|
Edith Wharton
Ethan Frome Newton, Roma, gennaio, 1994 "Ethan! Ethan" Voglio fare un'altra corsa in slitta, portami giù di nuovo!" "Giù dove?" "Per la discesa. Subito", ansimò lei. "In modo da non risalire mai più." "Matt! Ma che cosa stai dicendo?" La ragazza gli accostò le labbra a un orecchio: "Contro il grosso olmo. Hai detto che sapresti centrarlo. Così non dovremo lasciarci mai più". "Misericordia, che cosa ti è saltato in testa? Sei impazzita!" "Non sono impazzita; ma impazzirò, se ti lascio." "Oh, Matt, Matt...", mormorò lui. Mattie gli si strinse ancora più forte. i loro visi erano vicini. "Ethan, dove andrò, se ti lascio? Non riuscirò a cavarmela da sola. L'hai detto tu, proprio adesso. Tu sei l'unico a essere stato buono con me. E in casa ci sarà quell'intrusa... a dormire nel mio letto, dove la notte aspettavo di sentirti salire le scale..." Quelle parole gli strapparono il cuore a brandelli, portandogli la detestata visione della casa a cui avrebbe fatto ritorno... delle scale che avrebbe salito ogni sera, della donna che l'avrebbe atteso lassù. E la dolcezza della confessione di Mattie, la folle meraviglia di apprendere, alla fine, che tutto quello che aveva provato per l'aveva provato anche lei, rendevano l'altra figura più detestabile, il ritorno all'altra vita più intollerabile... Le supplice di Mattie continuavano a erompere tra i brevi singhiozzi, ma Ethan non udiva più le sue parole. Il cappello le era scivolato indietro e lui le stava accarezzando i capelli. Voleva scolpirne la sensazione nella mano, perché vi dormisse come un seme d'inverno. Poi trovo di nuovo la bocca della ragazza, e si illusero entrambi di essere ancora accanto al laghetto, nel sole bruciante d'agosto. Ma, appoggiando la guancia su quella di lei, Ethan la sentì fredda e bagnata di pianto. Vide la strada per le Piane, immersa nell'oscurità, e sentì il fischio del treno lungo la ferrovia. Gli abeti li ammantavano di tenebra e di silenzio. Avrebbero potuto trovarsi nelle loro bare, sottoterra. "Forse", si disse Ethan, "la sensazione sarà proprio questa...", e poi ancora: "Dopo, non sentirò più nulla...". Improvvisamente udì il vecchio sauro nitrire dalla strada, e pensò: "Si starà chiedendo perché nessuno gli dia la sua cena...". "Vieni", sussurrò Mattie, tirandolo per mano. Quella sua determinazione cupa lo dominava: Mattie pareva lo strumento incarnato del fato. Ethan riprese lo slittino, battendo gli occhi come un uccello notturno mentre passava dall'oscurità degli abeti alla trasparenza del crepuscolo nello spiazzo. La china sotto di loro era deserta. Tutta Starkfield era a cena, e nemmeno una figura animava lo spiazzo davanti alla chiesa. Il cielo, gonfio di nuvole che annunciavano un disgelo, pendeva basso come prima di un temporale estivo. Ethan forzò gli occhi nel buio, e gli parvero meno acuti, meno capaci del solito. Prese posto sulla slitta e Mattie gli si mise istantaneamente davanti. Il cappello le era scivolato nella neve ed egli le premeva le labbra sui capelli. Tese le gambe in fuori, puntò i calcagni nella strada per impedire che la slitta si sbilanciasse in avanti, afferrò la testa di Mattie e la attirò indietro, premendola tra le mani. Poi, di colpo, si levò in piedi di nuovo. "Alzati", le ordinò. Era il tono a cui lei aveva sempre obbedito, ma questa volta Mattie si rannicchiò nella slitta, ripetendo, con veemenza, "No, no, no!". "Alzati!" "Perché?" "Voglio sedere io davanti." "No, no! Come puoi guidare da quella posizione?" "Non devo. Seguiremo la traccia." Parlavano a sussurri soffocati, come se la notte li stesse spiando. "Alzati! Alzati!", insistette; ma lei continuava a ripetere, "perché vuoi sederti davanti?". "Perché... perché voglio sentirti mentre mi stringi", balbettò, e la trasse in piedi. La risposta parve soddisfarla, oppure cedette al tono energico della sua voce. Ethan si chinò, tastando nell'oscurità il fondo vetroso logorato dalle scivolate precedenti, e pose con cura i pattini della slitta tra i bordi della traccia. Mattie attese che lui si sedesse a gambe incrociate sul davanti della slitta; poi si accucciò rapida alle sue spalle e gli si avvinse con le braccia. Il fiato della ragazza sul collo lo fece rabbrividire di nuovo, e stava quasi per levarsi in piedi. Ma in un lampo ricordò l'alternativa. Mattie aveva ragione: meglio quello che separarsi. Si piegò indietro e attirò la bocca di Mattie alla sua... Proprio mentre partivano, udirono il sauro nitrire di nuovo, e quel familiare richiamo irrequieto, con tutte le immagini confuse che evocava, li rincorse giù per il primo tratto della china. A metà pendio c'era una caduta improvvisa, poi un rialzo, e infine un'altra, più lunga, delirante discesa. Mentre stavano per lanciarsi in quest'ultima, Ethan credette che stessero davvero volando, volando lontani lassù, nella notte nuvolosa, con Starkfield infinitamente remota sotto di loro, che si allontanava fino a ridursi a un puntino... Poi, di colpo, davanti a loro si parò il grosso olmo, che li aspettava alla curva. "Se la facciamo; so che possiamo centrarlo...", disse Ethan tra i denti. Mentre si lanciavano contro l'albero, Mattie gli si strinse ancora più forte con le braccia e a lui parve che il sangue di lei passasse nelle sue vene. Una volta o due la slitta sbandò appena sotto di loro. Ethan si inclinò per tenerla puntata contro l'olmo, ripetendosi senza sosta: "So che possiamo centrarlo"; e le brevi frasi che Mattie aveva pronunciato gli attraversarono la mente e gli danzarono davanti nell'aria. L'enorme albero si stagliò più grande e più vicino, e mentre stavano per andargli adosso Ethan pensò: "Ci sta aspettando: sembra sapere". Ma, improvvisamente, tra lui e la sua meta si parò la faccia di sua moglie, con i mostruosi lineamenti sconvolti, ed Ethan fece il movimento istintivo di schivarla. La slitta sbandò in risposta, ma lui la raddrizzò di nuovo, la tenne salda e la lanciò contro la grosse mole incombente. Ci fu un ultimo istante in cui gli parve che nell'aria sfrecciassero milioni di fili infuocati; e poi l'olmo... |
|
|