Compagnia Teatro Umoristico " I De Filippo "

" 'O padrone song'io "

versione napoletana di Eduardo De Filippo
del "Sior Tita paron" di Gino Rocca

[ Eduardo con  Franco Sportelli,stagione 1956-57]
[Eduardo con Franco Sportelli,stagione 1956-57]

Giovanni e' il servitore di un padrone che alla sua morte gli lascia tutto in eredita' ,a patto che mantenga la servitu'.Giovanni si mostra un padrone meticoloso e attento e questo gli procura le invidie dei servi che un tempo erano suoi amici.Stanco dei grattacapi che questi gli procurano decide di lasciare loro tutto,sicuro che prima o poi lo richiameranno per prendere di nuovo possesso delle proprieta'.Cio'puntualmente si verifica .

" Nel Sior Tita paron Gino Rocca ironizzò la rivolta dei servi contro i padroni, non motivata da ragioni di giustizia sociale, ma soltanto dalla cupidigia di prendere il loro posto, rivelandosi, una volta divenuti padroni essi stessi, più avidi e più esosi coi loro dipendenti. In questo fenomeno verificatosi nel primo dopoguerra, che servì di spunto anche ad Alfredo Panzini per il suo romanzo "Il padrone sono me", Eduardo De Filippo ha ravvisato caratteri comuni al secondo dopoguerra che gli hanno suggerito l'idea della versione e dell'aggiornamento. [...] Commedia agile, dall'azione vivace, varia negli episodi e nel disegno dei caratteri, Il padrone sono io ha avuto in Eduardo un interprete mirabile della figura scaltra, silenziosa, imperturbabile del maggiordomo Giovanni. A dar la misura della sensibilità e finezza della sua arte di attore, basterebbe il modo con cui egli ha accolto la notizia dell'eredità: freddo, come svagato, non rivelando alcuna sorpresa, ma così sconvolto dentro da mancargli improvvisamente le forze; e poi sempre con quella sua calma, con quel sorriso segreto fino al trionfo finale " .
(Arnoldo Fraccaroli, Il Momento, Roma, 7 aprile 1957).

" Eduardo che vediamo di volta in volta raffinare le sue interpretazioni cercando in profondità ciò che prima si contentava di enunciare e rasciugando con matura esperienza d'artista certe compiaciute viscosità, ha fatto di Giovanni un capolavoro di astuzia contadina e di impotente pazienza, di sorda tenacia e di vigile attenzione, moralmente trattenuto dalla precedente complicità coi compari, ma asciutto e deciso, persino nella avarizia dei sentimenti, quando si tratta di tirare le fila del suo piano. [...] Abbiamo visto più di una volta del teatro puro: come l'atteggiamento al tempo stesso incredulo, commosso, trattenuto, impaziente di Eduardo quando riceve la notizia dell'eredità. O le sue occhiate di desiderio, adesso che è padrone di tutto, all'attraente cappello dell'amministratore " .
(Giorgio Prosperi, Il Tempo, Roma, 7 aprile 1957).