Annotazioni
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Sono racconti brevi senza una vera storia,
solo osservazioni piccoli appunti. Ho deciso di scriverli così
a poco a poco, senza impegno. E' più facile. Spero sia anche più
facile leggerli. |
INDICE
01 - La
furia dell'impiegato |
C'è un parco lungo e stretto che segue il rivo di un fiumiciattolo che non c'è più. Lo percorro la mattina in bici per andare in città, evito così un po' di benzene alle narici e mi rilassa alquanto, al mattino, pedalare e pensare ai casi miei. E' un parco che arriva fino al mare ma io devo andare dall' altra parte.
Metto la cartella appesa al cannone come si faceva una volta, mi piace. Incontro sempre gli stessi cani a passeggio, le stesse persone che pedalano verso il lavoro. Le coppie cambiano invece e lo popolano soprattutto a primavera. I netturbini portano il mangime ai piccioni, immagino denso di sostanze anticoncezionali.
La cosa più inconsueta che ho visto in questo parco è una famiglia islamica, vestita tradizionalmente, che a veloci passi raggiungeva altro Islam poco più in là. Cinquanta o forse settanta persone, tutte inginocchiate, e in disparte i bambini con alcune donne. Come quando ero piccolo e ai matrimoni tutti i cugini venivano messi in un tavolo in disparte, ché dopo le prime portate bisognava iniziare a correre tra i tavoli.
Ci sono tante piccole cose che scopro un poco alla volta. Le vedo, le comprendo, ma solo dopo reiterato osservare si svelano ai miei occhi e inizio a dar loro significato. Gli anziani che fanno crocchio sempre alla stessa ora, verso sera. Il matto al crocicchio che osserva tutti. Quel signore anziano in bici con il secchio di plastica e l' asta raccogli siringhe. A lungo mi sono domandato che faceva con quegli strumenti. Ho pensato anche che andasse a raccogliere i cannelli in spiaggia. Altri cannelli, altri lidi. I lidi dei tossici sono là, sotto le mura romane imbrattate da sgrammaticate scritte antisemite.
C'è in questo parco una popolazione composita che qui passa, solo pochi permangono. Qualche barbone ogni tanto si scalda al sole, dopo aver fatto colazione alla Caritas. I nord africani dormono sotto gli alberi negli afosi pomeriggi estivi, nella pausa dal lavoro al semaforo. Pasteggiano con panini e tetrapak di Tavernello, poi si abbiosciano. Ognuno di loro meriterebbe una storia, ognuno di loro ha certo più di una storia.
La cosa che più mi ha divertito comprendere è stato lo sciame dei ferrovieri. Al mattino con le bici scasse, parcheggiate il giorno prima alla stazione, si dirigono in frotta verso l' officina. Arrivano da chissà dove, su lenti treni locali. Salgono in bici e via di corsa a timbrare il cartellino. Nel portapacchi, in tasca o nella borsa il giornale piegato. Immagino la furia di quelle pedalate finire ogni giorno inesorabilmente su quelle pagine, previa timbratura.
Quando lavoravo in comune attorno alla macchinetta della timbratura verso l'una si formavano dei piccoli crocchi che discutevano di ogni argomento, salvo farlo inesorabilmente scemare sui saluti alle tredici in punto. Un saluto un tic, un saluto un tic . A volte qualcuno si fermava un poco di più, qualche minuto interminabile, e quasi a chiedere scusa si rivolgeva ai colleghi comprensivi dicendo: "stamattina sono arrivato tardi".
Ma forse il giornale serve loro solo per passare il tempo in treno.
C'è una vecchia via, tortuosa, che dalla Piazza di Porta Marina s' inoltra in città, di lato, non seguendo il decumano, ma insinuandosi tra le case basse di inizio secolo. Non ha marciapiede e le case, le mura, la cingono. E' una strada sciatta, lasciata al suo squallore per decenni: perché laterale, nascosta. C'è anche un monastero di suore che contribuisce a dare quel tono di dignitoso squallore. Tempo fa lì in una casetta hanno ucciso un uomo, nessuno sa chi. Le porte delle case sono immediatamente in strada e bisogna prestare attenzione ad uscire e bisogna usare cautela nel percorrerla in macchina.
Iniziai a percorrerla sul Cagiva 125 di Fulvio. Avevo diciassette anni. A lui piaceva percorrerla velocemente piegando la moto ad ogni ansa della via. Effettivamente è piacevole, per quanto rischioso, ed ho notato che in tanti subiscono questa piacevolezza. Non voglio certo giustificare l' automobilista italico, universalmente noto per maleducazione stradale e insofferenza verso le norme (per quanto sensate). Ma c'è qualcosa in quella via che spinge l' acceleratore e ci immagina in un circuito automobilistico, per pochi secondi campioni di chissà quale gara. E' forse solo una sensazione, ma io ne sono sicuro, quelle curve sinuose ci ammaliano, sirene quotidiane di cui neppure ci accorgiamo. Eppure rispondiamo a quel canto e ci facciamo stregare. Ma nessun Odisseo si è fatto legare per evitare il peggio (neanche le cinture di sicurezza!), peggio non c'è mai stato: non ricordo nessun incidente in questa via. Incredibilmente.
Ultimamente la percorro con una certa frequenza. Ogni tanto a pian terreno si apre una porta e si svela un' anziana signora che carda la lana in un locale umido ed angusto, un ciabattino, un pensionato che si dedica a piccoli lavoretti sul suo banco attrezzato. Il sole difficilmente li scalda, spesso non riesce ad entrare. Immotivata questa loro esposizione alla strada, questo porgersi alla vita di una via che non ha vita. E' solo transito per novelli pallidi Odissei e sfreccianti Centauri. Radicata forse nei ricordi quest' abitudine, forse per loro la via è diversa, è quella di un tempo che loro hanno conosciuto ed è ancora presente nelle loro menti.
Anche quella signora anziana che oltre le persiane spia i passanti. Che spia? siamo così anonimi e senza storia, che spia?
Non spia! Pensando di non essere vista ha gettato velocemente una buccia di banana in strada, quasi sulla mia traiettoria di marcia. Io ho visto scivolare qualcuno su una buccia di banana solo nei cartoni animati e non avendolo mai visto dal vero dubito sia possibile effettivamente cadere in questo modo. Quel gesto la scopre me la rivela: la sua vecchia vita dietro le persiane, l'invidia, perché no il rancore, per quelli che passano, agili; il desiderio di nuocere - affermare sé stessi a scapito di altri - provarne piacere e provare sollievo così dai propri guai. Immaginarlo soltanto questo piacere perché così inadeguata, televisiva la sua macchinazione: inefficace e frustrante ancor più. Ma in potenza no! forse domani qualcuno scivolerà e si farà male, comunque non troppo.
« ... Il monaco nero in grigio dentro Varennes », Georges Dumézil, Adelphi 1987
Qualcuno di voi forse ricorderà questo libro di Dumézil.
Interessante questa analisi su Nostradamus, su quella quartina così rispondente alla Storia. Interessante quella ipotesi a cui Espopondie allude solamente. Forse per pudore.
Leggendo con attenzione quelle poche righe ha la sensazione che Nostradamus attinga il suo sapere da una mente che non distingue prima e dopo ma li combina - passato e presente - in una unicità che è tuttuno con cause ed effetti. Come noi mescoliamo i nostri ricordi, e la nostra vita se dovessimo raccontarla seguirebbe forse gli stessi percorsi le stesse trame che vengono tessute e concepite come un oggetto concettuale unico. Da quale mente ha attinto Nostradamus? Ve lho detto! Espopondie/Dumézil fa solo un pallido, pudico accenno a questa possibilità. Non si dice ciò di cui non si ha che un semplice sentore, ma non lo si esclude. È questo rigore intellettuale e morale che mi ha colpito. Nostradamus la sua quartina sono solo loggetto su cui si esercita, interessante ma non centrale. Questa capacità di stare nel dubbio ed al tempo stesso esercitare con scrupolo il proprio intelletto, il proprio rigore metodico mi piace.
Altra cosa esemplare la capacità di costruire, sopra incognite per altri troppo vaste, un percorso di senso mettendo semplicemente in relazione le variabili. La capacità di gestire sistemi complessi se non addirittura privi di senso per altri.
Ma cè anche laspetto umano. Espopondie che aspetta la morte, con alcuni allievi, di fronte al focolare. Disquisisce pazientemente con loro di un enigma. Non ricordo dove lho letto ma so che è prerogativa, privilegio del saggio conoscere il tempo della propria morte. Mi piace pensare che si dedichi a questo gioco non perchè rivelatore di verità ultime. Ma perché vano come tutti i giochi, come tutti i giochi uno strano intreccio di regole e caso, di necessità e casualità. Rimane il piacere di addentrarsi in tali meandri e il desiderio comunque di vincere. Mi piace pensare che questa struttura di senso sia la verità ultima.
Ma ci sono aspetti ancora più umani, addirittura sentimentali, che non disprezzo. Dumézil/Espopondie che si appresta alla morte getta tutti i suoi ricordi nelle fiamme, cancella piano piano la sua esistenza: ché non rimanga nulla quando lui non rimarrà. Questa accettazione della propria sparizione mi sembra così enormemente più grande del desiderio di tanti uomini di lasciar traccia di sé, di permanere ad ogni costo. Questa capacità di morire mi sembra più grande del desiderio di eternità. Forse è questa leternità.
Ma dove sono gli aspetti sentimentali?
Due foto post-mortem: una donna che lo appassionò brevemente e l'altra con cui condivise la vita. Poche righe, lo stesso pudore la stessa riservatezza nella quale immaginiamo l'importanza dei suoi due amori. Ovviamente anche loro vengono dimenticate nel caminetto. Mi aiuta molto sapere che ci sono uomini che sanno o hanno saputo vivere con questa consapevole pienezza la dimensione umana. Un altro è Zenone, ma anche Maigret, perché no! Dimenticavo, nel libro c'è anche un divertimento sulle ultime parole di Socrate.
Salgo sul treno, ancora.
Ancora in questo lungo corridoio che corre, per vedere di quei paesaggi le stesse case, gli stessi angoli di strada. Ma era tanto che non praticavo questo percorso e allora tornarci mi allieta.
È caldo e con questo enorme zaino sul dorso non è facile muoversi. Ma vagare sul binario per guardare la gente è un esercizio a cui non mi sottraggo, specie destate a Rimini quando le donne sono così attillate e mostrano seni così rotondi. La donna più bella è un transessuale e temo solo a guardarla, temo di incontrare i suoi occhi e sottopormi a quelli dei benpensanti inorriditi e curiosi.
Arriva il treno, nelle carrozze forse avrò maggior fortuna. Laria condizionata non è molto salubre ma almeno oggi in questa calda afa estiva so perché mi hanno fatto pagare il supplemento. Vago un po qua un po là. Tutte vuote le carrozze, qualche ragazza anche carina ma non per me. Andare oltre in cerca di una sorte migliore? Meglio solo in uno scompartimento vuoto, tutto per me con un libro, laria condizionata e un vaffanculo. E così sono qui tra lArcipelago di Cacciari e la via Emilia che corre là fuori.
Torno alle mie pause ai miei pensieri.
Non lo crederete, non lo credevo neppure io. A Forlì una bella ragazza con "quattro bagagli quattro" mi chiede se può accomodarsi. Certo! e poi da cavaliere la aiuto anche a sistemare i bagagli. Ma non mi faccio avanti subito. Cavaliere e signore, un vero signore! Pigro solo pigro. Tergiverso, leggo, cè tempo e poi si faccia avanti lei perdio! Niente. Ecchissenefrega io mi leggo il mio Cacciari.
Bip bop bi pì bop
Cosa è?!!
Bip bop bi pì bop
Nooo! Sbadurla con il telefonino. Metterà a posto la rubrica o forse invia un messaggio, non sta telefonando. Decido. Le darò guerra, le risponderò con il fruscio della mia matita sui fogli.
Bip bop bi pì bop
E io graffio la carta, la incido, consumo grafite, la striscio sui fogli
Bip bop bi pì bop
tuoni! boati! devono uscire da questi freghi sul foglio, voglio annichilirla con un PRECITEVOLISSIMEVOLMENTE scritto a due mani. Ecco si arrende lo ripone é fatta!!! vittoria!!!!
Pirupirupiru pù
No!!!!!
Pirupirupiru pù
- Chi è? Gian Maria, dai! cosa fai?
Non vale: due contro uno!
Torno a casa passando per via Strozzi, quattro passi sotto questo pallido sole autunnale, mi piace passeggiare ed osservare questa Milano che corre di qua e di là, mentre io me ne frego e con calma vado a casa.
Via Strozzi è una via di mercato, il martedì mattina si anima di banchi di macellai, fruttaroli, pescivendoli, venditori di scarpe, venditori di merceria e ci sono anche gli immancabili abusivi più o meno extracomunitari. Buffa questa parola che ci divide dai non europei, come se gli italiani si sentissero di appartenere ad una comunità.
Variegato come tutti i mercati, animato da signore che chiaccherano e comprano, petulanti nel chiedere cose buone a buon prezzo e attente scrutatrici di merci, meticolose valutatrici di costi e qualità. In chiusura, mentre le casalinghe ormai sono già a tavola, quando tutto chiude, arrivano anche gli anziani che, con quel po' di dignità che ancora non gli hanno tolto, rovistano tra le cassette degli scarti in cerca di frutta e verdura non troppo marcia. Tutto questo in quel lasso breve di tempo che gli concedono i netturbini con le loro ramazze ed il loro camion lavastrada.
Gli altri giorni c'è solo la puzza, l' unica cosa che rimane di tutto questo variopinto circo di persone è la strada - senza palazzo alcuno - che appare nella sua desolante solitudine. Un largo viale, non troppo lungo e con ampi marciapiedi, circondato da un parco e dal recinto di una casa di riposo. Una strada, nient' altro che una strada e neppure molto frequentata. Vuota, sola ed anonima. Mi piace, mi identifico con la sua solitudine, anch' io sono vuoto e in questa città nessuno mi conosce. Mi piace essere nessuno.
E' anche la via degli amori impossibili - nelle macchine al sole e raramente anche nei giorni di pioggia - stanno lì abbracciati sotto il parabrezza nella pausa pranzo ed a volte i vetri si appannano. Amori clandestini, lontano da coniugi forse inconsapevoli o forse solo oramai totalmente disinteressati. Routine anche questo tradimento. Le passioni non le immaginavo in luoghi come questo, così a farsi due carezze, scambiare quattro chiacchiere, per vedersi - comunque vedersi - prima di tornare al lavoro, prima di tornare a casa.
Ma forse sono coppie regolari che vivono ancora in famiglia, la casa costa troppo, per il matrimonio non c'è tempo, bisogna pensare prima al lavoro ed allora rimane solo questo viale.
C'è un legame tra i loro amori di contrabbando e questo luogo: è un varco all' interno della città, un varco all' interno della loro vita. Terra di nessuno, vita di nessuno, qui in potenza puoi essere chiunque, puoi immaginare, sognare la vita che vuoi, tornerai dopo nella vita che puoi.
Nel parco una signora anziana distrae le mie riflessioni. Alla mia vista è coperta dal muretto fino al ventre. Inveisce in malo modo con pesanti parole verso una signora più giovane, in compagnia della figlia e del cane, lontana da lei una trentina di metri. Ha perso ogni dignità, sotto quel grigio anziano di cui si veste è capace di inveire violentemente, fa specie in un anziano.
Un ragazzo giovane si avvicina alla vecchia e cerca di calmarla con il buon senso e la pazienza: è un suo familiare.
Giro l' angolo e mi si svela il mistero, la vecchia ha al guinzaglio un grosso cane. Ha paura che il suo la trascini verso l' altro, ha paura di non saper trattenere l' animale, ha paura di cadere e la lunga attesa ha fatto si che si rivolgesse all' altra donna definendola "Troia, vacca e puttana" perché il suo cane stava impiegando troppo tempo per pisciare.
Splat!
Se qualche scienziato biogenetico ha l'avventura di leggere questo testo sappia che è arrivato il momento storico giusto per modificare geneticamente questa razza animale così fedele, affettuosa e a noi cosi cara. Sarebbe oltremodo utile inventare una razza canina che non caghi e non pisci, diremmo fine così ad inutili litigi ed anche a marciapiedi e giardini pieni di stronzi, per altro così forieri di denaro e fortuna come tutti ben sanno per esperienza diretta
Uno, cinque, dieci e una soltanto
In quella via dal nome esotico che ricorda imperi presto periti, forse mai nati, ho incontrato un albero.
Un giovane elegante susino. Un ancor piccolo tronco che ad un metro da terra si apre a ventaglio in cinque sanissimi rami che porgono le loro fronde al cielo. Cinque rami, cinque bambini felici che giocano, che ridono. Dieci gambette che scodinzolano allegre per aria. Se ne stavano lì felici a giocare, a far gara con il susino su chi era più giovane e più allegro.
Poco più in là un cane pastore con gli occhi lucidi di gioia li guardava, con gli occhi si inerpicava sui rami e - con gli occhi -raggiungeva quei bimbi. Lo sguardo al cielo, la lingua penzoloni seguiva lo stesso ritmo, la stessa vita di quelle gambette per aria.
Un albero, cinque rami, dieci gambette, una gioia soltanto, unica per tutti, anche per il cane, anche per me che sono passato per sbaglio.
Oggi ho tolto quell' incisivo dolente, quella presenza costante , quel dolore onnipresente.
Quel tarlo continuo nella mia vita, quel segno sul mio volto, quel promemoria costante dei miei passati dolori, delle mie passate passioni, delle mie future speranze. Insopportabile nel suo quieto dolore, non lancinante ma lieve. Mai un urlo dalle mie labbra, mai un grido terrifico di disperazione, solo una mediocre e sopportabile onnipresenza. Lo sento, lo sento sempre, brevi i momenti di distrazione troppo brevi. Quel dente è lì al centro delle mie gengive, devitalizzato e morto da decenni ma io lo sento, sento la sua presenza.
Sensibile al freddo per me è proibito correre in inverno a bocca aperta , aspirare la gelida aria invernale intensifica il suo petulante richiamo.
Oggi di fronte allo specchio con le dita a tenaglia l'ho strappato dalle mie gengive. Il sangue come una piccola fonte ha disegnato un rivo sulle mie labbra che è sceso sul mento. Sono andato così oggi al lavoro tra gli sguardi increduli dei passanti che fermavano lo sguardo, dei colleghi che non avevano più niente a che fare con me.
Fiero della mia fonte che sgorgava libera sul mio volto, dalle mie labbra. Sangue libero finalmente.
Una cartella. Sì! Una cartella a terra, così lasciata lì, forse per dimenticanza, forse per altro. Stamane quando sono salito sul numero 23 lho vista a terra nel mezzo dellautobus. Solo tre ragazze erano presenti oltre allautista ed ognuna ignorava nel modo più totale quelloggetto, eppure loro forse sapevano chi l aveva lasciato, ma era come se non apparisse alla loro vista. Anche io dopo unocchiata lho ignorata. Eppure così sporca era impossibile non vederla, non intervenire per ricollocare quelloggetto che aveva perso il suo posto. Nessuno lo ha fatto, neppure io. Continuava a muoversi seguendo le curve della strada, le sterzate dellautista, le sue accelerazioni e le sue soste. Anche lui non ha fatto nulla per impedirlo, non ha utilizzato la sua autorità di capo vascello, non ha chiesto a nessuno di raccoglierla.
Era una cartellina bianca di quelle ottenute piegando fogli di plastica profilati ad alveoli, estremamente comune da qualche anno, con maniglia e serratura nere. Ma quello che la rendeva assolutamente visibile erano dei segni grandi, neri, vistosi, sporchi. Come fosse stata sfregata contro plastiche, guardrail, copertoni o forse paraurti di automobili. Grandi segni incisi dal caso, come un quadro informale, segnico, un quadro di Hans Hartung, nato per sbaglio fuori luogo e fuori tempo, abbandonato per questo forse, per la sua totale inadeguatezza, ignorato per questo forse. Vi immaginate se per caso da una macchia di umidità, in un edificio fatiscente e dismesso, apparisse linconfondibile volto della Gioconda. Che ne sarebbe di quellimmagine di quellopera nata da sola e nel posto sbagliato, quale destino se non loblio? Come un figlio non voluto, come un figlio dimenticato; che si arrangi da sé, che se la veda da solo.
Ma la cosa che ancor più la rendeva visibile era il suo essere fuori posto. Mai nel suo girovagare sul pavimento del bus, mai otteneva una posa, una collocazione che si potesse dire ordinata. Mai in asse con le pareti, mai in linea con alcunché, assolutamente impossibile per lei disporsi al centro, ma neppure a tre quarti, di quel campo di gioco. Solo ora capisco cosa dovevo fare. Alzarmi e spostarla nel posto giusto, allineandola a qualcosa almeno per un momento, lasciarla a terra non consegnarla allautista, darle solo per un attimo un posto, un posto giusto.
Anche se le producono di dimensioni anche maggiori questa era piccola, 40 x 30 cm profonda non più di sette. Sembra irrilevante per questa storia ma non lo è affatto. Per essere totalmente ignorati non si può essere troppo grandi, tenetelo a mente, se volete sparire tra i vostri simili non siate troppo grandi, moderate le vostre azioni ed anche i vostri pensieri.
Gli anziani sono diversi, non hanno paura del rapporto sociale parlano con chiunque. Non per questo sono meno crudeli, quelluomo per esempio, che è appena salito, non si è limitato ad una rapida occhiata, ad uno sguardo fugace, no! con la punta del suo ombrello lha scansata. Dava fastidio. I vecchi hanno sempre paura di inciampare e di cadere, è per questo che da quel piccolo orto, che è la vita che gli è rimasta, spostano i sassi con cura. Devono coltivare cipolle, pomodori, melanzane.
I giovani studenti invece la riconoscono subito, potrebbe essere la loro, potrebbe averla dimenticata uno come loro. Eppure questa ipotesi non li coinvolge, non pensano quanto sarebbero grati nei confronti di un suo salvatore se a perderla - quella cartella - fosse toccato a loro. Li immagino disperarsi, frignare, invocare laiuto di genitori indaffarati ed isterici per sopperire a quella loro distrazione. Eppure è così semplice basta che uno, uno qualsiasi di noi - varia umanità che popola il ventitré in questo giorno di pioggia - si alzi e la consegni allautista.
Eh sì perché oggi piove e i colori sono più densi. I muri delle case più grigi, le foglie e lerba più verde, lumidità rende anche più vischiosi gli umori tra il cavo orale e le narici e si ha più voglia di sputare.
Non la raccoglierò questa cartella, non farò nulla perché il suo futuro cambi e come me nessun altro lo farà. La lascerò andare al suo destino fossanche tragico. Non farò nulla per questa umanità a cui appartengo, che faccia da sé, vada alla deriva e io con lei. Tuttal più ci sputerò sopra il mio sputo più vischioso, più carico di batteri. Non è cinismo, non è rancore, è solo una strana forma di bellezza, è solo una strana forma di bontà. È la bellezza dellindifferenza che per un attimo mi accoglie. È bello essere indifferenti a tutto, anche a se stessi, è bello non essere coinvolti nella propria vita, spettatori passivi, televisivi, di qualsiasi accadimento. Quasi una condizione superiore dove le emozioni non contano osservare impassibili qualsiasi cosa non è poi male, non temere nulla, non avere nulla per cui valga la pena di soffrire veramente. Abbandonare gli affetti, i rancori, le ambizioni e le bassezze, abbandonare le proprietà, abbandonare le cartelle in autobus. Saremmo liberi, liberi in ogni momento.
Potrebbe essere un antidoto anche per questi venti di guerra che spirano sul mondo, se riusciamo a entrare in questa condizione d imperturbabile estraneità alla vita, la guerra non ci toccherà, non ci toccherà perché noi guarderemo da estranei la nostra morte.
Il novecento ci ha insegnato anche questo attraverso lindifferenza di Dio al destino delluomo e con lavvento della televisione. Lindifferenza di Dio è sconcertante, ma averla intuita è un dono. Sembra crudele, inspiegabile, assurdo ma se così fosse avrebbe un senso nella storia dellumanità. Sarebbe una tappa di un più lungo percorso, una cosa bisogna prima intuirla, poi conoscerla, poi praticarla.
La televisione ci ha insegnato a vivere questa condizione, la sera dopo cena siamo stati eroi di guerre fratricide e violente, amanti teneri ed instancabili, uomini dalle ammirabili virtù civili, uomini daffari, padri di famiglia ma anche crudeli assassini, ladri impenitenti oppure simpatiche canaglie. Ma poi abbiamo spento il televisore e sulle nostre mani non cera sangue, nel nostro cuore non cera nulla, sulle nostre coscienze non cera niente e siamo andati a letto tranquilli. Se fosse sempre così, tutto finto, non ci sarebbe una sola ragione per fare quel che stiamo facendo. Non ci sarebbe una sola ragione!
Forse è questa la lezione: se solo fossimo indifferenti come Dio non ci sarebbe nessun motivo valido per darsi tutta questa pena. Se solo fossimo indifferenti al potere e alla ricchezza non sfrutteremmo intere nazioni di nostri simili, se solo non credessimo in Dio non avremmo fedi da difendere e città sante da rivendicare, se fossimo insensibili alle differenze non ci sarebbero razze. Saremmo liberi, liberi tutti.
Ma se dovesse accadere, come per qualcuno è già accaduto, se la violenza dovesse entrare nella quotidianità della mia vita sono pronto! Non totalmente impassibile - a guardare come ora guardo questa cartella - ma quasi.
Proverò un lieve dispiacere per i vecchi che piangeranno i figli, i nipoti. Loro sono certo si faranno coinvolgere emotivamente, penseranno alla loro famiglia che muore agli affetti che si spezzano, anche se con le loro paure sono così meschini, mi spiace un poco per i vecchi.
Mi divertirò molto a pensare ai giovani che non capiranno come cambiare canale, che chiederanno aiuto a genitori cadaveri, che scopriranno di non avere strumenti ma solo arroganza, che chiederanno a chi chiedere, che si giustificheranno, mentiranno per essere esentati, soli ed inascoltati, mi diverto un poco a pensare ai giovani.
Non proverò pietà per gli adulti che combatteranno fino ad essere stanchi, che combatteranno fino ad essere morti, che parlano senza che le parole li riempiano, che pensano senza comprendere i pensieri. Che paghino, io pagherò, non ho nessuna pietà per gli adulti.
Spererò che i bimbi muoiano, che non debbano vivere questi dolori, che loro proprio non possono aver tempo per apprendere questa indifferenza. Spero che i bimbi muoiano subito.
Proverò un poco di gratitudine verso questa cartella che a me oggi ha donato questa totale indifferenza. Provo solo un poco di gratitudine verso questa cartella.
Da qualche tempo stento a trovare qualcosa di veramente emozionante. Il mondo è pieno di cose divertenti alcune attraenti, anche molto. Molte di queste cose sono irresistibili, non so resistervi, forse solo per mancanza di volontà, forse per altro. Ma dire che sono emozionanti questo non lo direi. Perdo i miei giorni inseguendo queste cose, di mia spontanea volontà, riempio i miei neuroni con informazioni ed enigmi e li saturo, riempio le mie ore di divertimenti, sento i miei sensi. Ma emozionanti no. Non mi soddisfano, non sono facilmente soddisfabile. Sono piaceri finiti, finiscono con un senso di finta sazietà, a volte nausea, a volte sbornia, a volte inebetimento. Rimango vuoto in attesa di non si sa che.
Da qualche tempo osservo le ombre sui muri del mio appartamento, le luci che si insinuano tra le tapparelle e creano sagome, righe, sequenze di punti luminosi, che variano lentamente con le ore, con le stagioni. A volte repentini questi mutamenti però. È una nuvola di passaggio oppure sono le foglie di un albero strapazzate dal vento. Sono emozionanti.
Un solo colore, ma i più non lo chiamerebbero neppure colore, è lombra e la luce. Passaggi infiniti di tonalità per passare da una allaltra, e se ad una visione dinsieme sono solo pochi questi passaggi chiaroscurali, ad una visione più attenta e maniacale quei grigi sono infiniti. Mutano nel tempo ma soprattutto mutano nel tuo sguardo, ogni volta che poni su loro la tua attenzione ti sembrano leggermente diversi e a volte è così, ma a volte no; non è cambiato nulla in loro.
Non mi stanco di guardarli, solo ad un certo punto capisci che basta, devi smettere e torni alla tua vita normale. Ma non ti lasciano vuoto ti lasciano pieno, soddisfatto. E poi hai la sensazione che siano durati in eterno questi attimi si siano dilatati a dismisura nel tempo, delle bolle che ti hanno riempito la vita in un attimo più lungo di tutto laltro tempo che è rimasto fuori. E sai che tornerai e il pensiero del ritorno non ti dà nausea, ma un senso di appartenenza che ti acquieta.
Non come quando pieno di cibo inorridisci al pensiero che domani mangerai. Non come dopo lamore che proprio non ne vuoi più almeno per un po e non ci vuoi neanche pensare. Non come dopo aver risolto finalmente il problema che ti ostacolava da tempo, concluso alla fine il lavoro, spegni il monitor ed il computer e per un po basta. Non come dopo aver giocato e vinto, che il gioco annoia. Non come dopo aver bevuto, che il solo pensiero di un altro bicchiere di quel vino che amavi ti acuisce il male alla testa.
Questi sono divertimenti, divergi da te. Distrazioni che hanno andamento sinusoidale alti e bassi alternati in una sequenza ciclica sempre simile a se stessa e che non da orizzonti ma reitera le tue emozioni fino a renderle insensate. Girare a vuoto, un meccanismo stanco e inutile.
Osservare le ombre, non ha andamento sinusoidale e neppure lineare. È un punto ed è unico dunque non vi è sviluppo né temporale né spaziale, è tutto e per sempre; e per ora è sulle pareti del mio appartamento.
Salmo 149 - Lode a Dio col canto e con la spada
Oggi alla fermata dellautobus due uomini sono arrivati cantando. Ridevano e cantavano.
Io aspettavo il diciotto, tornavo a casa. Raramente prendo lautobus, mi dà fastidio specie se affollato di aria umida e di persone. Lunica cosa che mi piace dellautobus è che puoi con facilità osservare. Osservare i volti, le espressioni, rubare di nascosto le frasi ed immaginare le storie per intero, non solo quei pochi frammenti che hai ascoltato. Certo alle fine sono storie che io mi invento non posso certo dire di averle ascoltate, non posso certo dire che sono vere. Ma io sono certo che sono vere.
Quei due uomini alla fermata. In realtà solo uno cantava, laltro era grasso e silenzioso, se cantava cantava solo con il sorriso. Sì! In fondo il suo sorriso era un canto. Aveva le scarpe a tennis rotte ma belle, di tela come quelle che i giovanotti portavano tempo fa, non così logore ovviamente. Le mani grosse e screpolate, la pelle arancio di un arancio che pensi subito al sole e alla terra. Rideva e pensava.
Laltro magro con la pelle del colore dello stesso sole, aveva uno zaino militare mimetico con avvolto dentro un sacco a pelo, magro anche il volto con rughe profonde che segnavano i bordi degli occhi, quando rideva rideva sempre. Bruno di capelli e folti con la barba, un contadino, si quasi certamente uno che sulla terra lavora. Cantava e lodava, lodava il Signore, cantava a voce alta.
Io facevo finta di niente, i più facevano finta di niente, in fondo è imbarazzante uno che canta a due passi da te alla fermata dellautobus. Lunica a non simulare indifferenza era una ragazza che spesso alzava gli occhi al cielo. Forse anche lei si rivolgeva allaltissimo!
Che certezza danimo bisogna avere per fare azioni come questa? A testa alta in mezzo alla strada, diritti senza esitare sulla propria di strada. Senza preoccuparsi del giudizio degli altri che certamente penseranno che sei matto. Se poi invece che lodare il Signore declami parole a tutti sconosciute allora puoi essere certo: sarai un pazzo, nullaltro.
Proprio in questi giorni riflettendo dicevo a me stesso: trova la tua forza danimo, reitera i tuoi credo, fatti forza, crediti. Credi comunque: ne hai bisogno!
Ma io non voglio andare per strada a cantare come un pazzo, non voglio essere certo delle mie certezze a tal punto. A me basta un po di quiete per poter lavorare e non cadere nello sconforto, a me basta un po di forza per resistere alle alterne fortune. Che la mia strada la so da me e sono impaziente.
Sarà la primavera ma tutto sembra andare per il meglio.
Mi sono sempre chiesto come mai alcuni dettagli hanno la capacità di attirare la mia attenzione. La cosa che più mi incuriosisce è come mai proprio quelli hanno avuto il sopravvento su tutti gli altri. Perché ho notato quella virgola, quel bicchiere oppure quel particolare del viso di quellestraneo? Perché quello e non un altro?
Anche quando guardo un film, non so perché ma ad un certo punto il mio sguardo esce dalla narrazione, esce dalla finzione e si fissa su una cosa, piccola ma significativa. Ecco anche questo mi stupisce, perché poi queste cose si rivelano rilevanti? Accade a tutti o accade solo a me? È la mente umana che si comporta in questo modo o lo fa solo la mia?
Sono queste le domande che mi faccio in momenti come questo. In treno, su un treno che non dovevo prendere, su una linea che non dovevo percorrere, addirittura il giorno prima rispetto al previsto. Cerco il mio posto prenotato ma è occupato da due giovani che prontamente si spostano e si siedono appena avanti. Lui assomiglia a Platinì, quel calciatore famoso qualche anno fa, lei è magra, mora, ha occhiali orizzontali e dita affusolate, tutto un po troppo. Non hanno prenotato e il controllore con lunga e meticolosa prassi burocratica li espone alla pubblica gogna, Mezzora e più di moduli, firme, pagamenti digitali. Mi chiedo se davvero un iter così lungo è necessario, se non è calcolato appositamente per, civilmente, esporre il reo allattenzione di tutti e scoraggiare così chiunque ad emulare tal gesto. Se così fosse sarei felice, perché dimostrerebbe che qualcuno, da qualche parte, pensa e lo fa allo scopo di ottenere con garbo il rispetto delle norme.
È bello incontrare lintelligenza così per caso, su un treno in una giornata di sole che corre di fuori. Troppo spesso percepisco, invece, che gli avvenimenti del mondo e della mia vita percorrono vie tortuose ed errate solo a causa dincapacità coniugata ad arroganza. Eh sì! Lincompetenza solo per breve tempo timidamente si ritrae, basta poco perché si arroghi il diritto di decidere. Che i competenti delle scelte sentono il peso, la responsabilità ma gli incompetenti sentono solo la boria.
Ma non è di questo che volevo parlare, non è questo che ha attirato la mia attenzione, seppur forse questo avvenimento appena descritto è più significativo del seguente.
Io osservo, scruto, insinuo i miei occhi attraverso le poltrone e li appoggio su di loro, sopra ai loro oggetti. La ragazza legge un libro scritto in ebraico ma non è ancora questo il dettaglio. "Platinì" porge una carta di riduzione ferroviaria emessa il giorno del mio compleanno, porta il mio stesso nome. Per quale caso sono capitato fianco a fianco ad un mio omonimo con una tessera ferroviaria emessa nel giorno del mio compleanno? E per quale caso il mio occhio si è posato su quella data, su quel nome? Perché lui ha scelto proprio di sedersi al mio posto tra tanti liberi? In questo gioco di ruoli contrapposti, di parti scambiate cerco di capire quale logica si celi, quale sorte. Dovrò fare una tessera ferroviaria nel giorno del suo compleanno per chiudere, colmare questa apertura, questa ferita del destino? O forse in quei numeri, su quella tessera cè scritto il futuro. Che sia la data della mia morte? Per quale ragione la data della sua nascita dovrebbe essere quella della mia morte e soprattutto perché la data del mio compleanno è la data della sua tessera? Forse sono numeri che devo giocare al lotto. Sì, ma quali di questi numeri? E su che ruota? O forse devo giocarli al superenalotto? Ma i numeri sono più di sei, li devo giocare tutti? Oggi, subito o domani va bene lo stesso? E se non escono devo proseguire ancora per quanto tempo? E se quando smetto escono?
Non riesco a capire, non riesco a porre ordine a questo dettaglio su questo treno che corre, io seduto contrario alla marcia, "Platinì" mi è sempre stato antipatico e questa ragazza è troppo magra, è magra anche nellanima. Ed inoltre laria condizionata è uninvenzione stupida, crea solo fastidiosi mal di testa. Che cazzo vuole da me "Platinì" e la sua cazzo di tessera? Chi me lo ha mandato? Fortuna o sciagura?
Quel che è accaduto è già poco probabile ma è accaduto, ora mi domando quante probabilità ci sono che si inserisca su questa serie di eventi casuali un altro evento concorde? Se lancio i dadi è improbabile che esca più volte lo stesso numero ma se accade è ancora più improbabile che ciò si ripeta. Certo ad ogni lancio le probabilità sono le stesse ma statisticamente una lunga sequenza e più improbabile. Quindi è molto probabile che non accadrà nulla. Questo mi tranquillizza in fondo quel che mi preoccupa è la paura di non essere in grado di decodificare il disegno del fato. Ma se non cè disegno e non cè fato, allora non cè nessun problema.
E poi, insomma, anche se fosse il destino che ha deciso di darmi un suggerimento, se fosse un disegno superiore che mi è stato enigmaticamente offerto o forse solo la dea bendata che ha deciso di privilegiarmi, beh sapete che gli dico a questi signori?
Andate a cagare! Se proprio volete scegliere me per cortesia sceglietemi per qualche dote, virtù o difetto che posseggo e non per ste stronzate, sti numerini, ste tessere!!! Se dovete scegliere uno a caso rivolgetevi ad un altro che io ho da fare, non ho tempo da perdere, se invece avete bisogno proprio di me vi prego di essere più espliciti.
Il mio indirizzo di email lo conoscete adesso vi lascio che il mal di testa ormai è lancinante.
A me piace larte contemporanea perché non si capisce niente. Mi piace entrare nelle gallerie ed osservare le opere di artisti che sono andati a scrutare chissà quale dettaglio del mondo, chissà quale anfratto, li ringrazio perché io non potrei osservare da solo tutti questi meandri.
Per questo frequento gallerie e osservo mostre. La mostra che preferisco è questa che ho di fronte ai miei occhi ora. Queste persone che non conosco, che mi siedono a fianco, che percorrono con me questo tratto di strada. Nei loro volti espongono la loro vita e io sono attratto da questa galleria di ritratti viventi. Certo, sono ancora una volta in treno!
Da chi iniziare? Quel giovane americano per esempio, ha una mandibola volitiva, grandi labbra, corporatura atletica e robusta ed occhiali da intellettuale, che in america le due cose non si contraddicono. E poi gli occhi vivi. Sorride sempre, ampio, sicuro, sereno. Non ha un solo pensiero pesante sulla coscienza, oggi cè il sole, il mare è bellissimo e nei suoi occhi si riflette tutto. Tutto quel sole, tutto quel mare. Il suo sguardo non s i ncanta mai. Mi hanno detto che è tipico dei giovani.
Infatti questo signore dai lunghi capelli mossi e brizzolati si fissa nel vuoto per lunghi momenti. Il sole ed il mare neppure li vede. Non credo si libererà facilmente dai suoi pensieri. Sembra in un vicolo cieco, con la sua spesa nella sporta, il suo lungo impermeabile bianco. Un artista, vestito come un intellettuale francese: elegante e minimale ma con una gravità di sguardo che è italiana. Non gli importa nulla di chi ha a fianco, di ciò che accade fuori dalla sua mente. Neanche parlargli di questo musicante di colore che questua un poco di centesimi di euro in cambio di vecchie brutte canzoni damore. Il nostro non lo vede nemmeno, anche i neri possono diventare invisibili dunque.
Ma non agli occhi di quella biondina. Lavevo già notata prima. Il suo sguardo stanco più dei suoi quarantanni. Guardava il mare con rassegnazione e rimpianto, chissà che vita voleva e chissà quale gli è toccata in sorte. Ma certo prova un po di rimpianto, che non voleva che le cose andassero così. E queste canzoni hanno su di lei uno strano effetto, non capisco se vuole sorridere o piangere, non capisco se commisera questo chitarrista di strada e la sua forzata allegria o se piuttosto commisera se stessa. Non capisco se trova ridicole queste canzoni o le ricordano estati passate, amori conclusi. O forse è proprio la banalità di questi amori, di questi ricordi che la fanno sentire insignificante. Come se rimpiangesse sogni svaniti e al tempo stesso si rendesse conto della loro banalità. Eppure un sorriso cè, in fondo ai suoi sogni ci teneva e gli fanno tenerezza, chissà dove sono ora? Chissà dove si sono ritratti?
Al grosso signore con il prominente doppio mento di tutto questo importa poco, ha il suo cellulare, i suoi affari e tra una telefonata e laltra pone ordine anche ai suoi pensieri. È lunico che ha offerto qualche moneta al nostro cantante. Sembra un bambinone che si è impegnato a fare ladulto e ci riesce abbastanza bene. In fondo è sempre stato uno scrupoloso bonaccione.
Tuttaltro la signora che va allestero a giocare i suoi soldi. Unico bagaglio un giornale di quelli con le corse dei cavalli ele lotterie. Mi rimprovera, senza rivolgermi lo sguardo, perché occupo un posto con il mio zaino. Inutili le mie scuse sono un maleducato irriducibile ai suoi occhi. Lei ritorna subito ai suoi calcoli numerici, alla sua algebra del fato, della casualità. Calcola coincidenze, ricorrenze, probabilità e aspetta al varco chissà quanti numeri ritardatari. Una nutrita famiglia gli si è seduta a fianco e per loro che perorava posti liberi. Tanti figli irrequieti che scodinzolano attorno a questa grande mamma che serenamente li accudisce, il padre un po distante tutela dallalto. Il piede del più piccolo ha lardire - forse per gratitudine - di toccare la gonna della signora. Uno, due, tre volte. La madre non se ne avvede. Lei sì! Tollera con difficoltà una, due, tre volte. Guarda indispettita la madre - sempre ignara - e finalmente giunge alla sua mente la soluzione. Strappa un pezzo del giornale e lo pone a barriera di quel piede impertinente e maleducato. Soddisfatta procede nei suoi calcoli.
Dietro di me sento la voce di una professoressa petulante che parla con una collega di quanti anni mancano alla pensione, di come cucinare il brasato, dei figli e di quanto ami leggere. Un po si dispiace della pensione imminente ma crede che con i suoi tanti interessi non troverà modo di annoiarsi. Un figlio è presente ed è più petulante di lei, sta cavillando su non so quale data, su non so quale avvenimento storico.
Di fronte a me un giapponese ventenne, in preda ad una catarrosa influenza, sta riempiendo i due posti che occupa di mocciolosi fazzoletti di carta. Ha una sporta nella quale rimesta spesso e di volta in volta ne fuoriescono le cose più varie. Fazzoletti in quantità innanzitutto, tetrapak di the al limone che beve in pochi sorsi per poi disporli sotto al finestrino in fila disordinata, il giornale di oggi che deve avere già letto, un libro voluminoso in italiano che ogni tanto legge. Lo apre ogni volta in un punto diverso e legge con attenzione, ma è unattenzione breve che sfuma alla seconda pagina. Sembra un bambino introverso, arrogante ed egocentrico. Viene da pensare che più che per imparare litaliano sia venuto qui per "smurgantarsi" in libertà senza per questo essere escluso dal consesso civile. Un lusso impensabile in giappone.
Provo un poco di curiosità nello scrutare le vite di questi signori. Un po coatta questa curiosità è vero, ma pur viva. E se osservassi la mia di vita con tale scrupolo? Forse è meglio di no!
Ho come limpressione che, a parte qualche accidente del caso, sia già tutto scritto in quei volti. Il loro passato è ancora lì e con un po di attenzione si vede. Il presente è palese. E data queste premesse il futuro in fondo è scontato. Anche se vince al lotto la signora non cambierà e così è pure per gli altri. Sono solitamente così ansioso nei confronti del mio destino che il pensiero di averlo da sempre scritto in volto mi fa sorridere.
Sono forse queste le carte che leggono i cartomanti, quelle nei nostri volti. Ricordo ancora con divertimento quella volta che mi sono fatto leggere le carte. Me ne sono stato chiuso in me stesso senza dar segni ne dintesa ne daltro. La cartomante non sapeva che pesci prendere, passava da un argomento ad un altro cercando una breccia e alla fine gliela ho offerta per non farla troppo penare. Cera anche una coppia di testimoni di Geova che prontamente se ne sono andati per non assistere allempietà. La cosa curiosa è che ha iniziato a tessermi una vita addosso che non era propriamente la mia ma un frammento distorto. E io partecipavo a questo gioco di specchi impersonificandomi sempre più in codesto me stesso artefatto, che pure a lei doveva sembrare lunico vero. Lho percepita questa donna come una sanguisuga che cercava sangue ed a cui io ho dato orina.
Chissà se i miei compagni di viaggio mi stanno ingannando, forse io mi inganno da solo nellamplificare pochi minuti della loro esistenza fino a farli diventare tutta la loro vita. Forse mi inganno nel ritrarre la loro vita quando da essa loro sono ritratti.
Solo ora, in prima pagina, mi avvedo che Gaber è morto.
Invidio gli occhi dei cani quando ridono. Mi sembra che abbiano una così grande capacità di gioire, così più grande della mia che li invidio. Li incontro per strada appena esce un poco di sole, loro sono già lì che si rincorrono, quelli più giovani sono incontenibili si avvitano nell' aria scodinzolano senza tregua. É una vita che non finisce mai la loro. É vero, i cani più anziani sembrano meno vitali, hanno un aria vissuta e guardano con indolenza i più giovani, ma poi basta un balzo, un gioco, una corsa e tornano immediatamente infanti. Negli umani questo è più difficile. Ho visto anche dei bimbi nudi scodinzolare nel mare nei giorni caldi destate, è la stessa gioia; la gioia della corsa, dellacqua, delle gambe che saltano, delle mani che afferrano laria e la vita.
Qualche giorno fa ho visto una bambina a cavallo di un cane fulvo, le quattro gambe di lui piantate nell'asfalto a freno della volontà di lei di spostarlo a forza. Lei insistente e proterva lo voleva sollevare di peso, spostarlo per chissà quale ragione, ma lui niente guardava con indifferenza in lontananza, impassibile.
Il giorno prima era lui ad importunare un suo simile che pazientava sull'irruenza del più giovane.
I cani gioiscono anche del padrone. Certo vi sarà capitato di vedere cani a culo dritto, impettiti, mentre il padrone li porta a passeggio, li precedono fieri, più sono piccoli e più si fanno grandi. Mi chiedo come possono pensare che tutti gli sguardi sono rivolti a loro, eppure è così se li guardi con attenzione comprendi che è così.
Isotta in gioventù quando le accarezzavi la pancia, gambe per aria, non riusciva trattenere la felicità e pisciava. Mi piacerebbe essere così felice da pisciarmi addosso.
Vorrei la felicità dei cani, eviterei però volentieri la loro puzza.
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