Banana Yoshimoto
N.P.
Feltrinelli, Milano, 1996

[...]

La sua mente confusa e frantumata come un mosaico era rivolta verso una sola parola: morte, e si stava concentrando intorno a essa. Con un'energia incredibile, in assoluto silenzio.
"Non puoi farlo, pensa a quest'estate. Ne valeva la pena, no? Ti ricordi le risate? Eppure, anche se abbiamo pianto e riso tante volte dimenticandoci di tutto il resto, se tu muori, presto anch'io finirò col dimenticare. Non ti sembra un peccato?"
Cercavo di trattenerla sotto un fuoco di fila di parole che ricaricavo freneticamente. Ma in contrasto con questa velocità mentale il mio corpo era progressivamente paralizzato e non faceva da tramite. Riuscii solo a balbettare:
"Non...Quest'...Se muo..."
Tutt'a un tratto Sui si alzò, mi guardò un attimo e poi si diresse verso la porta. Fu allora che capii davvero. La certezza mi colpì, con la chiarezza del cristallo, con il bagliore del fulmine.
"Questa è l'ultima volta che la vedo", pensai.
La sua figura di spalle ricordava un giglio. Peccato non averglielo detto, poco prima: è vero, ti somigliano.
In quel momento, Sui si voltò verso di me.
"Cosa? Giglio?" chiese. "Hai detto giglio?"
Non so come riuscii a farlo. Sentii un dolore come se avessi strappato di colpo il mio corpo dal pavimento a cui sembrava attaccato con la colla.
Lentamente, a fatica, riuscii a sollevarmi. Ormai non avevo quasi più coscienza. Era come se solo il mio spirito si fosse sollevato chiaramente, proprio come quando l'anima si stacca dal corpo.
Chiusi gli occhi. Ma percepivo lo stesso che Sui, sempre ferma in piedi nella stessa
posizione, mi guardava.
"Incredibile. Sembra una scena di Attrazione fatale," disse. "Come sei riuscita a sollevarti?"
Credo che sia stato perchè il medicinale non era ancora completamente entrato in circolo. Da sempre i medicinali hanno difficoltà a fare effetto su di me. Intanto, sentivo qualcosa pulsare forte all'interno del mio corpo. Qualcosa di prepotente, una specie di interrogativo che era stato sempre assopito dentro il mio corpo sin da bambina, le tante cose che avevo pensato giorno e notte dopo la morte di Shoji, la sua immagine che continuava a riapparirmi con insistenza da quando avevo incontrato Sui, le sensazioni che provavo per lei, i visi sorridenti di Saki e Otohiko, il senso di rimpianto per la fine di quell'estate. La tristezza di esistere, che avevo sempre avvertito in Sui, che era anche la mia stessa tristezza, la strana, inesplicabile irritazione che mi dava. Il sole forte, abbagliante, del primo giorno che ci eravamo incontrate. La superficie del laghetto che scintillava. La sua mano, la sensazione della sua mano che mi stringeva. Il fruscio dei suoi capelli nel vento.
L'estate, l'estate con Sui, il colore dello spazio che era sempre presente con la sua vibrazione, il luogo verso il quale la sua esistenza era rivolta.
Una sensazione di inconsolabile rimpianto per tutte queste cose.
Si tolse di nuovo le scarpe, venne accanto a me, mi abbracciò e mi baciò sulle labbra.
Durò solo un attimo, ma fu un bacio intenso.
Negli ultimi barlumi della mia coscienza, affiorò vago il pensiero: "Non mi ero mai data un bacio come questo con una donna". Come se avesse sentito, Sui disse ridendo:
"Con questo ho battuto ogni record!"
Mi addormentai.

[...]



Ultimo aggiornamento: 19 marzo 1999 
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