|
Ercole Patti
La cugina Bompiani, Milano, 1965 [...] "Giacché sono qui," disse Enzo poco dopo, "voglio vedere una cosa nell'enciclopedia Vallardi. Vado un momento su." Fece le scale di corsa, Agata gli andò incontro si strinsero e si baciarono nel mezzo della stanza. Poi Agata tornò ad affacciarsi mentre Enzo rimaneva dentro sfogliando un volume. Di lì a poco si affacciò anche lui. "Ho trovato," disse, "vorrei pigliare un appunto. Mi dai una matita, Agata?" Agata rientrò, si abbracciarono ancora respirandosi in bocca. Poi Agata tornò ad affacciarsi e si mise a parlare col marito. "Ma che cosa ha quel cavallo nel collo?" chiese, "una ferita?" "E' graffiato dal finimento. Non è niente." Agata rientrò un attimo per abbracciare Enzo e immergergli la lingua nella bocca. Pochi secondi soltanto e tornò alla finestra, sconvolta da quel bacio. Poco dopo allungò un piede verso l'interno quasi facendo segno al cugino che si avvicinò curvo e le prese la gamba in mano, la baciò nel polpaccio, nella piegatura del ginocchio. Il sangue le batteva nelle tempie. La voce di Ninì chiamo da sotto: "Enzo." Enzo si ricompose e si affacciò all'altra finestra. "Che fai? Perché non scendi?" "Sto copiando una cosa dall'enciclopedia a proposito di certi funghi velenosi. E' per una scommessa. Fra cinque minuti scendo," rispose e tornò a carponi a prendere in mano la gamba che Agata muoveva, la baciò ancora; le sue mani ormai la accarezzavano tutta sotto le vesti. Fino a quando lui non riflettendo più tanto a quello che faceva non le sfilò le mutandine per toccarla meglio. Lei stava immobile tenendosi il volto tra le mani. Il suo cuore batteva dei colpi così forti che aveva quasi paura si sentissero dal cortile. Rannicchiato dietro l'alta finestra Enzo le si fece addosso e lei si piegò sul davanti per facilitare la manovra. Rimasero immobili in quella posizione, un poco sgomenti. Ninì dal cortile alzò gli occhi e le chiese: "Ti ricordi che il baio l'altro giorno zoppicava?" Agata fece cenno di sì con la testa perché non riusciva a parlare avvertendo che il cugino stava prendendola piano piano. "Fagli fare due passi di trotto," gridò Ninì al cocchiere che faceva camminare il cavallo tenendolo per la cavezza. Il cocchiere diede la voce al cavallo che eseguì un mezzo giro di trotto. "Hai visto," fece Ninì rivolto alla moglie, "che non zoppica più? Turi Savasta non aveva capito nulla. Era una cosa da niente. E' una bestia quel veterinario." Ninì si avvicinò al cavallo gli batté la mano sul collo, gli prese il muso e glielo torse affettuosamente. Il cavallo con una scrollata della testa si liberò di quella carezza guardando il padrone di lato con l'occhio nero, tondo e vigile, un poco iniettato di sangue. Ninì si volse verso la moglie e le chiese: "Cosa fanno stasera al Sangiorgi?" "Non so. Credo Scampolo." "Andiamo a vederlo?" "Se vuoi andiamo," rispose Agata piegandosi ancora in avanti. "Ma qual è Scampolo, quello della maestra di scuola che cerca la figlia?" "Quella è la Maestrina," fece Agata e la sua voce vacillò un attimo perché quel colloquio col marito mentre faceva all'amore col cugino le comunicava un piacere fortissimo, perverso, misto a paura, reso ancor più forte da quello di Enzo che lei sentiva dal tremito del cugino rannicchiato contro di lei. "Ma allora," fece ninì giocherellando col frustino, "qual è Scampolo?" "E' quella ragazzina che si innamora dell'ingegnere, quella ragazzina selvaggia..." "Quale? Non me lo ricordo. Cosa fa quella ragazzina?" "Ma sì, quella che quando lui parte dice quella battuta Dov'è la Libia?" La voce di Agata ebbe un mancamento come un piccolo singulto mentre lei sentiva le mani di Enzo che la stringevano o la tiravano contro di sé per prenderla meglio. Si morse le labbra per non gridare. Poi disse calma: "Non ti ricordi quella ragazzina che mangia la mela. La faceva Dina Galli." "Ah sì. Quella che dava il morso alla mela. Un poco lagnosetta. Ma andiamoci lo stesso. Tutti dicono che è molto commovente." Agata si prese la testa fra le mani e non rispose rimanendo con gli occhi chiusi in quella posizione. "Ti duole la testa?" Chiese Ninì. Lei non rispose ancora per un poco, quasi disciolta da un piacere irresistibile e ignobile come suggerito dal diavolo; il gusto di fare all'amore col cugino sotto gli occhi del marito. "Ho avuto un momento di capogiro," disse poi rialzando la testa. "Non è niente." "Ti senti male?" "E' passato." "Dov'è andato Enzo?" "Non so. Stava guardando un libro." Di lì a poco apparve Enzo nel vano dell'altra finestra. [...] Enzo pur cercando di allontanare quelle immagini rivedeva la cugina che si rovesciava sul divano per lasciarsi prendere da lui, con le labbra socchiuse. Quel suo profumo francese. Agata che lo aspettava sulla soglia della porta, impaziente di fare all'amore, certi pomeriggi mentre giungevano attraverso le stecche delle persiane i quieti rumori della villa proprio come adesso. La cugina Agata tredicenne che entrava nella sua stanza di studente liceale allo Spedalieri e gli si curvava sulle spalle facendogli sentire sul viso i suoi capelli neri che odoravano di nido; Agata che gli appoggiava la guancia sulla guancia quando si stringevano furiosamente l'uno all'altra e la voglia spasmodica era lì lì per traboccare nei frusti pantaloncini di casa. [...] Agata di vent'anni fresca sposa di Ninì, Agata a quarant'anni, Agata in un palchetto del Teatro Pacini col brillante e gli smeraldi al collo; il suono dei passi di Agata che saliva in fretta i vecchi gradini di lava sotto il gelsomino secolare della sua casa di Trecastagni. Agata di quindici anni; Agata come era negli ultimi tempi e i suoi passi appesantiti sulle scale di Trecastagni. Agata: i suoi occhi, la sua voce, le frasi che lei diceva alle quali lui spesso non aveva dato peso; adesso gliene veniva in mente qualcuna staccata, nitidissima: "Ti piacciono le mie gambe graffiate?" [...] "Certo che mi ricordo. Mi ricordo di tutto." |
|
|