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Francesca Mazzucato
Hot line Einaudi, Torino, febbraio 1996 Il libro inizia così: Mi è rimasta una riserva di inappagamento fisico fino a quando non ho cominciato a masturbarmi (tardi, relativamente tardi, a diciannove anni, un caldissimo pomeriggio di luglio, la stagione che odio ma fu tutto un caso). Prima ero come divisa tra la percezione istintiva di un corpo, il mio, che da solo poteva accendersi al piacere, e il buio, il niente, l'ignoranza assoluta, la finzione. Non sapevo a chi chiedere consiglio: gli uomini, i ragazzi nel loro universo spiccio parlano di masturbazione, confrontano i loro attributi, si confidano, a volte gravemente, con serietà, altre volte mimando una parodia sguaiata, possono farlo, noi forse non troviamo parole. Pensavo che il mio appagamento dovesse dipendere esclusivamente dalla penetrazione, che fossero i movimenti (più bruschi, più dolci, talvolta più lenti e circolari) del pene o comunque di qualcosa dentro a provocare l'orgasmo. Quelle poche volte che avevo goffamente tentato di masturbarmi avevo quindi introdotto prima un dito, poi due, poi tre, simulando i movimenti dell'uomo: nulla, un piccolo brivido, un sobbalzo procurato dal ricordo di qualche amplesso passato, niente di fisico, niente che si producesse da solo. Provai con una candela pensando che le dita non fossero abbastanza lunghe, che fosse un problema di dimensioni. Di notte, mentre mia madre e mio fratello dormivano, entrai nel ripostiglio e in silenzio cercai una delle candele gialle che mia madre teneva nel caso mancasse la luce. Tornai nella mia stanza, mi tolsi la camicia da notte (una camicia bianca ricamata con roselline, una camicia da bambina), allargai le gambe e inserii la candela. Non provai nulla, a parte il gusto del proibito e l'eccitazione per quella posizione insolita e un po' sconcia con le gambe aperte e la candela dentro fino a metà. avevo rapporti fuggevoli con ragazzi inesperti e con uomini più sapienti, ma rimanevo insoddisfatta: accanto a quegli uomini, nei letti caldi che odoravano di sperma, restavo muta a domandarmi se non ci fossero altre strade. Fu dunque per caso che un pomeriggio, come ho già detto un caldissimo pomeriggio di luglio, mi sdraiai sul letto completamente nuda per sfuggire all'afa e pensai alla prima memoria che avevo del piacere. Era una memoria un po' sfuocata, precedente al primo rapporto sessuale, precedente al ciclo mensile, era forse precedente a tutto. Ricordai la palestra della scuola media, io che mi arrampico e poi scendo lasciandomi scivolare, le gambe strette attorno alla pertica; lo sfregamento produce un calore, un calore inebriante, una sensazione sconosciuta che allora chiamai "effetto pertica": quindi forse non c'entrava la penetrazione ma c'entrava lo sfregamento, pensai a questo con nitida evidenza quel caldissimo pomeriggio di luglio a diciannove anni, dopo che per tanto tempo avevo provato a godere con le dita, con la candela e anche con la bottiglia della coca cola. Cominciai ad accarezzarmi, sentivo che c'era un istinto che poteva guidarmi, dovevo solo lasciarlo emergere, sfiorai i capezzoli con il palmo della mano facendoli inturgidire immediatamente, il ventre bianco (un biancore diffuso interrotto dal solco di qualche smagliatura), poi la mano iniziò a scendere, accarezzai timidamente i peli pubici (folti, un po' ispidi, ricciuti) e ancora l'interno delle cosce, ed ecco che il mio dito, il terzo dito della mano destra, cominciò a indugiare intorno alle piccole labbra e trovò una parte del corpo sconosciuta: la sentivo inturgidirsi progressivamente, ero imbarazzata dalla sorpresa, i miei movimenti si fecero più rapidi e convulsi, pensai a un uomo seduto accanto a me immobile che mi guardava, il godimento aumentava, un piacere simile a un capogiro, una tromba d'aria calda che mi avvolge e mi solleva. Non riuscii a trattenere un grido, i battiti del cuore si fecero più brevi e accelerati, tra le gambe rivoli di liquido denso. Come un uomo, finalmente, senza un uomo. [...] [...] In quei momenti mi alleno a pensare a me stessa in modo neutro, cerco di guardarmi con lo stesso sguardo che riservo allo skinhead che beve una coca o alla donna corpulenta che addenta l'hamburger facendo colare la salsa sul vestito, azzardo una definizione di me sulla base del mestiere che faccio: sono una telefonista erotica, lavoro in una hot line e faccio godere la gente, li faccio godere al telefono, rassicuro e solletico le loro voci eccitate ansimanti, per me è facile, per loro è un po' costoso ma comodo, restano nelle loro case o nei loro uffici, hanno il cazzo in mano e i pantaloni calati ma nessuno li vede, e io li consolo. [...] |
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