Angelica Jacob
Fermentation
Frassinelli, , 1998

[...] Per cominciare diciamo pure che donne diverse hanno voglie diverse. Una volta lessi di una che mangiava il carbone. Di notte, quando il marito e i figli dormivano, scendeva in punta di piedi in cantina per succhiare quei pezzi freschi e scuri di vecchia pietra. Poi c'era quella del disinfettante: comprava enormi bottiglie di candeggina e la annusava dopo aver impregnato dei pezzi di cotone idrofilo che si portava in giro nascosti in tasca. Anna Bolena mangiava lingue d'allodola. Fabienne, la ragazza delle case qui di fronte, aveva una vasca di pesci gatto. Gli tagliava la testa e se li mangiava crudi. E mia mamma mi raccontò di una donna africana che mangiava termitai, meglio se dopo una pioggia perché la terra era umida. Pare che Maria, regina di Scozia, in qualche occasione abbia invece ordinato genitali di cigno, e una mia zia paterna aveva la mania di intingere le cipolline sottaceto nello sciroppo di melassa. Per finire, la principessa tibetana che andava matta per i topi ed Eva, con la sua irresistibile voglia di un frutto ormai diventato infame.
Sia come sia. La lista è infinita, e le storie uniche. Dal canto mio avevo sempre sperato che, nel caso fossi rimasta incinta, mi sarebbe venuta voglia di ostriche.

[...] Ma non doveva essere così. A scegliere la voglia sarebbe stato il mio corpo, e il menu non prevedeva ostriche.

[...] Più il mio corpo ingrossava, più aumentava la voglia di formaggi forti e salati. Li consumavo a mezzogiorno, e nel pomeriggio mi sdraiavo a riposare. Di vero sonno ristoratore, però non si parlava neanche. Lo riferii al mio medico, che mi prescrisse una cura di ferro, ma arrivai al punto in cui l'unica cosa che il mio corpo accettava di ingerire era il formaggio, e se anche riuscivo a buttar giù una pastiglia o due non mi serviva a niente. Alla fine buttai via il flacone.



Ultimo aggiornamento: 19 marzo 1999 
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