|
Linda Jaivin
Mangiami Edizioni Euroclub Italia S.p.A., , Fece scorrere le dita sui fianchi. Bizzarri sacchettini. Singolari, scuri, grinzosi, eppure assolutamente squisiti sulla lingua. Quando ha inventato i fichi Madre Natura stava sicuramente pensando a Padre Natura. Eva alzò lo sguardo, gettando indietro i lunghi capelli neri e facendo girare attorno gli occhi azzurro ghiaccio. Il supermercato sembrava tutto suo. Sarah, l'unica cassiera di turno la sera tardi, aveva appena battuto il conto all'unica altra cliente ed era di nuovo tutta presa dal suo fumettone tascabile. Non si sentiva altro che il ronzio dei vani frigorifero e il ritmo sommesso della musica registrata diffusa dagli altoparlanti. Il freddo artificiale del potente condizionamento attenuava quella che altrimenti sarebbe stata una cornucopia di odori di una sensualità quasi intollerabile, dal sentore dolce delle banane mature a quello pungente e agro di limoni e lime. Nei supermercati tutto è freddo, gli scintillanti pavimenti passati con lo straccio, l'acciaio gelido degli scaffali, la fluorescenza polare dell'illuminazione. Eva prese un fico dal mucchio e lo annusò. Sporse la lingua e lo leccò. Se alla micina piace il latte, perché non dovrebbero piacerle anche i fichi? Sollevò lentamente la corta gonna nera sopra i bordi di pizzo delle calze. Non portava mutande. Non se le metteva mai. A che cosa servono? Si toccò e si scoprì calda e bagnata. Con l'altra mano si portò il fico tra le gambe. Lo usò per giocherellare con l'imboccatura della fica, prima con delicatezza e poi con vigore. Sentì la buccia del fico esplodere. Parte dei semini appiccicosi schizzò fuori, aderendo alle labbra della fica e ai punti segreti nell'interno delle cosce. Si rimise il fico in bocca. Dolce-salato. Lo succhiò tutto. Quindi ributtò il frutto spolpato sullo scaffale e passò alle fragole. Grosse, rosse e solide, avevano la precisa consapevolezza di quale fosse la loro giusta collocazione. Dentro il suo corpo, fino in fondo. Fece alcuni passettini a gambe strette, piazzando un tacco a spillo davanti all'altro, tutta concentrata sulla sensazione creata dalle fragole che scivolavano e si spappolavano l'una contro l'altra. Le sembrò di poter distinguere i peduncoli a uno a uno, verdi solleticanti. Finchè si fermò, si lasciò andare di schiena contro gli scaffali, chiuse gli occhi e si sentì squagliare. Adam, il detective del negozio, deglutì con fatica. Cercò di avere una visione migliore della donna da dietro la pila di sacchetti di patatine dove si era nascosto. Il groppo in gola scese per il collo taurino, arrivando fino al colletto della camicia rigidamente abbottonata. Era lì, in piedi dietro i piatti pronti, quando lei si era inoltrata con passo deciso nel settore frutta e verdura. Aveva visto tutto. Sapeva che avrebbe dovuto arrestarla quando aveva compiuto quel gesto con il fico, ma si era scoperto paralizzato da... Da che cosa? Si sentì percorrere da un fremito. Tirò su i pantaloni color cachi e si passò una mano incerta sui capelli a spazzola. Movimenti impacciati. Un luccicante pacchetto di fiocchi di granturco a basso tenore di colesterolo, garantiti biologici, si schiantò a terra con un frastuono che gli diede un tutto al cuore. Se se ne accorse, Eva non lo diede a vedere. La sua espressione non era cambiata. Era rapita. Sollevò ancora di più la gonna, fin sopra il reggicalze. Ficcatasi a fondo due dita nel morbido frutto privato, ci si lasciò andare sopra di peso e le spinse dentro, inzuppandole di succhi freschi e pungenti. Quindi le tirò fuori lentamente e se le piazzò in bocca, succhiandole tra le labbra socchiuse. Aveva un grumo di crema color fragola appiccicato al mento. Frugò nella borsa in cerca dello specchietto. Chinatasi in avanti, con il culo puntato verso Adam, si mise lo specchietto tra le gambe e, allargandosi le labbra con le dita, si esaminò con intensa concentrazione. Acini d'uva. Fu precisamente quello che le passò per la testa in quel momento. Li scelse con cura. Frutti sodi, in grappolo compatto. Di quelli grossi, rotondi, porporini. Si voltò, in modo da essere di nuovo rivolta nella direzione di Adam, e si lasciò andare all'indietro sullo scaffale. Spalancate le gambe, tracciandosi piccoli zero con una mano sul clitoride, con l'altra si spinse dentro gli acini, un po' per volta, ritraendosi un attimo prima di ogni nuova spinta. I peduncoli graffiavano e solleticavano; le piaceva. Senza alcun preavviso, sollevò la testa per guardare diritto negli occhi l'uomo che aveva continuato ininterrottamente a spiarla. Un sorriso le affiorò sulle labbra rosso sangue. Certo che sapeva che era lì. Con un sorriso maligno, tirò fuori un acino isolato e gocciolante e glielo offrì. Adam rimase pietrificato come un contenitore di pietanze pronte surgelate. Lei scrollò le spalle. Aprendo le labbra, inghiottì l'acino con un gran rumore di risucchio, rimettendo il resto del grappolo sullo scaffale. Senza abbandonare un solo istante lo sguardo dell'uomo inchiodato al suo, cercò a tentoni alle proprie spalle finchè trovò un kiwi maturo. Se lo portò davanti alla faccia, sempre fissandolo duro negli occhi, e ficcò le unghie color ribes nella polpa, frantumandone la buccia. Il liquido verde le scorse sulle dita. I suoi occhi perforarono quelli dell'uomo. Si infilò il frutto spiaccicato nelle ancor fameliche fauci che aveva tra le gambe, ormai gocciolanti di succhi di ogni genere. Adam fece un unico, titubante passo nella sua direzione. Lei finse di non accorgersene. Estrasse con calma il kiwi e procedette a mangiarne mezzo. Quindi offrì l'altra metà al detective, inarcando un sopracciglio. A questo punto lui stava avanzando a grandi passi verso di lei. Ecco che prendeva il frutto. Lo mangiava con espressione rapita. Le cadeva in ginocchio davanti. Lei allargò le gambe. Con un solo movimento rapido allungò una mano e, afferratolo per la nuca, si portò la sua bocca alla fica. L'uomo ansimò. <Mangiami>, gli ordinò. <No, io...>borbottò lui, la voce rotta dal panico. <Mangiami, patata marcia>, ripetè lei, questa volta in tono minaccioso. <Io...> Eva frugò nella borsetta con la mano libera finchè trovò la frusta. Quella di dimensioni ridotte che si portava sempre dietro. Le fece schioccare sul pavimento di fianco ad Adam. Lui scosse la testa, ma i suoi capelli corti e folti non fecero che eccitarla, strofinandosi su e giù sul suo sesso sensibilizzato e dilatato. La peluria del mento le sfregò in modo irresistibile sull'interno delle cosce. <Mangiami, macchia di caffè. Fetta di formaggio ammuffito. Trancio di carne di cavallo rancida di cinque giorni>, lo incitò, pungolandogli la nuca con il manico della frusta. <No!> si ribellò lui. <No e no! E tu non puoi costringermi! Io sono bravo!> <Sei un cattivaccio>, lo contraddisse lei. <Cattivo come un sacchetto di patatine misura extra large con aceto e sale. Cattivo come la torta Heavenly Chocolate.> E se lo tirò ancora più vicino con uno strattone. <Non è vero!> ansimò lui, aggrappandosi alle sue gambe con entrambe le mani. <Sono senza macchia come Sara Lee, puro come la pasta integrale. Non mi presto - ohi! - al tuo giochetto schifoso.> Lei gli diede una gran tirata d'orecchi. Lui frignò e cessò ogni sforzo. <Benissimo>, le borbottò tra le gambe. <Va bene, benissimo. Ti mangio. Lo faccio. Sarai il mio patè, il mio calamaro, il mio risotto alla zucca, il mio arrosto con tre verdure.> E si mise all'opera, mangiando come se stesse morendo di fame. La divorò con la lingua, le labbra, i denti, le mani. Mangiò ogni traccia di fico, di fragola, di uva, di kiwi, trasformati dal suo frullatore amoroso in uno yogurt ai frutti tropicali caldo e salato. Eva lasciò cadere la frusta. La sua mano si serrò su un casco di banane, mentre si lasciava scivolare sul pavimento. Adesso Adam le stava inginocchiato tra le gambe, continuando però a pascersi al suo voluttuoso trogolo. Tese le braccia, le afferrò le mani e le inchiodò al pavimento con le sue, costringendola a lasciar andare le banane. Lei sollevò la testa e gli scoccò uno sguardo di fuoco. Si ribellò, ma senza esito. Adesso il sorriso maligno lo aveva lui. Quindi, con il suo personalissimo ritmo, lento come una tortura, tornò a occuparsi della sua fica. Gemendo, lei gli venne in bocca, scalciando furiosamente con un piede e facendo schizzare una scarpa a tacco alto nella corsia, verso i cereali per la prima colazione. Continuando a leccare, lui le lasciò andare le mani che le ricaddero inermi lungo i fianchi. Quindi andò a tentoni in cerca delle banane e ne sbucciò una. Lei trattenne il fiato mentre gliela ficcava in corpo. Lui si tirò faticosamente in piedi e la guardò di sottecchi mentre, con spinte ben ritmate, lei si concedeva di nuovo all'orgasmo. Non si fermò finchè la banana non si fu ridotta a poltiglia. <Troia schifosa>, sputò Adam, dirigendosi verso le verdure. Tornò indietro con un cetriolo libanese. Lei si raddrizzò e raccolse la frusta. <Che cos'hai detto?> tono imperioso, anche se un po' scosso. <Scheggia di salame da trappola per topi>, sputò con voce rauca. <Troia schifosa>, ripetè lui, ma in tono un po' meno convinto, gli occhi fissi sulla mano armata di frusta. <Mi fai senso più del minestrone in scatola, più del... del tiramisù, più del formaggio a fette.> <Cavati i calzoni, faccia di pollo allo spiedo>, ribattè lei, accarezzando il cuoio. <Neanche per sogno, piedi di merluzzo.> <Cavati i calzoni, ti ho detto, palla di lardo.> <Troia. Fica. Ossa da brodo.> Eva fece schioccare la frusta con un movimento repentino. L'estremità lambì la coscia di Adam. Le sue narici fremettero. Si tirò giù i calzoni, svelando che non portava nemmeno lui le mutande. Aveva un'erezione poderoso. Eva gliela pungolò con la frusta. Quindi esplose in una risatina di scherno. <Allora, stracchino. Te la sei goduta fin da principio, eh?> Adam si rifiutò di incrociare il suo sguardo. <Piegati in avanti.> <No.> <Non farmi arrabbiare.> Lui si corrucciò ma obbedì, porgendole il culo, reggendosi con le mani contro lo scaffale della frutta. <Dammi quel cetriolo.> Girata la testa, lui la guardò mentre lo lubrificava infilandoselo nella vagina. Lentamente, glielo infilò nel culo. Lui gemette, torcendosi di dolore e piacere. Calò improvviso il silenzio. Qualcuno aveva spento la musica registrata. Eva e Adam si paralizzarono mentre, con un leggero sfrigolio elettronico e un raschio di gola, dal sistema di altoparlanti arrivava la voce di Sarah. <Attenzione, signori clienti. Il negozio chiude. Vi preghiamo di fare le ultime scelte e di passare alla cassa. Grazie per la vostra comprensione. E, per favore, tornate qui a fare i vostri acquisti.> Eva tolse il cetriolo dall'ano di Adam e lo ributtò nella zona verdure. Andò ad atterrare accanto agli altri cetrioli. <Bel lancio, budino.> <Grazie.> Scoppiarono a ridere tutti e due, una risata un po' aspra, e si riassettarono rapidamente gli abiti. Eva recuperò la scarpa, ripiegò la frusta e la rimise nella borsetta. <Sarà meglio che comperi qualcosa>, disse sottovoce, pensando a caso a latte di cocco e bustine di dragoncello. <Ci vediamo la settimana che viene, tazza di miele?> chiese Adam. <Stessa ora, stesso posto?> <Senz'altro, pisello odoroso.> <Ciao, allora, per adesso.> <Ciao.> E Adam rimase lì a guardarla mentre si allontanava con passo disinvolto nella corsia verso la cassa. Sarah alzò lo sguardo a gettarle un'occhiata, chiedendosi come mai una calza le fosse cascata alla caviglia. Non se n'era accorta? <Bel libro?> le chiese Eva, porgendole i suoi acquisti. <Si, molto>, sospirò Sarah, lo sguardo fisso sulla sua coscia nuda. <Le storie romantiche mi piacciono. E a lei?> <Come no>, rispose Eva, strizzandole l'occhio. <Ne ho di continuo.> (grazie a Valentina N.) |
|
|