Robert Schneider
Le voci del mondo
Einaudi, Torino, 1996

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Quindi accadde il prodigio: quel pomeriggio del suo quinto anno di vita Elias udì il suono dell'universo. Lo schianto che avvertì nelle orecchie fu tale da perdere l'equilibrio e da cadere supino nella neve. L'ultima cosa che vide fu un ciuffo di capelli biondi macchiati di sangue.
Mentre cadeva il suo udito si moltiplicò, e iniziò la metamorfosi. I bulbi degli occhi sporsero bruscamente dalle loro cavità, giungendo addirittura a proiettarsi oltre le palpebre e ad espandersi fin sotto le sopracciglia. E la peluria delle ciglia si appiccicò alla retina coperta da un velo di lacrime. Le pupille si dilatarono e fluttuarono sul bianco dell'iride: il loro colore naturale - un verde malinconico e autunnale - svanì per far posto a un giallo squillante e velenoso. Il collo si irrigidì, la nuca si piantò dolorosamente nella neve indurita. Poi la spina dorsale si inarcò, gli si gonfiò l'addome, l'ombelico divenne duro come un osso e dalla sua pelle raggrinzita incominciò a colare un filo di sangue. Il volto di Elias assunse un'espressione spaventosa, come se tutto lo strazio del mondo vi si fosse concentrato per lasciare la sua impronta. Le mascelle si protesero all'infuori, le labbra si ridussero a due sottili strisce esangui. Per la scomparsa delle gengive i denti gli caddero uno dopo l'altro, ed è un mistero che non ne sia rimasto soffocato. Poi, orribile a dirsi, il membro gli si indurì, e una striscia di sperma misto a urina e al sangue ombelicale formò un sottile rigagnolo che gli colava caldo giù dall'inguine. Durante la metamorfosi perse tutti gli escrementi - dal sudore alle feci - in quantità abnorme.
Quello che udì subito dopo fu il tuono cupo che gli saliva dal cuore. Un tuono oggi, un tuono domani: come dire che Elias aveva perso il senso del tempo. Non siamo perciò in grado di stabilire quanto a lungo rimase sdraiato nella neve. Secondo le misure umane forse qualche minuto, secondo quelle divine forse anni, come una curiosa circostanza servirà a chiarire.
All'orecchio di Elias si schiudeva un mondo di suoni, di voci e rumori che non aveva mai udito prima con tanta chiarezza. Non basta dire che li udiva: li vedeva. Vide l'aria condensarsi e poi di nuovo espandersi con ritmo incessante. Vide le valli dei suoni e le loro montagne gigantesche. Vide il ronzio del propiro sangue, il fruscio dei capelli tra le mani strette a pugno. E il respiro tagliave le narici con folate così violente che una tempesta di föaut;hn sarebbe parsa al confronto un timido venticello. I succhi gastrici si mescolavano chioccolando e gorgogliando. Le viscere mandavano un suono lungo, gutturale, incredibilmente modulato. I gas endocorporei si dilatavano sibilando o esplodendo, il midollo osseo vibrava e perfino l'umor vitreo tremava ai battiti oscuri del cuore.
Poi il suo udito si ampliò ancora, rovesciandosi come un orecchio gigantesco sulla macchia di terra dov'era sdraiato. Scrutò con l'orecchio teso paesaggi sotterranei a mille miglia di distanza, e luoghi distanti mille miglia. Sullo scenario sonoro dei suoi rumori corporei si spalancarono a velocità crescente altri scenari di gran lunga più vertiginosi, terrificanti e di una sontuosità inaudita. Tempeste di suoni, uragani di suoni, mari di suoni, deserti di suoni. Di colpo, in quella sconcertante massa sonora Elias riconobbe il battito del cuore di suo padre. Batteva dentro il suo, e in modo così aritmico e disarmonico che se Elias fosse stato del tutto cosciente ne avrebbe provato un senso di cupa disperazione. Ma Dio, nella sua infinita crudeltà, continuoò a mostrargli la scena.
Tempeste di suoni e rumori si abbattevano sulle orecchie di Elias con inaudita violenza. Un pandemonio di battiti cardiaci, uno scricchiolare di ossa, un ronzare modulato di infinite vene e arterie, un secco sfregare di labbra screpolate, uno stridere di denti digrignati, un frastuono incredibile di salive inghiottite, di gargarismi e colpi di tosse, di sputi, nasi soffiati e ruti, un gorgogliare di succhi gastrici e gelatinosi, il nitido chioccolare dell'urina, il frusciare dei capelli e quello più selvatico del pelo animale, lo stropiccio dei tessuti sulla pelle, il fischio sottile delle gocce di sudore evaporate, il tendersi delle fibre muscolari, l'urlo del sangue, umano o animale, eccitato dell'erezione. Per non parlare del forsennato caos di voci umane e versi animali sulla terra e nelle sue viscere.
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E poi scenari più lontani e abissali: i mostri delle profondità marine, il canto dei delfini, i lamenti grandiosi delle balene in agonia, gli accordi misteriosi dei grandi branchi di pesci, il ticchettio del plancton, le fruscianti volute dei pesci che depongono le loro uova, il fragore delle inondazioni e degli immani crolli sotterranei, il rombo assordante delle colate di lava, il canto delle maree, lo spumeggiare delle onde, il sibilo dell'acqua succhiata dal sole, il sussurrio e lo schianto titanico dei cori di nuvole, il suono limpido della luce... Ma che cosa sono le parole!
C'è però un ultimo suono di cui dobbiamo riferire, un suono tanto sottile che avrebbe anche potuto restare impercettibile nello sconfinato frastuono dell'universo. Ma così non fu, veniva da Eschberg. Era il debole battito cardiaco di un bambino non ancora nato: un feto, di sesso femminile. Quello che Elias aveva udito e visto lo scordò, non poté invece dimenticare il suono di quel cuore non nato. Perché apparteneva alla persona che gli era destinata da sempre. Era il cuore della sua amata...
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Ultimo aggiornamento: 19 marzo 1999 
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