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Carlos Fuentes
Aura il Saggiatore, Milano, agosto 1997 [...] Fai uno sforzo per continuare a rivedere i fogli. Stanco, ti spogli lentamente, ti lasci cadere sul letto, ti addormenti subito e per la prima volta dopo molti anni sogni, sogni una cosa sola, sogni quella mano scheletrita che avanza verso di te, con la campana in mano, gridandoti di allontanarti, di allontanarsi tutti, e quando la faccia dalle orbite vuote si avvicina alla tua, ti svegli con un grido muto, sudando, e senti quelle mani che ti accarezzano il volto e i capelli, quelle labbra che mormorano a voce bassissima, che ti consolano, che ti chiedono pazienza e tenerezza. Allunghi le mani e incontri l'altro corpo, nudo, che in questo stesso momento agiterà lievemente la chiavetta che riconosci, e con essa la donna che ti si sdraia sopra, che ti bacia, che ti ricopre il corpo di baci. Non puoi vederla nell'oscurità della notte senza stelle, però senti nei suoi capelli il profumo delle piante del patio, senti sulle sue braccia la pelle delicatissima e ansiosa, tocchi nei suoi seni il fiore intricato delle vene sensibili, la baci di nuovo e non le chiedi parole. Quando ti liberi, esausto, dall'abbraccio, senti il suo primo mormorio: "Sei il mio sposo". Annuisci: lei ti dirà che si sta facendo giorno; ti saluterà dicendo che ti aspetta stanotte in camera sua. [...] [...] Aura vestita di verde, con quella vestaglia di taffettà dalla quale sgusciano, quando la donna ti verrà incontro, le cosce color di luna: la donna, ripeterai quando ti sarà vicino, la donna, non la ragazza di ieri: la ragazza di ieri - quando ne tocchi le mani, la vita - non poteva avere più di vent'anni; la donna di oggi - e ne accarezzi i capelli neri, sciolti, la guancia pallida - sembra di quaranta: qualcosa si è indurito fra ieri e oggi, intorno agli occhi verdi; il rosso delle labbra si è fatto più scuro fuori dalla sua forma antica, come se volesse fissarsi in una smorfia allegra, in un sorriso torbido: come se alternasse, a somiglianza di quelle piante nel patio, il sapore del miele e del fiele. Non hai più tempo di pensare: "Siediti sul letto, Felipe". "Sì." "Giochiamo. Non fare niente. Lascia fare tutto a me." Seduto sul letto, cerchi di individuare l'origine di quella luce diffusa, opalescente, che ti permette appena di distinguere gli oggetti, la presenza di Aura, dall'atmosfera dorata che ti avvolge. Lei ti avrà visto guardare in alto, cercando quella sorgente di luce. Dalla voce, sai che è inginocchiata davanti a te: "Il cielo non è né alto né basso. Sta sopra e sotto di noi allo stesso tempo." Ti toglierà le scarpe, i calzini e ti accarezzerà i piedi nudi. Senti l'acqua tiepida che ti bagna le piante, le allevia, mentre lei ti asciuga con una tela ruvida, dirige occhiate furtive al Cristo di legno nero, si allontana alla fine dai tuoi piedi, ti prende la mano, si pone dei boccioli di violetta sui capelli sciolti, ti prende fra le braccia e canticchia quella melodia, quel valzer che tu balli con lei, rapito dal sussurro della sua voce, muovendoti al ritmo lentissimo, solenne, che lei ti impone, estraneo ai gesti leggeri delle sue mani, che ti sbottonano la camicia, ti accarezzano il petto, cercano la tua schiena, vi si conficcano. Anche tu mormori quella canzone senza parole, quella melodia che esce naturalmente dalla tua gola: volteggiate tutti e due, ogni volta più vicino al letto; tu soffochi la canzone mormorata con baci frettolosi sulle spalle, sul seno di Aura. Tieni la vestaglia vuota fra le mani. Aura, accucciata sul letto, appoggia quell'oggetto contro le cosce strette, lo accarezza, ti chiama con la mano. Accarezza quel foglio di farina sottile, se lo spezza sulla coscia, indifferente alle briciole che le scivolano lungo i fianchi: ti offre metà del disco farinoso che tu prendi, che porti alla bocca contemporaneamente a lei, che inghiotti con difficoltà: cadi sul corpo nudo di Aura, tra le sue braccia aperte, tese da un estremo all'altro del letto, simile al Cristo nero che pende dal muro coperto con la corona di erica posta sulla parrucca nera, arruffata, ricoperta di lustrini d'argento. Mormori il nome di Aura all'orecchio di Aura. Senti le braccia piene della donna sulla tua schiena. Senti la sua voce tiepida nel tuo orecchio: "Mi amerai sempre?" "Sempre, Aura, ti amerò sempre." [...] |
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