se sei una giovane donna ansiosa di sguardi non ti voltare se suonano il clacson, non è un apprezzamento, devi solo sgomberare al più presto l'incrocio.
Vai piuttosto in collina o sulla costa, là conosco ragazzi che suonano il clacson a tutte le ragazze che incontrano per strada per giovanile allegria e generosità e, democraticamente, colpiscono qualsiasi giovane donna. È quasi una missione la loro e reca gran giovamento all'autostima di ognuna che ha la fortuna di usufruirne.
Maria Rosario è un'inserviente. Una aspirante inserviente per dire il vero, perché di questi tempi i lavori sono flessibili e tutti siamo un po' più precari e ancor più quelle come Maria Rosario che hanno varcato l'oceano per avere un lavoro, una casa, una vita. Hanno pensato che in Italia c'è il Papa e tanto male non poteva essere vivere in questo paese.
Maria Rosario ha i fianchi larghi degli Inca che gli sono stati padri, è bassa e dalla nuca le scende una lunga treccia nera corvina. È chiatta come direbbero a Napoli e il seno non è neppure prosperoso, solo si appoggia sull'addome e sembra più grosso. Ma i napoletani spesso pensano di sapere più di quel che sanno, autonominatisi come si sono autonominati dottori di un'umanità che solo loro pensano di avere.
Maria Rosario è bella, di una bellezza incontenibile perché sorride e suoi occhi brillano di una felicità che vorrei rubarle. Maria Rosario serve, aiuta, sbriga tutto quel che le dicono di fare, sorride sempre, non risponde, non si chiede se è giusto, forse non conosce neanche tutte le parole che servono per rispondere od obiettare e allora esegue scrupolosamente; Maria Rosario è quasi fastidiosa nella sua reverenza, nella sua beata innocenza; perché lei è inserviente anzi aspirante aiuto inserviente, perché lei è in un paese che non è il suo, perché lei è cattolica, perché lei sa che se le rimarrà un poco di tempo, anche solo pochi minuti potrà lasciare le faccende dell'ospedale e correre nei corridoi per andare al nido a vedere i bambini appena nati e stare così, beata ed attonita ad osservarli, quasi in estasi, felice di una felicità che ammiro ed invidio.
Sembra non essere neppure qui in questa stanza, si gira attorno ne guarda uno e poi un altro e poi un altro e poi ancora, come un bambino dentro un sacco di caramelle che non sa da dove iniziare, non sa quale scartare per prima. Lei non sa quale guardare per primo, non sa dove posare i suoi occhi neri e lucidi e allora come una giostra ruota tutt'attorno a sé, felici ad ogni giro come al primo.
Questore Termando ti ruberemo lautoradio
Da tempo osservo questa scritta ogni volta che vi passo innanzi. Subito mi ha colpito. È probabilmente frutto del genio di ultras goliardi, è scritta malamente sul muro, senza estro artistico alcuno, nonostante oggi sia necessario anche per scrivere sul muro.
Oggi sui muri trovi scritte e immagini fatte da writers, stickers venuti direttamente da New York, Los Angeles, Londra tutti probabili Keith Haring, o improbabili, dipende dai punti di vista. Anche il più triste paesino italico vanta il suo writer nostrano, costoro non scappano - nottetempo - inseguiti da vigilantes severi e violenti, come si addice alle metropoli anglosassoni, sono invece spesso invitati a dar sfoggio della loro destrezza. Alle sagre di quartiere decorano palchi, il prete chiede loro affreschi per la parrocchia, i negozi con target giovane commissionano vetrine e gli assessori fan loro decorar le rotatorie per nobilitar queste tonde porzioni di prato. Un mestiere di tutto rispetto, specie in questepoca nella quale fioriscono rotatorie ad ogni crocicchio.
Ma se volete la trasgressione, se volete lanarchica scritta irriverente dovete scendere ai piani bassi dove vivono gli ultras. Sono esseri, questi, offesi dalla vita nel bene più caro agli uomini e cioè lintelletto. Nel secolo breve, quello che ha bruciato ogni ideale, sono gli unici che hanno mantenuto una fede leale e sincera. Hanno mantenuto anche uno spirito rivoluzionario e contestatore. Amano la loro divisa, odiano quella degli altri, sono pronti a menar le mani solo a vederla. Meglio in branco che la vigliaccheria diventa così coraggio.
Eppure sono loro gli unici veri rivoluzionari rimasti, sono gli unici che han voglia di spaccare tutto e tutto cambiare. In questi tempi in cui grazie a Dio la magistratura sta ponendo fine (speriamo) a quel disastro morale che è il calcio italiano, disastro morale che era sotto gli occhi di tutti, mi nasce una riflessione. Se invece di parlar male di questa giovanile teppa, se invece di rimproverarli perché amavano bastonare il prossimo e gettare scooter dagli spalti gli avessimo lasciati fare, non avrebbero posto rimedio prima e meglio allinfamia che il calcio è stato in questi decenni?
Abbiamo visto cose inennarrabili! Cose orrende e indicibili! Giovanotti pagati miliardi per correr dietro a una palla, veline innamorarsi di costoro veramente, schiere di giovani depressi nel vano tentativo di diventar come questi ragazzotti strapagati, anziani giornalisti pontificare ore su un rigore o un fuorigioco, padri abbandonare la famiglia per discutere al bar, generazioni intere intente con assiduità nellesercizio dello sport nazionale: umiliare in pubblico il proprio intelletto gridando frasi sconnesse dalla logica incerta.
Ma queste cose indegne e immorali non ci hanno scosso, abbiamo aspettato le intercettazioni. Il cellulare, vero oracolo del nostro tempo, ci ha svelato la verità: era tutto falso! Incredibile a dirsi dove i miliardi grondavano sulle facezie è fiorito linganno e la truffa. Le nostre coscienze fino ad ora pure e immacolate hanno così conosciuto la macchia e linfamia della falsità. Non torneremo più puri e algidi come prima, anche la fede degli ultras è stata bruciata - in ritardo - dal secolo breve.
Solo ci rimane quella scritta sul muro con la sua irriverente innocenza.
Questore Termando ti ruberemo lautoradio
È frutto di genio italico, libertario e irriverente, lo riconosco con certezza. Non è nella minaccia loffesa, perché rubare lautoradio oggidì è una minaccia ridicola, loffesa è nella descrizione di codesto questore che di riflesso ne nasce. Lo immaginiamo, attaccato alla sua autoradio, uscire dalla propria automobile portandola con sè, come ormai non usa più in questi tempi di player mp3, ce lo immaginiamo meschino portarla sotto braccio o peggio riporla nel borsello, con fare guardingo. Non è proprio un offesa ma certo è uno sfottò, un metaforico pernacchio alla sua autorità che risulta irrimediabilmente compromessa da questa immagine che una semplice e banalissima scritta sul muro ha saputo imporre ai passanti. Tantè che oggi se andate a leggerla il nome del questore non è più leggibile, la scritta non è stata cancellata e neppure quelle attorno ben più ingombranti, ma il nome del questore sì, quello è stato cancellato.
Giugno 2006
A me i santi proprio non piacciono.
Come Antonello da Messina credo negli uomini e credo nei santi in quanto uomini, non interessano a me i miracoli che hanno compiuto, ma molto interessa della bontà del loro pensiero. Non credo nei miracoli, ma credo che la capacità che l'uomo ha di pensare e produrre idee, è l'unico vero grande miracolo che accade tutti i giorni della nostra vita e di cui tutti siamo testimoni oculari.
È curioso come gli uomini chiedano l'incredibile, bramino l'impossibile, quando a portata di mano hanno molto di più.
Molto tempo fa un cartone animato raccontava di un bambino che con una matita magica faceva apparire ogni suo desiderio, con quella matita ogni oggetto tracciato sul foglio diventava reale. Era una favola, la raccontavano come tale. Presto ci hanno insegnato la differenza tra desiderio e realtà. Ma a me questo non pare, che la matita degli architetti, dei designer, degli scrittori, degli uomini tutti è veramente magica e fa apparire cose mai viste e mai udite.
Non mi importa se San Gerolamo ha tolto la spina al leone, ma leggere ancora oggi i suoi testi mi pare miracoloso. Miracoloso che un uomo possa ancora parlare ai suoi simili a secoli di distanza. Tale miracolo mi riempie a tal punto che trovo addirittura fastidiosi gli aneddoti, come spine nelle zampa del Leone che io sono. Ed al quale dunque quel Gerolamo di Antonello da Messina ha tolto per sempre la spina.
A me i santi proprio non piacciono, non mi piacciono soprattutto coloro che vi credono. Non mi piace chi brama la reliquia, la prova al tempo stesso tangibile ed incredibile della loro santità. Già incredibile. Non credo in questa santità impossibile a credersi. Non mi piace neanche questa idea che i santi servono per gli umili che hanno bisogno di un simulacro, un' immagine, e sono dunque legittimate, queste immagini, dalla loro ignoranza.
Nel mio vagare tra i pensieri c'è una cosa che mi risulta assurda e incomprensibile. Molti fedeli, a questo o quell'altro culto, per dimostrare la verità dei valori a cui credono portano a prova il miracolo, l'epifania del divino in terra. Ma perdonatemi, se in quei valori credete, che bisogno avete del miracolo, allora forse temete sia falso il vostro credo. Quando poi il miracolo è così vicino all'inganno da mago allora mi accorgo di partecipare ad una triste parodia. Ve le ricordate le madonnine piangenti? Frotte di persone si accalcavano di fronte a questi simulacri, prodotti in serie di bassa lega, che lacrimavano sangue. Avete mai visto una Madonna di Luca della Robbia? Quella sono un miracolo e non piangono, piangete voi per la commozione! Orribile quella immagine industriale della madonna, osceno se non blasfemo quel sangue, avvilente quello sciame di fedeli creduloni di una fede di cui ignorano tutto. E se fosse vero che cosa dimostra? Che la Madonna esiste? Che soffre per noi? Ma come lo mettete in dubbio? Ma non sapete che non può che soffrire per un'umanità come la nostra che muore di violenza e di fame? Volete la prova tangibile che ciò in cui credete è vero! Ma perdonatemi se è vero dimostra solo la vostra flebile fede. E se fosse tutto falso ancor più. Come vedete per conoscere il vero non servono i miracoli ma solo poche righe di riflessione.
No, non credo ai santi, non credo alla necessità di porgere ai poveri di spirito dei simulacri, delle immagini, delle icone per rendere a loro più comprensibili idee e concetti. O meglio credo che ci dobbiamo spingere ben oltre. Le immagini di cui abbiamo bisogno sono immagini concettuali che ci aiutino a comprendere ben oltre quel che conosciamo.
Ciononostante ho una naturale simpatia per gli uomini di fede, non mi chiedete come mai. Ricordo per esempio un anziano parroco di una piccola chiesa a fianco di un piccolo cimitero. Ora il cimitero è stato avvilito e insultato dall'ennesimo geometra/architetto postmoderno, anche la piccola badia è stata offesa da un sedicente pittore che l'ha imbrattata con un altare dipinto malamente, non hanno risparmiato neppure le belle e ormai rare mattonelle esagonali del pavimento che sono state sostituite con del lussuoso pavimento in cotto. Tutt'attorno case a schiera in bella fila.
Ma per me quel luogo è sempre quello d'un tempo, quel cimitero di campagna che ricordo è ancora lì, tra i campi assolati d'estate e il silenzio rotto dalle cicale. Il parroco recitava messa lentamente, con calma e ti restituiva immediatamente la sua serenità, mentre il fedele di turno leggeva il passo evangelico lui si accomodava dentro la poltrona a fianco dell'altare e coglieva l'occasione per un poco appisolarsi, sotto il suo cappello a tre falde. Si appisolava così tra la nenia del vangelo e le salme che per tutta la vita ha custodito, in quello stretto spazio della sua seggiola tra il sacro e la morte. Ho compreso il sacro più dalla sua capacità di appisolarvisi a fianco che da qualsiasi altra lezione e non ricordo neppure il suo nome.
Giugno 2003
© Daniele Leone