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Paolo Maurensig
La variante di Lüneburg Adelphi, Milano, 1993 [...] La partita era ormai giunta a una fase critica. Questa volta non potevo pensare che Tabori volesse favorirmi: sta di fatto però che mi trovavo in netto vantaggio e sentivo che c'era nell'aria la mossa risolutiva. Tutte le mie energie erano concentrate nello sforzo di individuare un seguito vincente, ma questo continuava a sottrarmisi, come una persona che sbuchi di tanto in tanto dalla nebbia, facendosi riconoscere in ogni suo tratto, per poi subito dopo dileguarsi nuovamente. Dall'espressione del suo volto capii che Tabori mi stava mettendo tacitament in guardia: avevo la situazione in pugno e non dovevo lasciarmela sfuggire. Il tempo che meditai sulla mossa da fare si staccò dolcemente dal tempo reale, non ebbe più nulla a che vedere con il computo dei minuti, con lo scandire delle ore, con il ticchettio degli orologi e il logorio dei meccanismi, poiché era puro presente: una navicella proiettata alla velocità della luce... e quanto poco contava allora se il resto, la terra stessa, il pianeta che avevo lasciato, continuava chissà dove a consumare velocemente i suoi secoli. Ogni scelta implica, di per sé, l'abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali. E a questa regola dovetti infine sottostare anch'io. Quella successione di attimi intercorsi dal momento della mia decisione all'esecuzione materiale della mossa sulla scacchiera posso vederli ancora, fotogrammi in trasparenza, precipitarsi verso una conclusione preannunciata, come certi sogni che, ribaltando causa ed effetto, si concludono con un fatto reale che determina il nostro risveglio. Ecco dunque materializzarsi la mia mano e, sotto l'impulso di una costellazione di neuroni posta presumibilmente in un punto dell'emisfero destro del mio cervello, eccola spostarsi verso un certo pezzo - ricordo come fosse ora quella testa di cavallo reclinata all'indietro, quasi nell'atto di imbizzarrirsi -, per toglierlo dalla casella in cui stava e collocarlo in una attigua... Tutta la mia vita, gli accadimenti piccoli e grandi, le gioie e le afflizioni susseguitesi in essa, tutto galleggia come sopra una sorta di stagnante e nebulosa superficie, dove non sempre le cose stanno nel punto in cui si rivolge loro lo sguardo, dove nulla è chiaro o conseguente, o logico, o semplicemente collegato ad altre cose, dove nulla ha confini precisamente delineati o forme completamente percettibili - nulla, eccetto quella posizione di scacchi che arde ancora nella mia memoria di luce propria, e mi appare come immagino sia apparso e rimasto impresso a Mosé il roveto in fiamme. Avevo sollevato il cavallo, dunque, e fino a quando lo tenni sospeso a mezz'aria non accadde niente, ché la mia scelta non era ancora fatta e quella figura avrei potuto collocarla anche altrove (avevo infatti almeno altre due possibilit`); ma quando infine la depositai in quella casa fatale, ne restai folgorato. Intendo dire: letteralmente folgorato! Dalla testa argentea di quel cavallo, infatti, attraverso il braccio e fino a tutto il resto del corpo, si trasmise quella che mi sembrò una terribile scossa elettrica, che mi fece balzare in piedi con un urlo, rovesciando la sedia sul pavimento. [...] |
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