Luca Canali
Nei pleniluni sereni
Adelphi, Milano, 1993

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In seguito a questa serie di eventi tragici e grotteschi ricaddi in una tale condizione di malinconia e disordine mentale che interruppi di nuovo il mio lavoro. Tornai dalla maga Canidia e ottenni da lei alcune altre fiale, pensando che non avrei potuto sofrire più di quanto stavo già soffrendo e aspettandomi da esse una guarigione immediata o la forza di affrontare una soluzione suicida.
Non si verificò nessuna delle due ipotesi. Caddi in un sonno profondo, durato, credo, alcuni giorni. Mi svegliai destato da un rombo pulsante all'interno del mio corpo. Erano battiti del cuore. Sapevo di essere nel mondo, ma non capivo di quale mondo si trattasse.
Pronunciavo il mio nome e avveniva nella mia mente uno sconcertante fenomeno di sdoppiamento. Il suono delle parole che designavano oggetti perdeva senso, gli oggetti designati erano privi di nome, quindi assurdi, sconosciuti nella loro essenza, anche se superficialmente noti, mentre il suono dei loro nomi fluttuava nel vuoto privo di funzione e di senso.
Compresi di essere sulla soglia della pazzia. Tuttavia, se pensavo e riuscivo ad analizzare l'assurdo, ero ancora sano di mente. Ma percezione ed esperienza della realtà continuavano a restare sconnesse fra loro. Vissi qualche giorno in tale condizione di insensatezza. Poi la coscienza, senza alcuna partecipazione della volontà, trovò un antidoto a quella insopportabile angoscia esprimendo un sintomo più vistoso, più folle in apparenza, ma meno doloroso, non fosse stata la vergogna che le sue manifestazioni provocavano in me. Per lunghe settimane, cessata in parte l'angoscia, soggiacqui alla tirannia di ossessioni rituali: bisogno incoercibile di simmetria, negli oggetti sui tavoli, nelle sensazioni sulla pelle, negli urti contro gli spigoli, persino nelle parole da pronunciare o da trasformare in segni su fogli di papiro e, inoltre, l'irresistibile richiamo di ogni oggetto o frammento rilucente che dovevo assolutamente toccare e asportare, se necessario raccogliendolo, come fossi una gazza, dalla polvere o dal fango, e riponendolo poi gelosamente in una bisaccia predisposta dietro la porta di casa.
Infine soggiacqui alla ferrea necessità di numerare i gesti, i passi, talvolta persino i respiri. Un inferno di minuziosi controlli su me stesso, ma minacciosamente inclini a coinvolgere qualsiasi elemento della sfera esterna che giungesse a portata della mia sensibilità, più che della mia coscienza.

I passanti osservavano strabiliati o irridenti i miei péripli intorno a un albero, le ripetute verifiche d'una scritta sul muro, i "furti" di vetri infranti, frammenti di vasellame, piccole targhe metalliche ormai inservibili gettate in terra, che io raccatavo e scrupolosamente lustravo, intascandole per la mia collezione di nullità.
Avevo perduto dignità e volontà di lavoro: mi nutrivo di ciò che trovavo, o che alcuni sconosciuti impietositi mi offrivano. Il mio volto allucinato assumeva sempre più un aspetto belluino. La gente mi evitava, i vigili mi sorvegliavano. Qualche raro amico superstite disperava ormai definitivamente della mia guarigione.
E invece essa era più vicina di quanto credessi. Quelle fiale avevano di nuovo innescato un duplice meccanismo, perverso e insieme provvidenziale, tracciando nel mio destino una spirale al cui vertice era la certezza che tutto nell'universo è privo di senso e di fine.
Quelle torture gestuali che mi infliggevo non erano null'altro, dunque, che tentativi di esorcizzare tale certezza, e insieme ad essa il terrore ancestrale del caos primigenio. Avrei potuto uccidermi per disperazione, ma concepivo – da epicureo ortodosso, almeno in questo l'idea del suicidio soltanto come espressione di sazietà e tedio della vita. Volevo invece ancora vivere e lavorare, mentre quella ossessiva ritualità costituiva una sterile rivolta individuale a immutabili leggi universali.
Per ispirazione repentina giunsi all'umile accettazione del disordine e dell'insensatezza del tutto, liberato dunque da un peso troppo grave per la fragile struttura fisica e mentale dell'uomo. Mi sentii di nuovo parte della realtà, e riconciliato con essa.
Gettai le penose sozzure raccolte, mi detersi, acquistai cibo, riordinai la mia casa, ripresi a scrivere, a frequentare gente. Tutti si meravigliarono di vedermi così rapidamente migliorato.
In realtà mi ero liberato soltanto dei disturbi più evidenti. Continuavo ad essere profondamente depresso. In tale condizione, mi accadeva spesso di chiedermi se essa costituisse un privilegio intellettuale e speculativo o una dimidiazione della personalità, oltre che una sofferenza talvolta insopportabile.
Ma la soglia incredibilmente bassa del mio umore mi consentiva visioni e riflessioni di gelida attendibilità: mi accadeva, per esempio, di "uscire da me stesso", dalla cerniera della relatività, cioé dall'esistenza interpretata in esclusiva funzione dei miei sensi (limitati) e dei miei bisogni (elementari), e di vedere me stesso con gli occhi di un qualsiasi passante, divenendo così oggetto e non soggetto dell'osservazione, quindi estraneo a me stesso e inserito in un'altrui vicenda di cui tuttavia ignoravo i dettagli e i contorni. E di nuovo la mia malattia ciclica tornava nella fase "mentale" più che "gestuale".
Non mi sentivo più me stesso, ma non potevo neanche essere altri, fluttuavo dunque nel vuoto, e sentivo l'assurda levità della vita come il lampo di un attimo precedente e seguìto da due eternità buie. Mi rifugiavo allora nelle notizie e nelle tappe indiscusse del procedere della storia, ma mi coglieva il dubbio ossessivo che anche essa, la storia, non fosse altro che una ininterrotta serie di violenze, guerre, stragi di cui venivano addotte cause e obiettivi "nobili", cioé ideali, mentre in realtà esse non erano altro che il frutto di un micidiale accumularsi di brutali impulsi egocentrici, eufemisticamente definiti "economici". Rifiutavo di cibarmi di carni di animali uccisi, di cui piangevo la sorte e l'infinito e perenne dolore in quanto creature sensibili e indifese, destinate (da chi? dagli dèi?, ma quali dèi se non quelli farseschi e talvolta cialtroni della corte olimpica?) alla soddisfazione del più elementare bisogno dell'uomo, quello del cibo, ma spesso anche ai suoi truci divertimenti, la caccia per diporto o gli spettacoli circensi o addirittura talvolta al loro semplice e ignobile piacere di torturare, uccidere, assistere con morboso piacere alle atroci sofferenze dell'agonia altrui.
Ma l'ipotesi (o allucinazione) che mi conduceva ad uno stato d'animo di angoscia
parossistica distruttiva di ogni ulteriore possibilità di ragione consisteva nell'immaginare che potesse esistere un universo esterno e infinito completamente privo di coscienza di sé o di coscienze viventi in esso capaci di indagarlo. Quell'idea di amassi di aggregati di materia cosmica e di abissi di vuoto sconfinato privi di qualsiasi senso, sempre e dovunque, era di una assurdità sconvolgente.
Ora, mi chiedevo, ero io a vedere più degli altri chiusi in un minuscolo cerchio di assuefazione -, era la mia capacità selettiva a pormi continuamente al cospetto dell'inusuale o, con una parola grossa, dell'assoluto e del pensiero liberato dai luoghi comuni, oppure tali pensieri, torturanti in sommo grado, erano frutti della mia diversità e della mia "pazzia"? Certo è che alla demenza sarei sicuramente arrivato, se avessi perseverato in tale mia attitudine smascheratrice e dissacratoria.
V'era un solo antidoto contro tale avvelenamento per eccessivo uso di scomodi quesiti o di inoppugnabile ma per lo più trascurata verità: incanaglirmi, richiudere alle mie spalle la porta dell'assoluto, rifugiarmi almeno per qualche tempo fra le pareti antisonorizzanti del banale o del relativo infimo libello che almeno mi avrebbe fatto sentire estraneo anche alla crassa volgarità del "comune buonsenso".
Non volevo dunque impazzire, né volevo, allora, uccidermi. La fortuna volle aiutarmi: ritrovai intatta l'amicizia di Catullo, e stabilii per suo mezzo un rapporto di casto affetto con una giovane donna, rigorosa nella fragilità, dolcissima nella fermezza: Porzia, figlia di Catone, imminente sposa di Bìbulo, il futuro console che sarebbe stato brutalmente esautorato dal suo collega Cesare.

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Ultimo aggiornamento: 19 marzo 1999 
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